2 S. S. Dalai Lama: Commentario alla “Ghirlanda delle visioni”.

2 Commentario alla “Ghirlanda delle visioni”.

Questo insegnamento è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama dal 19 al 21 Settembre 2004 a Miami, Florida, USA. Traduzione dal tibetano in inglese di Thubten Jinpa. Trascritto, annotato e curato da Phillip Lecso. Traduzione dall’inglese in italiano ed editing del Dott. Luciano Villa al Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling di Sondrio, il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama. Revisione dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Seconda parte

Sua Santità il Dalai Lama

Per quanto riguarda la trasmissione dell’insegnamento di questo testo, ho ricevuto una trasmissione del commentario di Dilgo Khyentse Rinpoche e ho anche ricevuto in seguito la trasmissione del testo radice da Tushi Rinpoche. Così ora vorrei iniziare la lettura dal testo con la traduzione in inglese.Il titolo del testo è l’istruzione sulla Ghirlanda delle Visioni. Il verso di apertura lo conferma: una nota che sintetizza i punti di vista, i veicoli e così via. Quindi, viene esposta la differenza tra i due termini «visioni» e «veicoli». Qui il termine «visioni» si riferisce a visioni filosofiche, alle definizioni che fanno parte dei principi delle diverse visioni filosofiche. Generalmente quando si usa il termine mtha grub o principio filosofico, ci si riferisce a posizioni consolidate di una scuola filosofica o tradizione che sono state raggiunte attraverso il processo di ragionamento e comprensione da parte di alcune autorità scritturali. Quindi, la combinazione dell’autorità scritturale col processo di ragionamento si arriva a certi aspetti. Questi punti di vista sono indicati come principi filosofici, ecco che in questo testo il termine ‘visioni’ si riferisce a questi tipi di punti di vista filosofici o visioni cui una scuola o tradizione è arrivata a seguito di un ragionamento e la comprensione di certe autorità scritturali.

Il termine «veicoli» qui si riferisce ai veicoli del percorso che sono i veicoli dei discepoli, uditori, realizzatori solitari o Pratyekabuddha e Bodhisattva. Quindi, in sostanza le diverse visioni sono modi di comprensione o punti di vista diversi dal punto di vista dell’aspetto “saggezza” del percorso ed i differenti veicoli sono da intendersi dal punto di vista dell’aspetto del metodo o mezzi abili del percorso. Quindi, dal punto di vista dell’aspetto “saggezza” del percorso, ad esempio, nella tradizione buddhista, si parla di quattro scuole di tradizioni filosofiche, la Vaibhashika, Sautràntika, Cittamatra o Sola-Mente e la Via di Mezzo o Madhyamika. Dal punto di vista dell’aspetto “metodo” del percorso, nel Buddismo si parla dei vari veicoli: Piccolo Veicolo e Veicolo Maggiore o Mahayana. All’interno del Piccolo Veicolo vi sono gli Sràvaka ed i Pratyekabuddha o Realizzatori Solitari. All’interno del Veicolo Maggiore o Mahayana, v’è il Veicolo dei Sutra della Perfezione ed il Veicolo Tantra o Vajrayana.

Queste distinzioni o differenti punti di vista o scuole filosofiche sono da intendersi sulla base dei punti di vista filosofici detenuti da persone fisiche. Le differenze tra i veicoli sono da intendersi dal punto di vista del coraggio o motivazione degli aderenti. Possono quindi esserci delle persone la cui inclinazione filosofica fosse la comprensione Mahayana della vacuità secondo la Via di Mezzo o Madhyamika ma la loro motivazione spirituale primaria potrebbe essere quella di ottenere la liberazione e non la Buddhità per il beneficio di tutti gli esseri. Così, queste persone, dal punto di vista dei veicoli, sono seguaci del Piccolo Veicolo, ma dal punto di vista delle loro dottrine filosofiche, sono seguaci del Grande Veicolo. Analogamente, possono esserci degli individui le cui inclinazioni filosofiche possono essere Vaibhashika, che appartiene alla scuola filosofica del Piccolo Veicolo, ma per il loro coraggio e motivazione possono appartenere al veicolo Mahayana in cui la motivazione spirituale è quella di aspirare alla Buddha o alla piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri, anche se la loro concezione filosofica rientra tra quella dei Vaibhashika o Sautrantika.

