14 – S.S. Dalai Lama Insegnamenti su “Le 37 Pratiche del Bodhisattva, Kalachakra, Bodhi Gaya 1974

14 – Insegnamenti, preliminari all’Iniziazione al Kalachakra per la Pace nel Mondo, conferiti da Sua Santità il 14° Dalai Lama a Bodhgaya, Bihar, India, nel dicembre 1974 su “Le Trentasette Pratiche del Bodhisattva” di Ngulchu Thogme Zangpo, vedihttp://www.sangye.it/altro/?p=134 . Appunti e traduzione del Dott. Luciano Villa al Centro Studi Tibetani “Sangye Cioe Ling” Sondrio (il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama), nell’ambito del Progetto Free Dalai Lama’s Teachings per il benessere di tutti gli esseri senzienti.

La decima pratica del bodhisattva

Dalla notte dei tempi siamo stati curati da altri con amore materno. Se essi rimangono nella sofferenza samsarica: quanto è crudele liberare solo noi stessi! Per liberare loro e gli altri innumerevoli esseri, produci bodhicitta, il desiderio di buddhità: questa è la pratica del bodhisattva.

Se, dunque, coloro che da tempo immemorabile mi hanno dimostrato amore, se queste madri rimangono nella sofferenza, che senso ha disporre della propria felicità? Se tutti gli esseri senzienti con noi connessi nella nostra esistenza samsarica da tempo immemorabile, se tutte queste madri che si sono prese cura di noi, con amore e gentilezza, rimangono nella sofferenza del samsara, e se cerchiamo di liberare solo noi stessi, questo è un atteggiamento molto sbagliato e malvagio. Se solo raggiungiamo la pace e la felicità, la liberazione, non c’è nulla da esserne contenti, ma dobbiamo provare vergogna. Perché, come ho già detto, tutti gli esseri senzienti, dal più istintivo al più intelligente, condividono la stessa avversione per la sofferenza e la stessa ricerca della felicità. Abbiamo un grande debito verso gli altri esseri senzienti: per la loro gentilezza. In tutte le fasi del samsara noi dipendiamo dagli esseri senzienti per la nostra felicità. Nel nostro incontro odierno, la nostra felicità è dovuta alla buona volontà di molti esseri senzienti. Il nostro raduno dipende dai macchinisti dei treni, dalle persone che danno informazioni, che offrono alloggio, che forniscono energia elettrica, anche da quelli che hanno fatto o che hanno scoperto queste cose, e questo nonostante gli scioperi ed anche le difficoltà di rifornimenti di carburante! Quindi, anche questo evento dipende da molte mani che sono venute in aiuto. Grazie alla buona volontà e gli sforzi di tanti esseri umani, è possibile per me non urlare e per voi sentirmi da una certa distanza.

Noi viviamo grazie ad un numero infinito di esseri. La pratica del Dharma è resa possibile anche da questo. La pratica di bodhicitta dipende anche dagli esseri senzienti che ne sono gli oggetti. Anche in questa vita il nostro mangiare, bere, vestiario, abitazione, reputazione, ed mezzi di sussistenza dipendono da altri esseri senzienti. Non solo questa vita, ma le nostro vite precedenti e future nel samsara dipendono da loro. Così, direttamente ed indirettamente, gli esseri senzienti sono molto collaboranti e disponibili verso di noi.

Un dubbio può tuttavia talvolta sorgere quando ci sembra che solo i nostri parenti ed amici mostrano gentilezza nei nostri confronti e che è solo vero di loro che dovremmo ricambiare la gentilezza, non essendo l’atteggiamento degli altri benevolo verso di noi. Ma, se vediamo gli animali uccisi o torturati, in noi sorge la compassione, anche se l’animale non è stato un nostro intimo amico. Provare compassione per un essere in una situazione dolorosa è normale e naturalmente giusto. Pertanto, solo perché non conosciamo un essere umano, è sbagliato non sentire nulla per lui. La compassione è naturale.

