16 – S.S. Dalai Lama Insegnamenti su “Le 37 Pratiche del Bodhisattva, Kalachakra, Bodhi Gaya 1974

16 – Insegnamenti, preliminari all’Iniziazione al Kalachakra per la Pace nel Mondo, conferiti da Sua Santità il 14° Dalai Lama a Bodhgaya, Bihar, India, nel dicembre 1974 su “Le Trentasette Pratiche del Bodhisattva” di Ngulchu Thogme Zangpo. Appunti e traduzione del Dott. Luciano Villa al Centro Studi Tibetani “Sangye Cioe Ling” Sondrio (il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama), nell’ambito del Progetto Free Dalai Lama’s Teachings per il benessere di tutti gli esseri senzienti.

Sua Santità il Dalai Lama

16 – S.S. Dalai Lama Insegnamenti su “Le 37 Pratiche del Bodhisattva, vedihttp://www.sangye.it/altro/?p=134, Kalachakra, Bodhi Gaya 1974

La dodicesima pratica del bodhisattva: “A chi ruba la nostra ricchezza o lascia che altri rubino, dedichiamo la nostra ricchezza, il corpo ed i meriti: questa è una pratica del bodhisattva.

Ciò comporta anche lo scambio di sé stessi con gli altri, ed ora ne evidenzierò qualche pratica particolare. Ad esempio, se qualcuno spinto da intensa avidità ci deruba o incoraggia gli altri a farlo, a livello mondano ci danneggia molto, e, quindi, può diventare un oggetto di odio, e, legalmente, abbiamo tutto il diritto di vendicarci. Ma per chi pratica bodhicitta, reagire in quel modo è del tutto sbagliato. Invece, dovremmo dedicargli non solo i nostri beni, ma anche il nostro corpo ed i merito delle vite passate, presenti e future. Un esempio calzante è l’autore di queste Trentasette Pratiche. Era dai Sakya, ed aveva appena lasciato un monastero dove aveva ricevuto delle offerte. Sulla strada fu stato fermato dai ladri che lo derubarono del tutto e corsero via. Molto serenamente gridò loro: “Aspettate!” Si fermarono e gli spiegò di attendere perché non aveva avuto il tempo di dedicare loro correttamente il bottino. Lentamente fece quindi una dedica molto completa. Col risultato che gli restituirono quanto di sua proprietà e, dopo aver ricevuto i suoi insegnamenti, divennero suoi discepoli.

La tredicesima pratica del bodhisattva: Anche se sono innocente perché non ho commesso alcun reato, anche se qualcuno minaccia di uccidermi, per il potere della compassione prenderò su di me tutte le negatività e gli errori di quella persona: questa è la pratica del bodhisattva.

Questo è un altro punto ed evidenzia una situazione molto difficile. Pur non avendo commesso alcunché, qualcuno, per gelosia o per qualche altra ragione, vuole fare del male o addirittura ucciderci. Eppure, anche nei confronti di quella persona, non dobbiamo reagire con odio, ma dobbiamo generare forte compassione. Oltre alla grande compassione, dobbiamo praticare il prendere su di noi le sue azioni nocive, mentre da parte nostra gli doniamo i nostri meriti.

La quattordicesima pratica del bodhisattva: C’è poi chi mi calunnia, chi diffonde su di me storie spiacevoli per tutto il mondo in lungo ed in largo. Ma io, mosso da una mente amorevole, devo, di contro, elogiare le sue qualità: questa è la pratica del bodhisattva.

Per antipatia, per il desiderio di abusare di noi, per svilirci, qualcuno diffonde su di noi dei pareri negativi, anche se siamo totalmente innocenti. Naturalmente, a livello mondano dovremmo cercare di stabilire la nostra innocenza e, quindi, smentirlo. Ma, dal punto di vista del percorso del bodhisattva, dobbiamo rispettare e lodare le sue qualità.

La quindicesima pratica del bodhisattva: Anche se qualcuno potrebbe deridere e parlare male di te in pubblico, considerandolo come un maestro spirituale, inchinati a lui con rispetto: questa è la pratica del bodhisattva.

Questo è chiaramente il caso di qualcuno che ci odia e vuole farci del male, mostrando delle nostre colpe in pubblico in modo sgradevole, facendoci arrossire …

Vi consiglio di proteggervi il capo dal sole. Metteteci sopra i vostri vestiti, come “i meditatori yearlong.” Quando ero ragazzo giocai una partita in cui, da un lato era mostrato un bambino intento al progresso spirituale, e, dall’altro, un “meditatore yearlong” con la sua veste sopra la testa. Ora gli potete assomigliare!

Dobbiamo rispettare chi ci attacca per farci ricredere dei nostri errori, per farci fare un autocritica: è una persona molto disponibile. Noi non vediamo le nostre colpe con chiarezza, chi ci aiuta a farlo è come un grande guru, e lo dovremmo rispettare in quanto tale.

Come dicono le Scrittura, un guru ci istruisce ed evidenzia i nostri difetti. Il Dharma è uno specchio per mostrarci le nostre manchevolezze e, di conseguenza, come correggerle. Cercando nello specchio della Dharma, scopriamo le nostre impurità del corpo, della parola e della mente. Così, chi scopre le nostre colpe ci istruisce come un guru. Mentre i guru ed i tibetani dicono: “La lode è positiva, ma la critica è ancor meglio”, in quanto la critica ci presenta i nostri difetti, e, se ne soffriamo, ricordiamo il Dharma. La lode può suscitare orgoglio e farci dimenticare le nostre colpe, mentre la critica ci insegna a non commettere nuovamente gli stessi errori. Allo stesso modo, la felicità è positiva, ma la sofferenza è ancor meglio, perché ci porta al Dharma. La felicità consuma i frutti dei nostri meriti passati.

