2b Dalai Lama New York 1998: Lo spirito di Manjustri

Sua Santità il Dalai Lama: Maggiore è la capacità altruistica e più grande è la capacità di sviluppare il proprio buon cuore e cordialità.

Sua Santità il Dalai Lama: Maggiore è la capacità altruistica e più grande è la capacità di sviluppare il proprio buon cuore e cordialità.

Insegnamenti  di Sua Santità il XIV Dalai Lama a New York, USA, maggio 1998 sul Tema: Lo spirito di Manjustri.

Traduzione dall’inglese all’italiano del Dott. Luciano Villa nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lam’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Tutti gli insegnamenti del Buddha che sono contenuti nelle diverse tradizioni, come la Theravada e Mahayana, tutti condividono la caratteristica comune di essere radicati nel principio della compassione. Tuttavia c’è una leggera differenza nell’enfasi. Ad esempio, nel Buddhismo Mahayana la compassione non è solo il desiderio di vedere gli altri esseri senzienti liberi dalla sofferenza. Piuttosto, la compassione, per essere veramente grande, deve essere accompagnata da un senso di responsabilità. Il praticante è disposto ad assumersi la responsabilità di rendere l’aspirazione una realtà. Questa è la caratteristica unica della compassione Mahayana, la grande compassione.

Quando si parla di compassione, credo sia importante sottolineare che non dobbiamo confondere la compassione con la pietà. In una vera e propria esperienza di compassione non c’è alcun senso di superiorità o senso di inferiorità per l’oggetto della compassione. Questo è proprio spesso il caso che si genera quando si ha pietà verso qualcuno che si trova in una situazione spiacevole. La vera compassione è uno stato d’animo in cui si vede realmente l’oggetto di compassione come supremo, proprio come gli Otto Versi sull’Addestramento Mentale http://www.sangye.it/altro/?p=27 in cui si afferma: “Possa vedere dal più profondo del mio cuore tutti gli esseri senzienti come supremi”.

Per coltivare un forte senso di compassione ci deve essere un senso di intimità e vicinanza. Questo sentimento empatico verso gli altri non deve essere confuso con l’attaccamento. Questo senso di intimità dovrebbe essere imparziale, e dovrebbe, in linea di principio, essere universalmente diffuso verso tutti gli esseri senzienti. Tale senso di connessione, una vera e propria vicinanza agli altri esseri senzienti, non può sorgere all’interno del nostro normale stato d’animo in cui abbiamo un atteggiamento discriminatorio nei confronti dei nostri nemici, amici e le persone neutrali. La chiave per coltivare questo senso di autentica vicinanza e connessione con gli altri esseri senzienti è quello di sviluppare un senso di affetto verso tutti gli altri esseri senzienti.

Per questo scopo sono suggeriti due approcci diversi. Uno è quello di scambiare ed equalizzare sé con gli altri, che si trova in testi come la Guida alla Via della Vita del Bodhisattva http://www.sangye.it/altro/?cat=15 . L’altro è quello di coltivare una visione di tutti gli esseri senzienti come a noi molto cari, sul modello della propria madre o di qualcuno che si considera essere la più grande fonte di bontà. In questo modo si coltiva un senso di vicinanza nei confronti d’un oggetto di compassione.

Ora vi spiegherò brevemente l’approccio di scambiare ed equalizzare se stessi con gli altri. La prima tappa di questo approccio è quella di coltivare l’equanimità verso tutti gli esseri senzienti. L’essenza di questa equanimità verso tutti gli esseri senzienti, in questo contesto è quella di coltivare la comprensione che, se si è motivati dal desiderio di cercare la felicità e d’evitare la sofferenza, non vi è alcuna differenza tra noi e gli altri. In questo contesto, ciò che si sta cercando di fare è di coltivare la riflessione che, proprio come noi stessi, tutti gli altri esseri senzienti infiniti come lo spazio, tutti sono fondamentalmente uguali a noi nell’avere il desiderio istintivo di cercare la felicità e d’evitare la sofferenza. Eppure, tutti costantemente affrontano la sofferenza e costantemente sono privi della felicità che cercano.