Un secondo dubbio può allora sorgere: pur comprendendo perché non dovremmo abbandonare i nostri amici o essere indifferenti verso le persone a noi sconosciute: perché dovremmo avere lo stesso atteggiamento nei confronti dei nemici, verso coloro che ci danneggiano? In realtà, attraverso la loro inimicizia, i nostri nemici mostrano un particolare tipo di bontà verso di noi, che ci avvantaggia notevolmente. La nostra pratica del Dharma, e la pratica soprattutto Mahayana ed il nostro procedere verso la bodhicitta, si basano essenzialmente sull’amore e la compassione. Sarà realizzata soggiogando l’opposto dell’amore e della compassione, vale a dire l’odio, che è la peggiore forma di delirio verso gli altri. L’odio è anche peggio dell’attaccamento, che è immediatamente dannoso per la nostra personalità. L’odio è la delusione principale e più dannosa sia per se stessi che per gli altri.

L’odio si può superare con la forza del suo antidoto, la pazienza. Dove c’è una grande pazienza, l’odio non può sorgere, ma senza la forza della pazienza siamo conquistati dal delirio dell’odio.

Dovremmo essere pazienti prima con la sofferenza e le difficoltà minori per poi andare avanti fino a quando siamo pazienti col nostro peggiore nemico più pericoloso. Pertanto, solo i nostri nemici e quelli che ci hanno fatto del male ci insegnano e ci addestrano alla pazienza. Nemmeno l’insegnamento del Dharma o di un guru può insegnarci tanta pazienza. Né lo possono i genitori più amorevoli, dato che, anche se per un certo tempo possono essere molto arrabbiati con noi, di solito rimangono gentili. Il nostro nemico è quindi il nostro unico maestro in questa materia. Egli può farci fisicamente e mentalmente del male e, secondo la legge, abbiamo il diritto di vendicarci. Ma, se pratichiamo la pazienza, la pazienza diventa una forza pura e reale in noi. Questo è il tipo di pazienza che ci aiuterà sulla strada per la bodhicitta e che ci dà il forte incoraggiamento necessario per assumerci la responsabilità di tutti gli esseri senzienti. Nell’esistenza samsarica, quando le circostanze sono sfavorevoli, anche il nostro senso di responsabilità verso i nostri amici più cari e parenti può vacillare e può quindi farsi un pò artificiale. E così, per qualcuno che pratica la pazienza e vuole sviluppare la qualità della bodhicitta, un vero nemico è il miglior maestro, che ci fornisce una formazione essenziale.

Pertanto, come si dice negli “Otto Versi per l’addestramento della mente”: “Quando qualcuno che ho beneficiato ed in cui ho riposto grandi speranze mi fa molto male, possa considerarlo il mio sommo guru.” Quando abbiamo capito questa materia tanto difficile, pur avendo tutto il diritto di vendetta, dobbiamo renderci conto della bontà del nostro nemico e corrispondergli gentilezza, allora vengono a cadere tutti i problemi. Poi ci rendiamo conto non vi è alcun essere senziente che possiamo abbandonare. Quando vediamo ciò, vediamo che la ricerca della nostra sola liberazione è un’azione molto egoista e malvagia. Essa contraddice non solo il Dharma, ma è sbagliata anche dal punto di vista di maturare un buon carattere mondano. Se una persona crede o no nella reincarnazione, se nella sua vita si sacrifica per gli altri esseri senzienti, realizza una vita umana gloriosa. Anche se non si crede nella reincarnazione e nei frutti del Dharma, se la vita è spesa per aiutare gli altri, questa è la speciale qualità di un essere umano. Quando la sua vita finisce, questo lo aiuterà per il futuro. Solo parlare di karma e del suo frutto, della reincarnazione, può essere auto gratificante, ma non produce un animo nobile, e non aiuterà in futuro. La pratica è importante, non il parlarne. Vivere virtuosamente è essenziale sia per le persone religiose che non religiose.

Gli obiettivi di un animo nobile e del retto vivere sono indispensabili. I tibetani hanno la reputazione di essere pazienti ed alla mano. Credo che questo sia dovuto all’influenza del Mahayanadharma nel nostro paese. Noi sappiamo come comportarci con le nostre difficoltà. È una grande e buona cosa, un segno del Dharma Mahayana, perciò tutti pregano abitualmente per gli esseri senzienti nostre madri. Anche se i ladri nomadi fanno molte azioni negative, tuttavia preghiamo per tutti questi esseri. Vedo in questo un segno dell’influenza di bodhicitta e del Dharma Mahayana sulle menti delle persone. Dove non c’è pratica di bodhicitta od anche un tempio, possiamo ancora sentire queste preghiere pronunciate nelle case dei nomadi. Avere una mente nobile è un altro segno Mahayana. Quando il grande guru Atisha incontrava delle persone, usava chiedere loro: “Avete una mente nobile?” E le sue ultime parole furono: “Avere una mente nobile!”