La sedicesima pratica del bodhisattva: Dobbiamo amare in modo particolarmente caro, come fa una madre col proprio bimbo malato, chi abbiamo curato come un figlio e che poi ci tratta come un nemico: questa è la pratica del bodhisattva.

Come negli Otto versi per l’Addestramento Mentale http://www.sangye.it/altro/?p=27: “Quando una persona che ho beneficiato, e in cui ho riposto grandi speranze, mi fa male, molto male, possa considerarla il mio sommo guru”. Dopo aver fatto tanti sacrifici, ci viene naturale aspettarci che l’amore e la cura offerta venisse ricambiata, e sembra quasi d’obbligo, che una tale persona dovrebbe essere con noi gentile, ma poi fa tutto il contrario e ci tratta come un nemico. Un altro esempio potrebbe essere un bambino afflitto da uno spirito malefico che attacca la madre con un coltello. La madre dovrebbe fare di tutto per separare il suo bambino da quel cattivo spirito e per dare al suo bambino cure ancor più amorevoli. Non possiamo odiare un bambino od un uomo che impugna un coltello, perché essi sono guidati dal delirio. Queste sono pratiche molto difficili, ma indispensabili e devono essere evidenziate.

La diciassettesima pratica del bodhisattva: Se qualcuno, dalle realizzazioni uguali od inferiori alle nostre ci insulta, dobbiamo essere umili verso di lui e rispettarlo come un guru: questa è la pratica del bodhisattva.

Questo è davvero molto utile. A volte lo faccio. Se qualcuno ci disturba o ci delude, ci fa molto arrabbiare, ci si dovrebbe sedere e meditare, recitare mentalmente il verso, dagli Otto Versi d’Addestramento Mentale: “Ogni volta che mi trovo in compagnia d’altri possa io stesso considerarmi inferiore a tutti e tenere gli altri altissimi nel mio cuore.” Dovremmo visualizzarci nell’atto d’inchinarci verso l’altra persona, rispettandola e lodandola. Se lo facciamo, ci sarà molto utile, e saremo più umili di tutti. Servendo tutti gli altri esseri senzienti, ci inchiniamo a loro. In precedenza, la visualizzazione avrebbe portato odio, ma, se si fa questa pratica, vinceremo l’odio. Pertanto, come dice la pratica, invece di visualizzare un nemico che ci ha colpito, visualizziamo d’inchinarci rispettosamente a lui. Se ti senti timoroso su questo, fallo in un angolo, e poi, se lo incroci per strada, fai finta di nulla. Lo scopo di questo è di domare ed addestrare la mente, per portarla alla tranquillità.

Il prossimo verso si riferisce a due dei grandi ostacoli alla pratica del Dharma. Il primo è quando nella nostra vita tutto ci va bene, il secondo è quando ci sentiamo molto abbattuti.

La diciottesima pratica del bodhisattva: Quando stiamo male, abusati da tutti, afflitti da una malattia grave e molto giù di morale, non abbattetevi, ma, piuttosto, prendiamo su di noi le gesta impure d’altri esseri senzienti: questa è la pratica del bodhisattva.

Questo è come la situazione dei tibetani che hanno lasciato il loro paese, ricevendo critiche dagli indiani, ammalandosi di tubercolosi e sentendosi molto scoraggiati. “Come posso praticare il Dharma in queste condizioni? Restituisco il mio abito monastico, rinuncio ai miei voti, vado a cercare un lavoro da laico. “È molto facile farsi venire questi tipi di pensieri, è molto facile perdere il Dharma in questo modo. Anche se sono povero, proprio perché c’è qualcuno che ci aiuta, c’è ancora speranza. Ma pensiamo che non c’è alcun aiuto disponibile, perciò siamo soggetti a sfruttamento. Beh, se il tuo corpo è in buona salute, le cose non sono male. Ma ammettiamo il caso che siamo malati. Se la nostra mente è in pace, allora anche questo può essere sostenuto. Ma ammettiamo pure che la nostra mente è turbata. In una tale situazione, se non stiamo attenti, perdiamo la pratica del bodhisattva. Quindi, dovremmo, in tempi del genere, prendere su di noi tutte le sofferenze degli esseri senzienti, augurando ogni sofferenza a noi, e dedicando i nostri sforzi per loro: questa è una pratica del bodhisattva.

Un altro caso pericoloso è quando le cose ci stanno andando troppo bene.

La diciannovesimo pratica del bodhisattva: Quando si ha una buona reputazione ed il rispetto di molti, con tutta la ricchezza del dio delle ricchezze, vedi che tale frutto del samsara è inconsistente, e non farti prendere dall’orgoglio: questa è la pratica del bodhisattva.

Si può, ad esempio, essere molto famosi per la propria conoscenza mondana o per la conoscenza del Dharma, ed essere rispettato da tutti. Una delle buone qualità “individuare i titoli,” e si è universalmente popolari e rispettati, adorati da tutti. Si diventa così ricchi che non si ha più nessuno d’ammirare chiunque, avendo raggiunto il livello sociale più alto. Questo è un altro momento in cui c’è un reale pericolo di smettere di praticare il sentiero del bodhisattva. Possiamo avere un forte orgoglio per la nostra ricchezza e fama, conoscere il Dharma così bene da pensare: “Posso superare Nagarjuna”.

Ad essere oggetto di grande rispetto e di lode, ci si può ingannare in pensieri come: “Potrei uccidere un uomo, non sarebbe tanto grave, sarebbe come uccidere dei pidocchi”. Stando seduti come una civetta a criticare e ad abusare degli altri si acquisiscono tutti i tipi di difetti. Bisogna stare molto attenti a questo. Tzong Khapa http://www.sangye.it/altro/?cat=10 dice: “Ogni volta che la gente mi prepara una splendida sede, mi prepara una grande offerta, ho il presentimento che questa è della natura della sofferenza. Da molto tempo ho questa sensazione”. Ed ha anche sottolineato che anche la gran fama non è degna d’attaccamento. Come dice il Bodhicaryavatara: “Perché si è così attaccati alle lodi? Perché gli altri ci criticano. Allora perché odiare coloro che ci criticano, quando altri ci lodano?”