Si dovrebbe avere quindi la consapevolezza che le differenze tra il Veicolo Maggiore e Minore in termini di “visioni” non sono corrispondenti alla loro motivazione in termini di “veicoli”. Quindi, rispetto alla comprensione delle differenze tra i veicoli e le visioni, è importante tenere a mente che, a causa della lingua dei diversi veicoli, come Grande e Piccolo Veicolo ed, all’interno di tali suddivisioni, gli Uditori, i Realizzatori Solitari e così via, a volte c’è una tendenza da parte di alcuni di pensare a questi come distinti e non collegati tra loro. Si tratta di una comprensione degli insegnamenti del Buddha completamente errata.

Questo perché, se si guarda a tutti gli insegnamenti dei diversi veicoli, si vedrà che tutti gli insegnamenti fondamentali della tradizione Pali sono stati tutti stabiliti sulla base dei concilii buddisti che hanno avuto luogo dopo la morte del Buddha. L’oggetto principale di queste scritture basato sulla lingua Pali sono le Quattro Nobili Verità, i Trentasette Aspetti del Sentiero per l’Illuminazione, i Dodici Anelli dell’origine dipendente. Tutti questi insegnamenti rappresentano la struttura di base ed il quadro di riferimento per il sentiero buddhista verso l’illuminazione. È solo sulla base di un tale fondamento che si può quindi parlare di pertinenza o validità degli insegnamenti presentati nel Mahayana o scritture del Grande Veicolo come insegnamenti sulla vacuità, sulle sei o dieci perfezioni e così via. Così è a partire dalle fondamenta offerte dalle Scritture del Piccolo Veicolo che si possono poi aggiungere le altre pratiche, come le sei perfezioni e così via.

Allo stesso modo, è sulla base degli insegnamenti fondamentali delle Scritture Pali e degli insegnamenti fondamentali del Sutra o Veicolo della Perfezione che si può poi passare agli insegnamenti Vajrayana ed alle sue pratiche come lo yoga della divinità e così via. Quindi, senza le pratiche fondamentali degli altri insegnamenti, semplicemente non c’è significato o spazio per l’insegnamento o le pratiche del Vajrayana. Quindi, è completamente errata la concezione che in qualche modo il Vajrayana è totalmente indipendente dagli altri veicoli o che i tre veicoli sono indipendenti l’uno dall’altro. A volte c’è anche una tendenza da parte di alcune persone di proclamarsi come seguaci del Grande Veicolo o praticanti tantrici del Vajrayana e poi sminuire gli insegnamenti della disciplina etica delle scritture Pali o liquidarli come adatti solo per i seguaci del Piccolo Veicolo. Anche alcuni praticanti del Vajrayana liquidano gli insegnamenti del Veicolo del Sutra, sostenendo che essi si applicano solo ai praticanti del veicolo del Sutra, mentre essi sono seguaci del Vajrayana. Vi è anche una tendenza a sminuire le pratiche del veicolo del Sutra in quanto superfluo o irrilevante. Tale atteggiamento non è solo sbagliato, ma riflette anche un difetto fondamentale della loro comprensione degli insegnamenti del Buddha. Riflette ignoranza da parte di quei praticanti.

Quindi è importante capire che gli insegnamenti contenuti in tutti i vari veicoli e la terminologia utilizzata in tutti e tre i veicoli si trovano tutti nelle Scritture stesse. Il Piccolo Veicolo è diviso in veicolo degli Uditori o Sràvaka ed il veicolo del Pratyekabuddha o quelli dei realizzatori solitari. Il veicolo Mahayana si divide in veicolo del bodhisattva e veicolo tantrico. Quindi, con questo modo di intendere i veicoli affermo che il Vajrayana, non è indipendente dal Mahayana, ma piuttosto si tratta di un sottoinsieme o suddivisione del Mahayana o Grande Veicolo. Pertanto è importante comprendere le relazioni effettive tra i veicoli.