Dromtonpa, il suo grande discepolo, giaceva morente, con la testa in grembo ad un discepolo nello sconforto, che piangeva. Le sue lacrime cadevano sul volto del suo guru, che aprì gli occhi e disse: “Non c’è nulla di cui essere triste, pratica bodhicitta ed abbi una mente nobile.” Molti dicono che questo guru dimostrò l’essenza della Dharma. Quando Tzong Khapa morì, prima di morire si tolse il cappello, lo scagliò contro uno dei suoi discepoli, lo guardò intensamente e disse: “Hai un animo nobile”. Passando il messaggio, questa è l’essenza del Dharma.

Tutti i grandi guru Mahayana hanno avuto come pratica principale lo sviluppo di un animo nobile ed hanno sottolineato agli altri la necessità di ottenerlo. Per esempio, poiché siamo tenuti a seguire il percorso della bodhicitta, faccio del mio meglio per sviluppare una mente nobile. Ora, gli abitanti dell’Amdo hanno la reputazione di essere feroci ed impulsivi, ma perché ho sentito questa frase tante volte penso di aver fatto un piccolo progresso. Allo stesso modo, tutti devono fare un piccolo progresso. Anche i Khampa, che gridano “Kihihi” quando stanno per combattere, miglioreranno se faranno uno sforzo! Così il sapore del Dharma Mahayana ci aiuta a muoverci verso la bodhicitta. Se si sviluppa la bodhicitta completa, evremo una gran pace mentale, ma anche un suo assaggio comporta un grande cambiamento ed amplia la nostra mente. Quindi dobbiamo allenare la nostra mente e gli atteggiamenti in modo che siano di beneficio agli altri. Una ragione essenziale per questo è la nostra relazione con loro, ed il fatto che hanno lo stesso diritto di essere liberi dalla sofferenza e d’ottenere la felicità, così come noi stessi lo desideriamo.

Nel Bodhicaryavatara si dice: “Dal momento che noi stessi e gli altri condividiamo lo stesso desiderio di felicità, perché ci sforziamo di perseguire solo la nostra felicità?” È lo stesso con la sofferenza. Vogliamo evitare e ottenere la felicità. Allora, perché poi essere interessati solo alla nostra felicità e sofferenza personale? Dobbiamo cercare di eliminare la sofferenza per gli altri e per noi stessi. Lo stesso vale per raggiungere la felicità. Per citare Nagarjuna, “Noi esistiamo qui per essere utilizzati da altri. Dobbiamo sviluppare la nostra mente al fine di essere un servo degli altri, per essere usati da loro, come il legno, l’acqua, il fuoco “.

Se siamo in grado di svilupparci, in questo modo stiamo approfittando favorevolmente della nostra esistenza, il che la rende feconda e gloriosa. Se ci assumiamo le responsabilità per gli altri, questo è uno sforzo eroico. Assumersi la responsabilità solo per noi stessi, in sostanza, è vivere come gli animali. Quando hanno fame, cercano di evitare la sofferenza, quando hanno sete, cercano acqua. Questo non è né glorioso né uno sforzo speciale. Quindi dobbiamo cercare di sviluppare bodhicitta, come sottolineato da tutti i sutra, e di prendere le responsabilità per gli altri. Noi ci rendiamo conto di questa necessità ma chiediamo: “Come dobbiamo assumerci la responsabilità per loro?” Per esempio, anche se ho una forte motivazione per aiutare gli altri, la mia capacità può essere molto limitata. Come una madre senza braccia che vede suo figlio che sta annegando, nonostante il suo grande amore, non può fare molto. Allo stesso modo, la nostra motivazione può essere forte, ma le nostre risorse povere. Come la preghiera del Primo Dalai Lama dice: “Possa non essere preoccupato per il mio benessere, ma di quello degli altri, ed essere dotato delle giuste abilità, come intuizione, lungimiranza, saggio discorso, il potere, tutte le capacità per aiutare gli altri, ancora: “Se ci manca queste abilità la nostra motivazione non p essere realizzata attraverso in pratica.