Non dobbiamo essere attaccati alla fama ed alle lodi, anche un piccolo errore può rovinare tutto e si può facilmente diventare un bersaglio di critiche. Lo stesso vale per la ricchezza, che è uno dei peggiori inganni, una delle principali fonti di problemi. Realizzando le qualità sbagliate di tutte le varie conquiste del samsara, vedremo il loro vero valore. Come ha detto Dromtonpa: “Anche se gli altri possono considerarci molto in alto, la cosa più conveniente è quella di vederci nel rango più basso.” Cerco di praticare questo, e di fare del mio meglio per mettermi al livello più basso. Questa è infatti la cosa più pratica da fare, altrimenti le considerazioni di gerarchia causano difficoltà ed agitazione. Qualunque cosa la gente dice, è mia responsabilità usare la mente per praticare il Dharma, per rendere il Dharma reale. Infatti, anche con una forma esteriore Dharmica si può praticare il non-Dharma, così la consapevolezza è sempre importante. E, mantenere la posizione più bassa è la radice della felicità.

A causa della natura della società tibetana è ancora facile praticare una profonda umiltà. In Occidente questo è difficile, perché la gente si approfitterebbe di voi. Questo non è il caso nella nostra società ed è quindi particolarmente importante che le persone con grandi nomi, lama o tulku, debbano praticare l’umiltà. Il che equivale a praticare il Dharma Mahayana. Altrimenti sviluppiamo attaccamento al nome ed alla fama, che è senza senso. Alcune persone che conosco, che hanno scarsa conoscenza, agiscono con grande pretenziosità e trovo questo modo inutile che interiormente non può che far ridere. Quindi, essere senza orgoglio è la pratica di un Bodhisattva.

La ventesima pratica del bodhisattva: A meno che non si abbia superato l’odio per il nemico, quanto più sconfiggeremo i nemici esterni, tanto più tali nemici aumenteranno. Così, impiega la forza dell’amore e della compassione per domare la tua mente: questa è la pratica del bodhisattva.

Questo avvalora quello che ho già detto: finché non sconfiggiamo il nemico interno, anche se sconfiggiamo i nemici esterni, questi ultimi cresceranno. Come dice il Bodhicaryavatara: “Come possiamo trovare abbastanza pelle per coprire tutta la superficie della terra? Ma, con appena un po’ di pelle sulla suola delle scarpe, vedremo tutta la terra”.

I malvagi sono diffusi come lo spazio, e se ne può riempire il cielo; essi non possono essere sconfitti.

Ma sconfiggere una mente che odia è la stesso che sconfiggere i nostri nemici esterni. Non possiamo sperare di sconfiggere tutti gli esseri nocivi dell’universo. Ma se sconfiggere il nostro nemico interiore dell’odio significa sconfiggere tutti gli esseri malvagi. In caso contrario, i nemici esterni aumenteranno sempre di più, come i comunisti cinesi stanno scoprendo.

Dal punto di vista del Dharma ciò che è sbagliato è che il vero nemico dentro di noi non è stato superato. Ad esempio, politicamente vediamo che anche se possiamo avere la pace per una o due generazioni, essa non durerà. I casi in questione sono molto chiari. Questo è stato molto chiaro con i cinesi dal 1959 al 1969 ed ora nel 1974. Quasi quindici anni sono passati e le difficoltà sono in aumento per i cinesi. Uno dei motivi è che i politici sono molto corrotti e profondamente negativi, ma sono così anche perché la fonte di questa cattiveria è dentro le persone, dentro di sé, al punto che non vogliono lasciare la gente in pace. Pertanto, “Dobbiamo sconfiggere il nemico interiore con la forza dell’amore e della compassione.” Come dice Tzong Khapa http://www.sangye.it/altro/?cat=10: “Senz’armi, come gli archi, e senza indossare armature, con una sola mano si può sconfiggere l’armata di Mara un milione di volte più forte. Chi altro può affrontare tale battaglia?”

Quindi dobbiamo sconfiggere il nostro nemico interiore con le armi e l’armatura dell’amore e della compassione. Proprio come nella nostra società, quando abbiamo controversie e problemi, c’incontriamo insieme pacificamente e senza aggressività. Se cerchiamo di fare qualcosa, pur mantenendo questa aggressione e rabbia nella nostra mente, nulla è davvero costante, è essenziale una mente pacifica. Se esteriormente appaiamo aggressivi è perché non siamo pacifici dentro Abbiamo fatto la distinzione tra “loro” e “noi”, il che significa che, da un lato c’è un forte attaccamento e, dall’altro, una forte avversione verso gli altri. Se usiamo questo approccio per cercare di risolvere qualcosa ne succedono ancor di peggio e peggio. Con una mente pacifica possiamo discutere le questioni con la giusta motivazione e trovare una soluzione. Se due persone hanno odio nei loro cuori, inevitabilmente si scontrano. Se lo superano sono come persone nuove. Se la loro agitazione interiore può essere smorzata: possono portare armonia. Domare il nemico interno, la propria mente, è una pratica del bodhisattva.

Il ventunesima pratica del bodhisattva: La natura del desiderio è come l’acqua salata. Quanto più la si beve, più la nostra sete aumenterà, abbandona quindi gli oggetti verso cui sorgono attaccamento e brama: questa è la pratica del bodhisattva.