Inoltre, in termini di conseguimento delle realizzazioni presentate in queste Scritture, le realizzazioni descritte nelle Scritture del Piccolo Veicolo possono essere raggiunte sulla base della pratica e seguendo gli insegnamenti contenuti nelle Scritture del Piccolo Veicolo. Tuttavia, al fine di ottenere le realizzazioni e le esperienze che sono descritti nel veicolo superiori, il Mahayana e Vajrayana, è impossibile avere tali realizzazioni senza avere la base delle realizzazioni come vengono presentati e descritti nel Grande Veicolo. Pertanto, per ottenere le realizzazioni descritte nel Piccolo Veicolo non c’è bisogno di fare affidamento sugli insegnamenti descritti nel Grande Veicolo, ma al fine di ottenere le realizzazioni descritte nel Grande Veicolo, il fondamento delle realizzazioni descritte nel Grande Veicolo sono indispensabili.

Il sottotitolo recita: Una nota che sintetizza i punti di vista differenti, i veicoli e così via. L’espressione ‘e così via’ si riferisce ad eventuali ulteriori suddivisioni, come nel Vajrayana ci sono diverse classi di tantra.

Il testo si apre con una dichiarazione: Le innumerevoli visioni erronee che esistono nel regno del mondo possono essere riassunte in quattro categorie. Nel mondo degli esseri umani, tra i vari individui ci sono innumerevoli inclinazioni filosofiche e punti di vista. Molti di questi punti di vista sono errati e anche molti di loro si basano su una mancanza di comprensione o ignoranza. Pertanto, questi diversi punti di vista, per sintetizzarli, il testo afferma che li possiamo raggruppati in quattro categorie. Queste sono: 1. Gli irriflessivi o coloro che semplicemente non hanno una comprensione. 2. I materialisti 3. I nichilisti 4. Gli estremisti.

Il testo passa quindi a definire il primo tipo di errore che viene indicato come “colui che non comprende”. Si legge: “L’irriflessivo non capisce che tutte le cose e gli eventi hanno cause e condizioni. È perciò completamente ignorante”. Il testo qui non si riferisce ad una semplice comprensione degli eventi di tutti i giorni, come piantare un seme aspettandoci quindi un germoglio. Questo tipo di condizione causale tutti la possono capire e tutti lo sanno. Tuttavia qui nel testo si fa riferimento a persone che, a parte l’esperienza di tutti i giorni, non hanno alcuna tendenza ad essere riflessive; semplicemente non s’impegnano nella contemplazione delle origini ultima delle cose. Non sono interessati a risalire la catena di causalità o a chiedersi come è iniziato il cosmo o la vita. La maggior parte delle persone non hanno la tendenza a riflettere profondamente sulle cause e le condizioni che danno luogo a cose ed agli eventi di tutti i giorni. Inoltre, il testo afferma che questo tipo di persona non riflette sul fatto che esista o meno un creatore all’origine dell’universo o se c’è vita dopo la morte.

Sebbene questo particolare tipo di visione è considerata errata, in senso stretto, è più accuratamente descritta come una forma di ignoranza; semplicemente una mancanza di interesse o di riflessione. In un certo senso, questo caratterizza il punto di vista e la persuasione di molte persone che semplicemente non vogliono riflettere su tali questioni.

Il secondo punto di vista è quello dei materialisti e nel testo si legge: “I materialisti non capiscono se esistono o non esistono vite precedenti o successive, e, basandosi su presupposti di segreti mondani, acquisiscono ricchezza e potere soltanto per questa sola vita”. Il termine tibetano per materialista è rgyang ‘phen: è lo stesso termine usato per una scuola indiana filosofica chiamata Charvaka ma, in questo contesto, non si riferisce a questa particolare scuola filosofica indiana, ma ad un punto di vista materialista generale. Si tratta di persone la cui preoccupazione principale sono gli affari e le preoccupazioni di questa vita. Essi sono persone che riflettono e sono profondamente preoccupati per il loro benessere in questa vita particolare. Essi rifiutano qualsiasi idea di una vita pre-esistente o di vite future. Tuttavia, per il bene di questa vita, si basano su ciò che questo testo chiama “segreti mondani” riferendosi probabilmente a riti di propiziazione agli spiriti, naga e così via, comunemente creduti esistere in tempi remoti. Quindi, queste persone si affidano a questi tipi di propiziazione rituale, cercando i vari modi in cui le loro aspirazioni e preoccupazioni per la vita possono essere soddisfatte. Pertanto questo punto di vista è descritto come un punto di vista materialista.

Questa seconda visione, quando confrontata con la prima, non è soltanto errata, ma rappresenta ancora più una mancanza di riflessione, una riluttanza a sondare oltre un certo livello. Questo punto di vista è più accuratamente descritto come una mancanza di comprensione.