Allo stesso modo, come io stesso ho la natura, la potenzialità, di eliminare la sofferenza, così tutti gli esseri senzienti hanno questo potenziale. Proprio come io stesso possiede la natura di Buddha, l’essenza per l’illuminazione, in modo simile tutti gli esseri senzienti la possiedono. Come io stesso ho il potenziale per sviluppare una corretta comprensione della vacuità, indipendentemente da quanto possa essere difficile per me, allo stesso modo l’hanno tutti gli altri esseri senzienti, naturalmente, con grande difficoltà, proprio come me.

Una delle pratiche fondamentali che i praticanti la bodhicitta stanno cercando di raggiungere è quella di coltivare e valorizzare dentro di sé l’altruismo. In effetti l’altruismo per un praticante buddista della bodhicitta è la radice di ogni bontà. È la fonte di ogni bene. L’altruismo non può essere migliorato o completamente sviluppato senza un qualche tipo di pratica o di formazione. Il suo più grande ostacolo sono le emozioni negative come l’odio e la rabbia. Pertanto, diventa fondamentale per un praticante la bodhicitta trovare un modo di trattare e superare la rabbia e l’odio. Anche in questo caso il risultato può essere ottenuto solo attraverso la formazione e la pratica. La pratica chiave qui è la coltivazione e la valorizzazione di tolleranza e pazienza. Questo avviene ancora solo attraverso la pratica e la formazione. Qui senza la presenza d’un qualcuno che ci provochi o di un nemico che facciano scattare le nostre reazioni negative, non abbiamo la possibilità di migliorare la nostra pratica della tolleranza o della pazienza. Quindi, visto da questo punto di vista, la presenza di un nemico diventa una fonte di enorme ispirazione e d’insegnamento, tanto che, invece di sentire rabbia verso di esso, si dovrebbe essere grati per l’opportunità che ci viene offerta di praticare. Questo è il tipo di atteggiamento che si deve sviluppare.

In questo contesto, sento davvero enorme ammirazione per gli atteggiamenti mentali dei Kadampa. Alcuni maestri Kadampa dicono: “Apprezzo le critiche, non le lodi della gente, perché le lodi non fanno che aumentare il mio orgoglio ed arroganza, mentre le critiche mi faranno meditare sulle mie debolezze e difetti”. Allo stesso modo i maestri Kadampa dicono: “Apprezzo i disagi e le difficoltà, perché allora starò sperimentando i frutti dei miei atti negativi che, se sto vivendo una vita gioiosa, allora starò esaurire i frutti positivi del karma”. Questi tipi d’atteggiamenti riflettono una certa mentalità, una sorta di forza di carattere che è veramente un miracolo per un praticante di Dharma. Tali tipi di pratiche vengono chiamate trasformare le avversità in condizioni favorevoli.

In realtà si potrebbe sostenere che, per quanto i nostri nemici sono preoccupati, invece di essere un oggetto di odio o rabbia, la risposta adeguata dovrebbe essere quella di avere compassione per loro. Come afferma Aryadeva nei Quattrocento Versi sulla Via di Mezzo: i Buddha non vedono i nemici come nemici, ma piuttosto le loro illusioni come il vero nemico. Se la nostra comprensione della pratica del Dharma è corretta, allora avremo un profondo senso di convinzione che i veri nemici sono le illusioni che esistono dentro di noi. Quindi, quando ci confrontiamo con una situazione in cui siamo provocati da danni inflitti su di noi da un essere umano, invece di sentirci arrabbiati verso di lui, nutriremo compassione verso di lui, perché è in una sfortunata posizione in cui è caduto sotto il potere od il controllo delle illusioni.