Godere degli oggetti del desiderio che coinvolgono il tatto, il gusto, l’olfatto, l’udito, la vista ed il contatto è come bere acqua salata. L’oggetto del desiderio non dà soddisfazione, anzi, il desiderio aumenterà sempre di più. Quindi, tutto il piacere o la felicità che viene dall’attaccamento non sono affatto per noi vantaggiosi, anzi, sono persino dannosi. Ad esempio, il piacere sessuale ci appare come la felicità ma, in fondo, si tratta di una causa di sofferenza. Come un prurito sulla pelle, al che ci conforta grattandoci, ma dire: “Mi piacerebbe avere prurito sulla pelle” è una sciocchezza. Grattarsi per un prurito è piacevole, ma non avere prurito è ancor meglio. Allo stesso modo, il desiderio samsarico è il piacere ma essere senza tale desiderio è ancora meglio, come dice Nagarjuna nella sua “Preziosa Ghirlanda” http://www.sangye.it/altro/?p=2788. Pertanto, l’oggetto del desiderio, per quanto apprezzato, non dà soddisfazione, ma continua ad aumentare il desiderio. Vedendo la falsità del desiderio, dobbiamo immediatamente abbandonarne gli oggetti, questa è una pratica del bodhisattva.

Le pratiche finora descritte si riferiscono alla bodhicitta relativa. Quelle che seguono si riferiscono alla bodhicitta assoluta, la realizzazione di Shunyata. Quest’ultima può essere divisa in due parti: lo meditazione come lo spazio e la meditazione sull’illusione. Non si tratta di una distinzione del tutto chiara, ma servirà.

La ventiduesima pratica del bodhisattva: Tutte le apparenze sono un’illusione della nostra mente, che da un tempo infinito è stata al di là degli estremi della manifestazione: esistenza e non-esistenza. Vedero questo, e non concepire il soggetto e l’oggetto come intrinsecamente esistenti: questa è la pratica del bodhisattva.

I Vijnanavadins dicono che tutto ciò che appare esiste, tutti i fenomeni sono della natura della mente, ma Chandrakirti nella Madhyamaka dice: “Tutto ciò che esiste ed appare, non esiste di per sé, ma esiste come è visto dalla nostra mente relativa.” Questa è l’esistenza relativa, che non è quindi assolutamente vera. Se le cose avessero un senso assoluto di esistere in sé, più le cercate, più dovrebbero diventare chiare. Ma, in realtà, lentamente svaniscono poiché non si trova nessuna base o punto di partenza. Questo non è perché non esistono affatto, allora non dovremmo trarne alcun beneficio, nè danno.

Come succede, esistono, ma il loro modo di esistere non lo riusciamo a trovare. Ne consegue che non esistono in sé, ma attraverso il soggetto, nel modo di guardare della mente relativa. Pertanto, sembrano esistere davvero, ma questa vera e propria esistenza non sta in piedi con l’analisi, questo dimostra che il nostro modo di percepire è un’illusione. Come dice il Settimo Dalai Lama, “Gli oggetti che attraversano la mente di un uomo che dorme sono un sogno, ma è solo un’apparenza. Non vi è alcun oggetto su questa base, è solo un’immagine mentale.”

Se in questo momento stai sognando d’essere in Tibet, quando ti svegli sai che non eri in Tibet, che, su questa base, non v’è il Tibet. Allo stesso modo, se stessi, gli altri, il samsara, il nirvana, tutta l’esistenza, che si vede soltanto, è designata, per il nostro atto di nominare e la nostra conoscenza. Ma la sua esistenza intrinseca non esiste mai, nemmeno come un atomo. Così i fenomeni sembrano esistere quando appaiono su quella base. Ma, in realtà, non esistono come li percepiamo. E tuttavia, per quanto riguarda gli oggetti delle nostre facoltà sensoriali, tutto ciò che sembra esseri drogato dal sonno dell’ignoranza sembra veramente esistere su quella base. Come disse il Settimo Dalai Lama: “Guardate la nostra mente diabolica, vedete come funziona.” Eppure, in realtà, per gli esseri come noi, illusi dal velo dell’ignoranza, con le nostre sei facoltà, questo è il modo in cui i fenomeni esistono: qualsiasi cosa ci appare, più o meno, una o molte, sembra esistere oggettivamente solo perché ha una denominazione e perché ne abbiamo conoscenza. Tutto è fuori di noi, “Guarda, eccolo! Laggiù! È indipendente, sta in piedi da solo.” Questo è del tutto inesistente, ma questo è come ci appare. Come dice il Settimo Dalai Lama: “Così ‘Io’, o qualsiasi altra cosa, questo modo di esistere intrinsecamente, di per sé, che appare alla mente illusa, è l’oggetto della negazione sottile. Confutarlo, eliminarlo dalla nostra mente è il compito più prezioso.”

Pertanto, tutto ciò che appare, puro o impuro, esiste relativamente a causa della mente, nella visione relativa della mente. E anche la mente stessa, inclusa in tutta l’esistenza, non la troviamo se la cerchiamo in senso assoluto. La mente esiste come un flusso di momenti di coscienza. La nostra “coscienza dell’IO” è sempre un qualcosa che è lì, viva, di per sé. Se dividiamo il flusso ed indaghiamo, scopriamo che non esiste: il tutto non esiste separatamente dalle sue parti. E una parte non può essere l’intero. La parte ed il tutto sono un qualcosa di diverso. Dopo che s’è rotto frammentandosi, e togliendo le parti, il tutto non può sopravvivere, non esiste. Il tutto esiste in parti, ma quando lo si cerca non riusciamo a trovarlo.