Per esempio, molti di voi mi chiedono preghiere e pongono in me la fiducia, pura devozione, e speranza. Dato che sono ancora soggetto alla delusione ed al karma, posso solo dire: “Per favore prendetevene cura e praticate bene.” Inoltre, ciò che dico sul metodo, il percorso e le fasi, è una guida, forse questo ti aiuterà ad arrivare da qualche parte. Per quanto mi riguarda, non ho completato il percorso. Per essere in grado di aiutare altri esseri senzienti, dobbiamo aver noi stessi percorso la strada che mostriamo. Senza aver fatto questo è difficile aiutare in modo profondo. Il motivo per cui mi prendo come esempio è che è l’unico che conosco.

Le vostre capacità mi sono sconosciute perché non ho superato l’ostacolo dell’ignoranza riguardo la vostra conoscenza e ricettività.

Potete chiedere qual’è lo stato del mio insegnamento in relazione a tutti gli onniscienti Buddha dotati di tutte le capacità. Tutti noi qui abbiamo, per molti versi, un collegamento karmico dal passato, la forza dei meriti del passato. Ripetutamente lo vediamo dalle vite dei Buddha. Pertanto, vi è una speciale relazione karmica nel nostro ritrovarci qui per effetto di molte cause passate. Nascosta nella sua natura vi è una forte relazione karmica da molte vite precedenti. Se, in futuro, di conseguenza, conseguirò la Buddità, avrò una maggiore possibilità di aiutare gli altri. Più lungo è il rapporto, maggiori capacità darà la Buddhità. Abbiamo quindi bisogno di ottenere la Buddhità il più presto possibile per aiutare coloro con i quali abbiamo rapporti speciali e per i quali siamo in grado di essere più utili di altri Buddha. Il legame karmico nel samsara è importante, altrimenti si potrebbe pensare, “Ci sono così tanti Buddha: a chi posso rivolgermi?”

Diventa chiaro che è indispensabile prendere le responsabilità per gli altri esseri senzienti, e, pertanto, si deve raggiungere la Buddhità per il loro bene e per acquisire una piena capacità di aiutarli senza sforzo e spontaneamente. Ad esempio, se il mio livello sarà più alto di quanto lo sia ora, sarò in grado di fornire molta più assistenza di quanto non mi riesca ora, guardando a me, come già fate, con speranza e devozione. In caso contrario, anche se avete devozione, se, da parte mia, le qualità necessarie mancassero, non potrei rispondere adeguatamente alle vostre esigenze. Se conseguissi la Buddità potrei aiutare senza sforzo e spontaneamente gli esseri senzienti, quindi avrei ottenuto tutte le capacità e potrebbero essere anche pronte per funzionare, una volta che fosse stabilito il contatto con gli esseri senzienti, il che dipende da loro. Se non raggiungessi la Buddhità, ed al decimo livello di bodhisattva, avrei un limite. Per aiutare completamente, la Buddhità è essenziale. Pertanto, quando si vuole raggiungere la buddhità esclusivamente a favore degli altri, questo è la bodhicitta.

Ci sono quindi due intenzioni:

1) il desiderio di aiutare gli altri esseri senzienti;

2) per ottenere per questo lo stato di Buddha.

Lo stato d’animo di bodhicitta è motivata da queste due intenzioni.

Se un tale stato d’animo rimane costantemente in noi, verranno sviluppati i nostri poteri di Bodhicitta. Le inclinazioni che svaniscono o le sensazioni sentimentali non sono serie, dobbiamo essere costanti. In un primo momento il giusto stato d’animo è di breve durata, ma con crescente familiarità, diventa la natura della mente, la bodhicitta, per realizzare la Buddhità nel minor tempo possibile. “Da tempo infinito gli esseri nostre madri ci hanno mostrato gentilezza, se rimangono in uno stato di sofferenza, che senso ha limitarsi ad ottenere la nostra felicità? Pertanto, allo scopo di liberare gli innumerevoli esseri senzienti generare bodhicitta, la mente illuminata, è la pratica dei figli del Vittorioso. “Generare quella mente ed, un volta generata, svilupparla, questa è l’essenza della pratica del bodhisattva.