Il terzo punto di vista è quello nichilista, che è sicuramente un punto di vista filosofico, come è comunemente inteso. Il testo recita: Il nichilista vede tutti i fenomeni come privi di causa ed effetto e sostengono che tutto ciò che esiste in questa vita lo è accidentalmente, perciò si è detto nichilismo. Questo si riferisce a scuole filosofiche, come la scuola indiana Charvaka. Questa non è una questione di mancanza di volontà di essere riflessivi, ma è una persuasione attiva a rifiutare qualsiasi causalità a lungo termine per le cose e gli eventi. Piuttosto, attraverso l’utilizzo di analisi filosofiche ed il ragionamento, arrivano alla conclusione che tutti gli elementi d’esistenza che avvengono in questa vita, avvengano a caso, per sbaglio senza sottostanti cause più profonde. Quindi, in questo modo, si dice che seguano una forma di nichilismo. Questo è dal punto di vista buddhista una visione erronea.

In questo contesto è importante capire e riferire queste osservazioni alle proprie opinioni personali. Lasciando da parte tutte le domande sulla rinascita, la vita dopo la morte, le esistenze future e così via, anche nel caso della propria esperienza quotidiana di felicità e benessere in questa vita, c’è una tendenza da parte di molti a credere che le condizioni per la felicità risiedano esclusivamente in circostanze e condizioni esterne. Queste includono l’acquisizione di ricchezza, proprietà e così via. Molto spesso le persone tendono a credere che le fonti di felicità siano realmente al di fuori di sè stessi. Sulla base di tale premessa tendono a spendere le loro energie ed a dedicarsi a realizzare questa aspirazione a raggiungere la felicità focalizzando la loro attenzione esclusivamente sulle cause e le condizioni esterne.

Tuttavia, se si riflette in un modo più profondo, si verrà a sapere che, anche se ognuno ha la naturale disposizione a cercare la felicità ed a superare la sofferenza, questa felicità cui si aspira e questa sofferenza che si cerca di evitare, esistono su due livelli. Su un piano troviamo l’esperienza della felicità o della sofferenza dovuta soprattutto alla propria esistenza fisica od al proprio corpo. Su un altro livello abbiamo l’esperienza del dolore e della sofferenza o della felicità e della gioia che si riferita principalmente ai propri pensieri ed emozioni, a livello di esperienza mentale. Come facciamo a saperlo?

Basta osservare una situazione in cui, nonostante che si abbiano a disposizione tutti i beni materiali, anche in questo contesto di grande conforto fisico, può tuttavia avere uno stato d’animo profondamente turbato, provare un grande dolore e sofferenza. Allo stesso modo, lo stesso individuo, con la stessa disponibilità materiale può avere uno stato mentale gioioso e felice. Questo dimostra che, in termini di proprie esperienze, c’è un livello di esperienza in base alle condizioni fisiche ed un livello di esperienza basata sui propri pensieri ed emozioni.

In generale, in termini di questi due livelli di esperienza, anche gli animali possiedono questi livelli in una certa misura, fisica e mentale. Ciò che è unico per gli esseri umani è il livello di sofisticazione della loro facoltà dell’intelligenza, così come l’immaginazione. Gli esseri umani hanno una maggiore ampiezza in termini d’esperienza a livello mentale ed anche queste esperienze di dolore o di gioia a livello mentale hanno un profondo impatto sulla propria esperienza. Il fatto che è così, che questo è un fatto, che, in realtà, può essere osservato, ha un grande impatto sulla propria esperienza di dolore e la felicità. Questo è facilmente visibile con la semplice riflessione.