Non possiamo dire con fiducia “è qui.” Di conseguenza, da tempo infinito la mente è stata oltre gli estremi dell’esistenza intrinseca o della totale non-esistenza. È solo non auto-esistente. E come dice il Settimo Dalai Lama, “La base dell’esistenza samsarica e nirvanica, è sempre e solo una proiezione della nostra mente interiore. Ed anche la mente, se analizzata, è senza nascita e indistruttibile. La natura del vero modo di esistere è meravigliosa.” Di conseguenza, tutta l’esistenza, samsara e nirvana, sono della natura della mente e la mente stessa è senza nascita e indistruttibile. E l’essere che possiede e governa la mente è anche senza nascita e indistruttibile.

“Sono uno yogi dello spazio senza nascita. Nulla esiste, sono un grande bugiardo che vede tutte le apparenze, sente tutti i suoni come una grande illusione. La meraviglia è l’unione d’apparenza e il vuoto. E ho trovato la certezza di undeceiving interdipendenza “. A questo grande bugiardo di uno yogi, ogni apparenza e suono sembra esistere e, allo stesso tempo, nulla esiste. Se tutto ha avuto una esistenza reale, non dovrebbe mai esserci una contraddizione. Ma, per esempio, un albero in primavera ha fogliame fine e fiori, ma, in un altro momento è nudo e spoglio. Se la sua bellezza fosse realmente esistito, deve sempre rimanere tale, non dovrebbe mai trasformarsi in bruttezza. È lo stesso con le persone, che sono a volte belle, a volte brutte. Se la loro bellezza fosse realmente esistita, non dovrebbe mai cambiare in bruttezza. Inoltre, la nostra mente contaminata, se davvero esistesse, non potrebbe mai un giorno trasformarsi in una completamente purificata: la mente onnisciente del Buddha. Ma ciò che è impuro può diventare senza macchia. Il brutto può diventare bello, il che dimostra che nulla esiste realmente. Nel caso d’una reale esistenza questi cambiamenti non sono mai possibili. Per una base veramente esistente il cambiamento di causa ed effetto non può mai essere possibile. Ma qui è causa ed effetto, c’è il bene e il male, quindi questi possono essere applicati solo ad un’esistenza non reale. Queste qualità non possono mai essere applicate ad una esistenza reale. Queste contraddizioni forniscono la prova che la realtà, come la percepiamo, non esiste.

Pertanto la meraviglia è l’unione di shunyata e l’apparenza. Le cose si manifestano in vari modi, ma la loro vera natura è vuota di esistenza reale e quindi cambiano a seconda delle circostanze. Possono quindi apparire in vari modi, il che significa che shunyata non nega l’aspetto e non nega shunyata o la vacuità. Poiché la natura dei fenomeni è shunyata, vuota di vera, permanente autoesistenza, possono apparire in vari modi, e viceversa.

La mia comprensione di questi argomenti non è molto buona, ma sto cercando di migliorare. Si tratta di questioni molto difficili e dobbiamo abituare la nostra mente per capirle. A volte si dovrebbe meditare su shunyata, a volte sulle apparenze e lo si dovrebbe fare in modo equilibrato, e speriamo che un giorno shunyata e le apparenze nascano nella nostra mente e si sostengano a vicenda, “la meraviglia dell’unione”, come lo chiamava il guru, di cui non mi ricordo il nome. Se tutti i fenomeni esistessero di per sè stessi, in modo indipendente, in modo permanente, dovrebbero esistere sempre in quel modo. Ma quando analizziamo correttamente le cose, scopriamo che non esistono affatto in questo modo. Se realizziamo questa certezza definitiva, questa vivida concezione crolla improvvisamente cade senza sostegno. In precedenza sembrava avere un forte sostegno che si scioglie di colpo perché viene a mancare. Nel profondo della nostra mente saremo in grado di giurare di questa certezza se manteniamo la nostra mente concentrata molto dolcemente sul venir meno di questo aspetto. Se la nostra capacità di concentrazione non è buona, non possiamo farlo per un tempo protratto, ma va bene anche per poco tempo. In quel breve momento, quella concezione pur vivida crolla, per lasciare spazio solo alla negazione della reale esistenza. In quel momento nella nostra mente non vi è alcuna possibilità per qualsiasi altra manifestazione.

“Cessando di concepire tutte le manifestazioni in termini di soggetto ed oggetto, non avendo in mente altra manifestazione, rimani su questo shunyata, vedi e realizza la natura di shunyata.” “Il non-vedere è il supremo vedere.” Quindi, per mantenere la nostra mente in questa vacuità, negazione e Shunyata, questa è chiamata la meditazione come lo spazio. La meditazione come un’illusione è per affrontare i fenomeni relativi nella post-meditazione, dopo la meditazione su Shunyata.

La ventitreesima pratica del bodhisattva: Quando incontriamo qualcosa di attraente, che piace alla mente, vediamolo come un arcobaleno in estate, e, se appare bello, consideralo effimero, ed abbandona quindi l’attaccamento e la bramosia per esso: questa è la pratica del bodhisattva.

Lo scopo di realizzare shunyata è quello di conoscere il modo corretto d’affrontare l’esistenza. Quando la realizziamo, allora vediamo la vera natura di tutti i fenomeni, il loro modo attuale di esistere, e capire quindi che il nostro solito modo di conoscerli è falso ed illusorio. Quando ci rendiamo conto della falsità, di conseguenza sappiamo come reagire. Se sappiamo come trattare un qualcosa che sembra essere diverso da quello che è, allora non ne saremo ingannati.