Quando si pensa in questo senso, si comincia ad apprezzare i sentimenti espressi nella preghiera di di Lama Tzong Khapa, “Posso essere in grado di coltivare il coraggio e l’atteggiamento di vicinanza verso coloro che continuano a infliggermi danni”. Si comincia così ad apprezzare questo tipo di sentimenti. Naturalmente non sto suggerendo che questi tipi di pratiche sono un qualcosa di semplice o facilmente raggiungibile. Tuttavia è un dato di fatto che, attraverso la formazione, si può cominciare a prendere familiarità con questo tipo di mentalità e cominciare ad avere una certa esperienza più vicina a questo tipo di pensiero. Proprio come dice Shantideva: “Non vi è nulla che non possa essere reso più facile attraverso la familiarità e la formazione”.

Posso dirvi dalla mia esperienza personale, anche se non sto sostenendo che ho grandi realizzazioni di bodhicitta e la visione della vacuità, vi posso assicurare che, nella mia piccola esperienza, attraverso la formazione e costante familiarizzazione, si può cominciare a vedere un reale cambiamento all’interno della propria mente. Penso che la mia esperienza personale può esservi utile come esempio. Ho iniziato a prendere sul serio la pratica del Lam Rim a partire dall’età di quindici o sedici anni. Intorno all’età di venticinque anni gli eventi mi hanno portato a dover lasciare il Tibet e diventare un rifugiato in India. Intorno all’età di trent’anni ho cominciato a prendere sul serio la pratica della vacuità. Come risultato della mia pratica persistente sulla vacuità ho cominciato a sentire che la liberazione od il nirvana è una possibilità reale. Così, ho sviluppato un forte desiderio di cercare la liberazione o moksha.

Tuttavia, è interessante ricordare a questo punto, che pensavo: una volta raggiunta la liberazione allora posso davvero prendere una lunga pausa. Anche se ho avuto un’enorme ammirazione per la bodhicitta, non l’ho mai considerata come una possibilità o come un qualcosa che potessi realizzare. Il mio desiderio per la liberazione era piuttosto egoista. Intorno all’età di trentacinque anni ho iniziato a prendere sul serio la pratica di bodhicitta, la mente dell’illuminazione. Mi sono sentito profondamente colpito ed ispirato dalla pratica. Ora, oggi, quando ho appena iniziato a parlare di bodhicitta, ho sentito un enorme senso di vicinanza e familiarità. Per favore, non fraintendetemi, non sto affermando di essere un bodhisattva. Non sto affermando che anch’io ho realizzato la vacuità.

Il punto qui, che intendo stabilire con questo esempio, è di dimostrare che le cose possono cambiare, che si può effettivamente avere esperienze e realizzazioni. Inoltre, un altro punto di questa mia esperienza, è quello di mostrare l’importanza dell’elemento tempo. La pratica, il vero cambiamento, si svolge nel tempo. Si dovrebbe anche capire che lo sviluppo di una comprensione intellettuale è una cosa, ma il vivere l’esperienza è un’altra cosa. Molti di voi potrebbero confondere la comprensione intellettuale con l’esperienza.

In primo luogo si deve sviluppare una comprensione attraverso lo studio e l’ascolto. Attraverso la contemplazione si arriva ad una comprensione più profonda. Attraverso la meditazione e la pratica si ottiene un senso di convinzione che è possibile realizzare l’obiettivo, ed emerge un senso di fiducia. Attraverso la pratica si arriva ad un punto in cui, quando la pensate, in realtà c’è un effetto reale ed un cambiamento presente, ma nel momento in cui non la pensate più, la trasformazione o gli effetti scompaiono. Questa fase è detta essere un’esperienza simulata o realizzazione. Attraverso ulteriori pratiche l’esperienza simulata che richiede uno sforzo può culminare in quella che può essere definita una realizzazione spontanea, dove un solo pensiero d’un qualcosa dà immediatamente luogo all’esperienza. Non c’è più alcun bisogno d’uno sforzo cosciente. Quando un praticante ha raggiunto una forte, spontanea, genuina aspirazione a raggiungere la liberazione, a questo punto, il praticante è entrato nel primo dei Cinque Sentieri verso la liberazione: il Sentiero dell’Accumulazione.