Perciò è importante capire che, quando si pensa alla felicità che si cerca o la sofferenza che si cerca di evitare, si realizza questa comprensione più sfumata e più profonda della vera natura della sofferenza e della felicità. Ora, dato questi due livelli d’esperienza di felicità e sofferenza, quella sul piano fisico è costituita essenzialmente dai cinque sensi o esperienza sensoriale e l’altra si basa su emozioni e pensieri. Ora, fatevi la seguente domanda: “Quale livello di esperienza è più acuto o potente?” Se si riflette profondamente su questo, si può vedere che, se il proprio stato d’animo è contento e felice, permeato d’un profondo senso di soddisfazione, anche se quella persona ha grandi difficoltà a livello fisico, a causa dello stato mentale positivo e soddisfatto, quella persona è contenta, felice e soddisfatta, proprio perché l’esperienza mentale può ignorare il livello fisico di disagio e dolore. D’altra parte, anche se si può essere circondati dal meglio di strutture necessarie per il comfort, se la mente di quella persona è agitata e turbata, anche se quella persona sta ascoltando la sua musica preferita, indossa i suoi vestiti preferiti, le viene servito il cibo più delizioso, emana il meglio di profumi e così via, per la potenza del disturbo mentale, nessuna di queste esperienze sensoriali esterna può essergli d’aiuto. Ciò indica che il livello mentale di esperienze di felicità o di dolore può sovrascrivere e sostituire qualsiasi esperienza fisica di comodità o di dolore. Il livello fisico di piacere o di felicità non può sostituire il proprio dolore e la sofferenza mentale sulla base di emozioni e pensieri.

Una volta che si comprende queste differenze tra i due livelli di esperienza, si arriva a riconoscere che l’esperienza del dolore o gioia a livello di emozioni e pensieri è molto più alta e potente delle esperienze a livello dei sensi. Dato che non importa quanto l’ambiente fisico sia piacevole o confortevole in termini di beni e servizi, dal momento che non possiamo ignorare o sostituire l’esperienza del dolore e della sofferenza a livello dei propri pensieri ed emozioni, e, dal momento che l’esperienza del dolore e della sofferenza a livello dei propri pensieri e delle emozioni è così dominante per noi in quanto esseri umani, questo significa che abbiamo la necessità di trovare una via o un metodo per cui si può imparare a superare questo livello di sofferenza e di dolore.

Così si arriva a riconoscere che molti dei fattori esterni come la ricchezza materiale, il denaro e così via, sono solo dei fattori necessari per creare un livello di comfort per il corpo, per dare sensazioni corporee. Tuttavia non giocano un gran ruolo nell’esaudire l’aspirazione a superare la sofferenza ed il dolore a livello mentale, come i pensieri e le emozioni. Abbiamo bisogno di trovare un metodo od un significato il più appropriato possibile per superare la sofferenza ed il dolore a livello delle proprie emozioni e pensieri. Ciò che qui è richiesto è coltivare certi modi di pensare o atteggiamenti, stati d’animo che si appropriano delle risorse per aiutarci a superare la sofferenza mentale ed il dolore. In conclusione, questo suggerisce che porre tutte le proprie speranze e fiducia in condizioni esterne per l’eliminazione della sofferenza è veramente fuori luogo; abbiamo bisogno di cercare i mezzi più appropriati, oltre alle strutture materiali per aiutarci a superare la sofferenza che ognuno di noi cerca di evitare. In primo luogo, ciò che qui è necessario, è un modo di coltivare la calma e la pace della mente, la tranquillità dentro di sé.

Rigorosamente, dal punto di vista di questa sola vita, come ho spiegato prima, mettere tutta la propria fiducia e speranza in fattori esterni è una speranza mal riposta; occorre un altro metodo, un altro mezzo. Qui personalmente credo che, anche se su un livello più profondo, la pratica dei vari insegnamenti religiosi e le fedi possono essere importanti, ma puramente dal punto di vista del benessere di questa sola vita, la mia opinione personale è che si può trovare un metodo o un mezzo attraverso il quale si può portare le risorse mentali necessarie per superare la propria sofferenza e promuovere la felicità che tutti noi aspiriamo senza ricorrere ad alcuna fede religiosa tradizionale o credo.

La chiave qui sono i valori umani fondamentali, in particolare: l’amorevole gentilezza e la compassione. Credo che non è necessariamente una questione di fede religiosa, ma credo che, con la semplice costituzione biologica del nostro corpo, noi esseri umani abbiamo una naturale capacità ed i semi dell’affetto. La capacità naturale ed i semi per la generazione dell’affetto si trovano in ognuno di noi, per natura. Questo perché tutti noi abbiamo la capacità di apprezzare quando degli