Quando realizziamo shunyata, questo non significa che rifiutiamo tutte le apparenze, e che mentalmente le neghiamo. Il suo scopo è di fermare questa esagerazione, indotta dall’ignoranza, dell’oggetto quando appare alla nostra mente, che le attribuisce una reale esistenza e di smettere quindi il forte attaccamento e l’odio. Credo che deve essere il suo scopo, che è sicuramente molto vantaggioso. Nella meditazione come lo spazio meditiamo su shunyata, dopodiché l’idea non è quella di rifiutare tutto, ma di vedere tutto senza esagerazioni, per fermare il forte desiderio ed attaccamento. Quando vediamo qualcosa di attraente, ma ne comprendiamo la sua vera natura, questo non ci impedisce di vederne l’attrattività ma ne blocca l’eccessivo attaccamento. L’attaccamento è sempre sostenuto dall’ignoranza. Quindi, se prima abbiamo realizzato la vera natura d’un qualcosa, essa sarà determinante nel nostro modo di trattare con essa.

Così, quando ci imbattiamo in un oggetto attraente diventa per noi come un arcobaleno in estate, sembra bello. Lo è in modo relativo, ma non lo vediamo come reale. Così non ci accadrà d’aggrapparci ad un qualcosa come fosse effettivamente reale. Se lentamente perdiamo questo attaccamento per l’oggetto come se fosse vero, non si sorgerà l’attaccamento ad esso per ignoranza, “Qualunque sia il tipo di desiderio o di odio, è accompagnata dall’ignoranza illusoria.” È tratto dalle Quattrocento Stanze sulla Via di Mezzo di Aryadeva: ” Come gli organi di senso del corpo, l’ignoranza è racchiusa dentro di noi, e tutte le illusioni che esistono possono essere sconfitte solo debellando l’ignoranza. “Di conseguenza, anche se un oggetto appare bello, poiché si vede che è irreale, impermanente, questo distrugge il nostro attaccamento. Questo è un nuovo modo di abbandonare l’attaccamento. Prima l’abbiamo fatto perché è impuro, suscitando l’attaccamento; ora lo facciamo perché è irreale. Se siamo in grado di praticarle entrambe ha un grande effetto.

Il primo modo era temporaneo, sopprimeva, ma non sradicava l’attaccamento. Vedendo la falsa natura dell’oggetto di attaccamento, e se siamo in grado di averne una forte certezza, e di vedere chiaramente la vera natura dell’oggetto, ciò contribuirà notevolmente a bloccare l’attaccamento ad esso.

La ventiquattresima pratica del bodhisattva: Tutte le sofferenze sono come la morte di nostro figlio in un sogno. Considerare come reale ciò che è illusorio è faticoso. Pertanto, quando incontriamo una circostanza sgradevole, vediamola come illusoria – questa è la pratica del bodhisattva.

L’odio può derivare da circostanze spiacevoli o dalla sofferenza. Pertanto, se vediamo che tale sofferenza manca di reale esistenza, vediamola come se fosse solo un’illusione, questo aiuterà a fermare l’odio. Pertanto, affrontare una circostanza in questo modo è una pratica del bodhisattva.

La venticinquesima pratica del bodhisattva: Chi vuole raggiungere la buddhità deve sacrificare anche il suo stesso corpo, che è l’oggetto più prezioso e difficile da sacrificare. Anche altri oggetti esterni vanno sacrificati. È necessario offrire, dare (in Sanskrito: dana), ma senza pretendere ricompense, come in futuro nascere in una famiglia ricca. Quindi donate esclusivamente per il bene degli altri: questa è la pratica del bodhisattva.

La ventiseiesima pratica del bodhisattva: Chi, senza comportarsi moralmente, pensa di poter aiutare gli altri dice sciocchezze, poiché senza moralità o sila in sanscrito, non riesce nemmeno a portare benessere al proprio corpo. Quindi per mantenere gli standard morali, senza un desiderio o scopo samsarico: questa è la pratica del bodhisattva.

Anche per ottenere un migliore stato nel samsara occorre un comportamento completamente rispettoso della moralità o sila, che è la causa principale della rinascita nei regni più fortunati. Senza sila non si può neanche raggiungere, per il proprio beneficio, un regno fortunato nel samsara. E, se non possiamo fare nemmeno questo, è assurdo pensare di aiutare gli altri senza una condotta morale. Lo scopo di quest’ultima è solo a beneficio degli altri esseri senzienti. Se ci comportiamo moralmente solo per ottenere un reame felice, questa è la pratica del Dharma, ma non del bodhisattva. Il precetto è: “Devo aiutare gli esseri senzienti. Perciò, devo raggiungere la buddhità per aiutare in modo corretto. Devo quindi fare molte pratiche. Devo quindi raggiungere una preziosa opportunità per realizzare queste pratiche. Pratico quindi la condotta morale per mantenere questo prezioso corpo umano, per la rinascita come essere umano. “Allora tale condotta è pura, senza scopo samsarico, al fine di raggiungere lo stato di Buddha.

Poi c’è la pazienza o tolleranza (ksanti):

La ventisettesima pratica del bodhisattva: Per un Figlio del Vittorioso che desidera avere la ricchezza dei meriti, tutte le circostanze avverse sono lo stesso tesoro prezioso: pratica la pazienza, senz’odio verso nessuno, questa è la pratica del bodhisattva.

In questo modo le circostanze avverse sono equalizzate. Se qualcuno più forte di noi ci impone la sua volontà, allora la nostra pazienza non è un atteggiamento reale, ma quando qualcuno, che ci è per molti versi inferiore, ci fa del male, allora, quando pratichiamo la tolleranza, anche se abbiamo il potere di combattere o vendicarci, questo è un comportamento vero. Quindi, praticare la pazienza in tutte le circostanze avverse, è una pratica di un bodhisattva.

Energia o il retto sforzo (virya):

La ventottesima pratica del bodhisattva: Quando vediamo quanta energia viene consumata dagli Sràvaka e dai Pratyekabuddha nell’impegnarsi ad illuminare solo se stessi, ne deriva che coloro che desiderano liberare tutti gli esseri senzienti devono praticare con ancor più perseveranza: questa è la pratica del bodhisattva.

La ventinovesima pratica del bodhisattva: Questa è l’unione di una maggiore introspezione (sulla vera natura della realtà) con la concentrazione univoca. Sapendo che distrugge completamente le illusioni, dovremmo praticare dhyana (al di là dei quattro dhyana samsarici dei reami senza forma): questa è la pratica del bodhisattva.

Pratichiamo la più alta introspezione (o intuizione profonda) al fine di realizzare shunyata e tagliare così la radice del samsara. Il che è da abbinare alla concentrazione univoca nella meditazione.

La Saggezza unita al metodo (prajna):

La trentesima pratica del bodhisattva: Senza metodo, le altre cinque perfezioni non ci permettono di realizzare lo stato di Buddha pienamente compiuto. Quindi è necessario praticare con metodo prajna, rifiutando la pseudo-realtà della triade: il sé indipendente o l’autoesistenza permanente dell’attore, l’atto, il risultato. Senza prajna la pratica delle altre cinque perfezioni è come essere ciechi. Con prajna, è come avere la vista. Pertanto diventa una vera causa per realizzare la Buddhità. Per raggiungerla dobbiamo conseguire l’unione di prajna e metodo. Qual è la natura di prajna? Vedere la triade: questa è la pratica del bodhisattva.

La trentunesima pratica del bodhisattva: Sono richieste altre pratiche. Se non abbiamo l’auto consapevolezza, la consapevolezza, non saremo in grado di valutare i nostri difetti. Se non lo facciamo, potremmo fare qualcosa di contrario al Dharma sotto le spoglie di un praticante del Dharma. Quindi, dovremmo valutare costantemente, giudicare i nostri difetti, ed abbandonarli. Dobbiamo essere sempre consapevoli e vigilare sulle nostre motivazioni ed azioni. Dobbiamo vagliare la nostra parola e la mente. Quando vediamo che qualcosa sta andando male, dobbiamo correggerlo immediatamente: questa è la pratica del bodhisattva.

La trentaduesima pratica del bodhisattva: Quindi c’è la questione di trovare da ridire e criticare gli altri. Se per le delusioni critichiamo le colpe di bodhisattva, danneggiamo noi stessi. Se sono entrati Mahayana, è sbagliato criticare i difetti degli altri, dobbiamo parlare solo dei nostri: questa è la pratica del bodhisattva.

Parlare dei difetti altrui è molto pericoloso. Quello che dobbiamo cercare sono i difetti del nostri corpo, parola e mente, non i difetti degli altri. Al fine di aiutare gli altri possiamo segnalare loro i difetti od errori. Ma se critichiamo pubblicamente gli altri, rendendo ai quattro venti note le loro colpe, trovandone i difetti, nascondendo i nostri difetti, non si tratta di una pratica del bodhisattva. Se critichiamo gli altri questo è generalmente negativo, e, soprattutto, se l’altra persona sembra essere un bodhisattva.

Come dice il Primo Dalai Lama, “Dobbiamo tenere a mente la gentilezza degli esseri senzienti in generale, ed, in particolare, allenarci nella corretta visione di coloro che praticano il Dharma, sconfiggendo le delusioni, il nemico interiore.” Il nostro compito è quindi di pensare alla gentilezza degli altri, per averne una buona opinione, una visione pura, e dare loro il beneficio del dubbio. Ciò è particolarmente vero per coloro che criticano i seguaci del Dharma, prendendo posizioni settarie di “loro” e “noi”.

Tutti i grandi guru che hanno fondato le diverse tradizioni avevano delle buone ragioni, stavano adempiendo alle profezie del Buddha ed ai suoi insegnamenti, e lo facevano per l’illuminazione di tutti gli esseri senzienti. Dobbiamo tenerlo a mente e non agire perché mossi da delusioni, il che significa criticare, respingere e quindi diventare aggressivi. Se si agisce in questo modo compiamo degli atti molto negativi in relazione alla Dharma.

C’è una storia molto preziosa sul Primo Dalai Lama. Era molto vecchio ed un giorno ai suoi discepoli disse che era molto scoraggiato. «Di cosa ti preoccupi?” dissero: “è profetizzato che rinascerai a Tushita.» Ebbe uno sguardo ancora più triste e disse: “Ma questo è il problema, voglio rinascere in un’esistenza mondana per andare di aiutare gli altri.” Queste sono le veraci parole di un bodhisattva. Queste frasi hanno un grande significato per noi, sono l’essenza del Dharma Mahayana. Quindi, ricorda la gentilezza degli esseri senzienti, non criticare i seguaci del Dharma; allena la mente ad avere visioni pure.

La trentatreesima pratica del bodhisattva: Litigi domestici sul rispetto o sulle cose che sentiamo eserci dovute, interferiscono con la nostra pratica di apprendimento, contemplazione e meditazione, così abbandonare la casa ed amici, la casa dei patroni: questa è la pratica del bodhisattva.

Anche molto grandi guru, a causa di queste cose del mondo, in questo modo hanno ottenuto una cattiva reputazione. Un esempio è Jamica Shepa, la cui stretta relazione con un re, la cui regina uccise un altro grande guru gli procurarono critiche, tuttavia ingiuste, per non essere intervenuto in tempo.

Tutti questi coinvolgimenti in materie mondane, offerte, situazioni, ambienti, possono dare origine a diversi tipi di problemi. E, così facendo, la pratica del Dharma si deteriora. Troppi amici mondani, patroni, proprietà, sono in grado di produrre conseguenze negative. Come dice il Bodhicaryavatara, “Vivi ogni cosa ad un livello normale, senza troppo attaccamento o bramosia, forti legami o relazioni.” Perciò, abbandonare l’attaccamento alle cose terrene è una pratica d’un bodhisattva.