altri esseri umani esprimono affetto verso di noi. Non importa quanto male, non importa quanto può essere negativa una singola persona, se questa persona ha un amico od un familiare che mostra affetto per questa persona, questa persona è in grado di rispondere a quell’affetto. Questo semplice fatto riflette che anche in questo individuo vi è il seme per l’affetto e la compassione. Questo perché la mia convinzione è che noi esseri umani non abbiamo avuto un seme od una naturale capacità di esprimere affetto, allora, in quel caso, anche se qualcuno mostra affetto per un altro, quella persona non sarebbe in grado di rispondere, perciò non ci sarebbe semplicemente alcuna base per apprezzare un’espressione di bontà o di preoccupazione. Quindi, il fatto che tutti noi abbiamo questa capacità naturale di rispondere all’affetto degli altri indica che ognuno di noi possiede dentro di noi il seme dell’affetto e della compassione. E credo che sia davvero attraverso la valorizzazione e la coltivazione di questo seme della compassione e dell’affetto la chiave per portare felicità e superare la sofferenza a livello di pensieri ed emozioni.

In questo senso, in quanto tutti sono interessati a questo seme della compassione, non c’è alcuna differenza tra il colto o l’ignorante, ricchi o poveri, etnia, o tra credenti o un non credenti. Inoltre non vi è alcuna differenza rispetto al potenziale per la coltivazione e valorizzazione. Siamo tutti fondamentalmente uguali a questo riguardo. Finché uno è un essere umano, nato dal grembo di una madre, nutrito dal latte materno, si condividerà questa base: la capacità, la natura e la disposizione ad apprezzare l’affetto e la compassione. A causa di questa convinzione fondamentale, faccio sempre lo sforzo di condividere il più possibile con molti altri l’enorme importanza di riconoscere questi valori umani fondamentali e la necessità di coltivarli e valorizzarli. Questo è ciò ccui mi riferisco come la promozione della prospettiva dell’etica laica.

In realtà, tra i più di sei miliardi di esseri umani che vivono oggi su questo pianeta, la maggior parte degli esseri umani probabilmente appartiene a questa categoria di etica laica. La maggior parte degli esseri umani rientrano nella categoria di essere irriflessivi, non eccessivamente interessati al significato più profondo dell’esistenza o alle cause ed alle condizioni più profonde, ma sono piuttosto volti principalmente solo al benessere di questa vita, all’esperienza di tutti i giorni. Questo include anche i membri dell’ordine monastico che, anche se indossano abiti e possono pretendere di essere esplicitamente seguaci del Buddha Shakyamuni, in fondo, molti di noi che indossiamo questi abiti e pretendiamo di essere un praticante religioso stiamo effettivamente seguendo questo percorso irriflessivo in cui siamo interessati solo al benessere di questa vita, all’esperienza quotidiana.

[Sua Santità in inglese] Quindi sto dando una spiegazione circa il nirvana, ma la maggior parte sono più interessati al dollaro! (Ride) Quindi, al fine di ottenere alcuni dollari, vendono il Dharma. Quindi, in questo caso, anche se si appare come un seguace del Buddha Shakyamuni, ma in pratica si è più interessati a questa vita. Teoricamente diciamo che apparteniamo al Mahayana o Tantrayana ma, praticamente, apparteniamo a quest’altro gruppo. (Ride)

Penso che sia molto importante di tanto in tanto ricordare, osservare e controllare i propri pensieri e la motivazione, il proprio comportamento. Questo è molto importante. Pertanto, l’osservazione del proprio corpo, parola e mente è estremamente importante. Anche se la polizia è molto importante, è più importante esercitare la polizia interna, e , di volta in volta, guardare i propri concetti. [Torna al tibetano]

Quando penso a ciò, mi risuonano profondamente le parole del vecchio maestro Kadampa. Per esempio, il maestro Ban Gung-rgyal diceva che, dal momento che ci teneva alla sua pratica spirituale, c’era davvero solo una cosa da fare: fare la guardia all’ingresso della sua mente con la lancia in mano. Quando un’afflizione mentale arriva, bisogno immediatamente affrontarla e quando le afflizioni mentali diventano sempre più intelligenti, ho bisogno di rafforzare la vigilanza incrementando l’abilità nella risposta. Si dice che questo maestro fosse un ex ladro. Lui, naturalmente, in seguito divenne un monaco e divenne un grande praticante. Un giorno, quando era già monaco a causa della sua vecchia abitudine a rubare, senza pensarci afferrò qualcosa con la mano destra per rubarlo. Subito intervenne la sua presenza mentale, che spinse la sua mano sinistra ad afferrare la sua mano destra e gridò: “C’è un ladro qui!”

Il quarto punto di vista è quello degli “estremisti” che il testo così definisce: Gli estremisti sostengono l’esistenza di un sé eterno perché reificano tutti i fenomeni attraverso l’imputazione concettuale. Questi estremisti sono composti da coloro che vedono la presenza di effetti dove non c’è causa, coloro che vedono erroneamente un legame di causa ed effetto e quelli che vedono l’assenza di effetti laddove vi è una causa. Tutti questi sono visioni di ignoranza. Questo punto di vista, chiamato qui come quello degli estremisti, si riferisce ad una adesione ad una scuola filosofica. In generale, dentro gli esseri umani, ci sono quelli che aderiscono ad una scuola filosofica e coloro che non lo fanno. Molti dei punti di vista descritti in precedenza non sono, rigorosamente parlando, veramente delle scuole filosofiche in quanto tali, ma piuttosto rappresentano una certa inclinazione mentale degli individui. D’ora in poi, però, la visione si riferisce ai punti di vista di varie scuole filosofiche.

Quando si parla di scuole filosofiche, in questo contesto, in senso lato ci sono le scuole buddiste da una parte e le scuole non buddiste, dall’altra. La linea di demarcazione tra buddisti e non buddisti dipende se si crede o meno nei Quattro Sigilli o Assiomi del Buddismo. Coloro che sostengono queste Quattro Sigilli sono raggruppati come appartenenti alla scuola filosofica buddista e quelli che rifiutano questi Quattro Sigilli e sostengono differenti assiomi sono indicati come i non buddisti.

I quattro sigilli del buddismo si riferiscono a quanto segue:

1) Tutte le cose condizionate sono impermanenti. In generale, quando si parla di impermanenza o la natura transitoria delle cose, la si può intendere su due livelli: in termini del continuum di un fenomeno o cosa, o in termini dell’esistenza, momento per momento, di un fenomeno. Siamo tutti consapevoli della natura transitoria delle cose, se si riflette sulla natura delle cose nel tempo. Ad esempio, nel caso della propria esistenza, si nasce, si cresce e poi ad un certo punto si muore. Anche in relazione agli oggetti si comprende che in un periodo di tempo queste cose cambiano ed infine muoiono. Tuttavia questo non è il vero significato dell’impermanenza, qui nel contesto buddista. Il vero significato dell’impermanenza nel contesto buddhista è la comprensione dell’impermanenza in termini di momento per momento dell’esistenza di un fenomeno. Perché se non c’è un processo di cambiamento momento per momento, non si può poi spiegare il cambiamento in un periodo di tempo.

Per esempio, prendiamo il nostro corpo. Dal momento del concepimento fino al momento finale della morte, il corpo subisce un enorme processo di cambiamento in termini di sviluppo e di decadimento. Nel caso del corpo, a livello cellulare c’è un costante processo dinamico di cambiamento. Questi cambiamenti attimo per attimo sono responsabili di cambiamenti osservabili. A volte, alcuni di questi cambiamenti riflettono anche cambiamenti visibili nel proprio aspetto, come l’invecchiamento e così via. Il meccanismo che dà origine a questo cambiamento visibile è a livello sottile o microscopico.

E dalla comprensione di questa dinamica, la natura mutevole delle cose istante per istante, che si comprende l’impermanenza sottile delle cose condizionate. Naturalmente, all’interno della tradizione buddista è posta la domanda: “Qual è il fattore che costringe le cose a cambiare, al decadimento ed alla fine alla disintegrazione condizionata?” La Scuola Vaibhasika spiega questo in termini di un processo temporale in cui le cose vengono in essere, allora esse dimorano o durano per un periodo di tempo ed infine s’inserisce il processo di decadimento, disintegrazione e cessano di esistere. Tuttavia la maggior parte delle scuole buddiste esprime il meccanismo di questo cambiamento in modo più sottile, da cui si evince che sono le stesse cause e condizioni a determinare un fenomeno in esistenza, che è soggetto a modifiche, ed è soggetto a deperimento. Quindi, in un certo senso, il seme per la distruzione di un oggetto condizionato è prodotto nel momento in cui lo stesso dell’oggetto condizionata viene prodotto. Pertanto, affinché un fenomeno venga in essere, decada e cessi di esistere, non v’è alcuna necessità di un terzo fattore. Ogni cosa che viene in essere come risultato di cause e condizioni, nel corso del tempo finirà per decomporsi e cesserà di esistere.