La trentaquattresima pratica del bodhisattva. I discorsi duri disturbano le menti e causano il declino della pratica di coloro che vogliono diventare bodhisattva. Così, abbandona i discorsi duri, che sono sgradevoli per gli altri: questa è la pratica del bodhisattva.

Parole dure possono facilmente sorgere nella nostra vita, ma sono dannose agli altri e non si addicono quindi alla pratica di un Bodhisattva. Se si ha l’abitudine di usare delle parole dure è poi difficile smettere, così, coloro che hanno un temperamento impulsivo devono controllarsi. Ogniqualvolta che sorgono le delusioni, colpiscile subito, questa è la pratica di un Bodhisattva.

La trentacinquesima pratica del bodhisattva: Pertanto non dovremmo mai prendere l’abitudine di cedere nelle delusioni. Spegni le più piccole fiamme, ferma le acque del diluvio alla fonte, dal loro inizio. Ci sono momenti in cui dobbiamo usare la consapevolezza come una sentinella che impugna le armi degli antidoti contro l’odio, il desiderio, la gelosia, per colpirli sin dall’inizio del loro sorgere: questa è la pratica del bodhisattva.

Come è detto negli “Otto versi sull’addestramento mentale, “In tutti gli atti possa tener sotto controllo la mia mente e, quando nasce l’illusione, conoscendo che distrugge me e gli altri, possa spegnerla fin dall’inizio!”

La trentaseiesima pratica del bodhisattva: In breve, in tutto ciò che facciamo, sii un qualcuno sempre consapevole dello stato della tua mente, e fallo per il bene degli altri: questa è la pratica del bodhisattva.

Quindi, in ogni caso, dobbiamo essere consapevoli, in modo che nulla in noi è segreto, è tutto palese. Quindi, facendo attenzione che ogni azione compiuta col corpo, la parola o la mente non sia dannosa per noi e, soprattutto, per gli altri, dobbiamo pensare: “Sono un seguace del sentiero del Bodhisattva del Dharma Mahayana, nato nel Paese delle Nevi, dove è fiorita l’unione di paramita e tantra. Ma si suppone che abbia anche la fede e volontà di seguire il Mahayana ed abbia l’opportunità di essere guidato da molti preziosi guru, e la fortuna d’ascoltare le loro istruzioni. Con tutte queste opportunità, se ho ancora la volontà di agire malamente, allora sto ingannando i guru ed i bodhisattva, il che sarebbe assolutamente sbagliato e per me dannoso. “Dovremmo quindi essere particolarmente attenti a salvaguardare noi stessi contro queste cattive azioni con la costante presenza mentale e consapevolezza. Come dice Shantideva, «a mani giunte vi prego d’essere consapevole in tutte le vostre attività.” Di conseguenza, con una tale motivazione dovremmo praticare per il bene degli altri, dedicando tutte le nostre qualità, felicità, abilità del corpo, della parola e della mente al servizio degli esseri senzienti. Dobbiamo sempre essere nient’altro che un servo degli altri esseri senzienti, e non aver niente altro da fare che lavorare per il loro bene.

La trentasettesima pratica del bodhisattva: Tutti i meriti che abbiamo accumulato grazie ai nostri sforzi dovrebbero essere dedicati ad eliminare la sofferenza degli esseri senzienti nostre madri attraverso la saggezza di vedere la “purezza della triade” (che il dedicante, ciò che è dedicato ed il dedicatario mancano di reale esistenza): questo è il pratica del bodhisattva.

I meriti che si accumulano da queste pratiche non dovrebbero quindi essere dedicati al nostro benessere, alla libertà dal samsara, all’esistenza nei regni superiori e così via, ma solo al raggiungimento dello stato di Buddha al fine di alleviare le sofferenze degli altri esseri. Dobbiamo anche avere la saggezza di vedere la vacuità dell’esistenza della triade. Ciò costituisce la 37° pratica.

Così la parte principale è terminata. Seguendo l’insegnamento dei sutra, tantra e Sastra, seguendo le istruzioni del guru, queste trentasette pratiche sono state stese per il beneficio di coloro che vogliono seguire il percorso.

A causa della mia debole conoscenza e del poco apprendimento, non è qui disponibile un linguaggio raffinato per deliziare gli eruditi. Ma, essendo basati sull’insegnamento dei sutra e guru, penso che siano esenti da difetti e quindi rappresentino le pratiche di un bodhisattva. La mia innata saggezza, come il mio apprendimento, sono anch’essi deboli, quindi non può piacere a chi ha grande abilità. Ma, perché si basa sui sutra, tantra e Sastra e le istruzioni dei guru, penso che queste pratiche sono vere.

Quindi il nostro autore confessa: Ma perché le effettive pratiche dei bodhisattva sono profonde e vaste come le grandi onde, non possono essere completamente scandagliate da un ignorante come me, devo quindi chiedere ai guru di mostrare tolleranza per eventuali contraddizioni, incongruenze e ripetizioni e di perdonare i miei errori.

Poi arriva la sua dedica: Con i meriti che ho ottenuto da questo lavoro, possano tutti gli esseri senzienti, per la potenza della bodhicitta relativa ed assoluta, senza rimanere negli estremi del samsara e nirvana, ottenere il pieno stato di Buddha come Avalokiteshvara.

Così egli dedica tutto il potere dei meriti della sua composizione a tutti gli esseri senzienti in modo che essi raggiungano la maturazione e realizzino la bodhicitta relativa ed assoluta. Attraverso la bodhicitta assoluta sono liberati dal samsara ed attraverso la bodhicitta relativa dal nirvana, così grazie alla libertà dai due estremi possano ottenere il pieno stato di Buddha.

Questo testo è stato composto dal Venerabile Togme Sangpo a beneficio di se stesso e degli altri nella grotta di Rinchhen Pouk (La Grotta Preziosa) a Ngwiltrichou.