Così è la comprensione di questa sottile impermanenza, il processo di cambiamento momento per momento che è compreso nel Buddismo, che tutte le cose condizionate sono soggette a impermanenza, che tutti i fenomeni condizionati sono transitori ed impermanenti. Questo è il primo sigillo.

2) Tutti i fenomeni contaminate sono nella natura della sofferenza. Questo non suggerisce che tutti i fenomeni condizionati sono soggetti alla sofferenza. Entro i fenomeni condizionati si può fare una distinzione tra quelli che sono contaminati e quelli che sono incontaminati. Qualsiasi fenomeno, le cui cause e condizioni sono contaminate, è subordinato alla natura della sofferenza. Qui ci si riferisce, in primo luogo, a quei fenomeni che vengono in essere per l’ignoranza fondamentale che è al centro della propria esistenza. Anche se alcuni maestri indiani come Asanga considerano questa ignoranza fondamentale come una mera non conoscenza, è diversamente intesa come una forma attiva di conoscenza alterata o comprensione distorta. Questa comprensione distorta della natura della realtà è al centro delle cause e condizioni di ciascuno di noi; così eventuali effetti prodotti da un tale stato distorto della mente sono obbligatoriamente distorti di per sè stessi. Pertanto, nel secondo sigillo, il Buddha afferma che tutti i fenomeni contaminati sono della natura della sofferenza.

3) Tutti i fenomeni sono vuoti e privi d’un sè o di auto-esistenza. Questo si riferisce alla propria comprensione della natura della propria esistenza e dei fenomeni. Ad esempio, se si osserva il comune senso del sé, si tende a credere che dietro le proprie componenti fisiche e mentali, che cambiano nel tempo, ci sia qualcosa di costante, qualcosa di duraturo chiamato “me” od “io” Se ieri ero malato e oggi si è in salute, ci si ricorda di quella esperienza di essere malato, istintivamente si ricorda l’esperienza come “Quando ero malato …”. Emerge questo senso di fondo o ipotesi che ci sia un qualcosa di costante, un qualcosa che perdura attraverso quel periodo di tempo. Anche se il corpo è passato attraverso il cambiamento, in qualche modo sembra che ci sia questo “io” che rimane invariato attraverso questo periodo di tempo di malattia e salute.

Anche se il corpo è passato attraverso il cambiamento in qualche modo sembra che ci sia questo “io” che rimane invariato attraverso questo periodo di tempo di malattia e salute.

Se si spinge ulteriormente tale tale quadro temporale al caso di alcuni yogi che sono in grado di richiamare le esperienze passate, in questi casi la memoria andrà molto più indietro nel tempo. Questi individui avranno subito il pensiero: “Sono nato da così e così”. Anche in questo caso la portata temporale della propria memoria e il riferimento al termine ‘io’ diventa molto più ampio.

Il punto è che, nella comune concezione del sé, si tende ad avere l’idea che, alla base di tutti questi processi mentali e fisici che cambiano nel corso del tempo, c’è un qualcosa di duraturo, un qualcosa che è durevole, c’è un qualcosa di immutabile, un qualcosa che è ciò che è il vero “me”. “Questo è un qualcosa che è del tutto naturale credere [non è una questione di formazione filosofica].

Naturalmente, si può allora apprendere idee filosofiche che rafforzano questa [innata] idea, per poi esaminare la natura di questo senso di individualità o di autosufficienza, e, giunti alla comprensione che, dato che il corpo e la mente sono in costante evoluzione, quindi, né il corpo né la mente possono essere identificati con questo sé immutabile. Quindi, ci deve essere un qualcosa di indipendente sia del corpo che dalla mente, un sé che è unitario, immutabile, permanente e così via.

Qui il Buddhismo sta dicendo che la fede in un sé duraturo, immutabile, eterno e permanente è un equivoco. Questo perché, a parte il corpo e la mente, ed i propri componenti fisici e mentali, non c’è un sé indipendente che si trovi all’esterno o indipendente da quei due. Così nella tradizione buddista, l’idea di un sé indipendente, unitario, permanente ed immutabile è respinta. Questo non è solo in relazione alla propria esistenza, ma anche in relazione a tutti i fenomeni. Quindi, il terzo sigillo è indicato come: Tutti i fenomeni sono vuoti e privi di auto-esistenza. (Fine del primo giorno)