Allo stesso modo quando un praticante raggiunge una vera e propria, non simulata, realizzazione spontanea di bodhicitta, quello è il momento in cui è entrato nel sentiero Mahayana ed ha realizzato il Sentiero dell’Accumulazione. Tale praticante Mahayana passa poi al secondo Sentiero dell’Accumulazione e, quindi, alla terza ed ultima fase nel Sentiero di Collegamento o di Preparazione. Questo culmina nella realizzazione diretta della vacuità, che è il Sentiero della Visione. È questo il percorso dei Dieci Livelli del Sentiero del Bodhisattva.

Abbiamo molta strada da percorrere. Non siate viziati dalla retorica del tantra di raggiungere la liberazione, l’illuminazione, all’interno d’una singola vita. Quando ero giovane mi ricordo d’aver detto a Tathang Rinpoche, uno dei miei maestri, che, dal momento che la via del sutra per l’illuminazione sembra così lunga e difficile, forse potevo avere una speranza dal percorso tantrico. Mi ricordo che Tathang Rinpoche mi sgridò perché nutrivo un tale sentimento. Mi fece notare che chi è adatto al percorso tantrico è colui che ha un grande coraggio. Anche se deve aspettare per eoni per ottenere la piena illuminazione, ha un profondo senso di volontà e d’impegno. Per una tale persona quindi il percorso tantrico, se praticato, allora potrebbe essere efficace. Se qualcuno è scoraggiato dal tempo necessario nella via del sutra e cerca perciò il percorso tantrico perché è più veloce, allora questa è la motivazione sbagliata.

Perciò trovo così potente e stimolante il passo nella Guida per Via della Vita del Bodhisattva: “Finché dura lo spazio, finché rimarranno gli esseri senzienti, posso rimanere in questo mondo per dissipare le miserie del mondo” http://www.sangye.it/altro/?p=2431 . Questo è come si dovrebbe allenare il cuore e la mente. Una volta che il praticante è in grado di coltivare una vera compassione verso i nemici, significa che è stato rimosso anche un grave ostacolo nel proprio percorso. Questo è un passo avanti molto importante. È attraverso questo processo che si coltiva il genuino senso d’intimità e di vicinanza verso tutti gli esseri senzienti.

Inoltre è molto importante, per l’analisi dei pro e dei contro, verificare i due tipi di atteggiamenti: l’atteggiamento autogratificante ed invece quello che si prende cura degli altri esseri senzienti. Quali sono i vantaggi di ospitare pensieri che a cuore hanno solo il proprio interesse? Si potrebbe dire che fino ad ora, da tempi senza inizio, abbiamo nutrito dentro di noi i mali gemelli: il pensiero di sé ed il pensiero di cogliere la vera esistenza del nostro sé. In un certo senso si potrebbe dire che siamo stati fino ad ora in cerca di protezione da questi due atteggiamenti. Se è vero che hanno la capacità di darci quest’esperienza e di farci raggiungere la felicità illuminata, avrebbero dovuto essere in grado di farlo, ormai. Hanno avuto abbastanza tempo.

Quando si pensa attentamente al corso della propria vita, è come se si brancolasse nel buio senza meta. Se s’intende capovolgere il proprio normale modo di pensare, allora, invece dell’amicizia dell’auto-gratificazione e dell’auto-attaccamento, cerchi l’amicizia dell’aspirazione altruistica che mira al benessere degli altri e della saggezza che realizza la vacuità. Anche se non hai davvero alcuna esperienza in questo puoi prendere l’esempio della vita dei grandi esseri come Nagarjuna http://www.sangye.it/altro/?cat=9 e grandi compassionevoli maestri indiani del passato. Se si guarda alle loro storie di vita ci si può sentire abbastanza sicuri che la loro vita testimonia il potere dell’altruismo, il potere d’invertire il senso egocentrico della vita, indirizzandosi verso un stile di vita più orientato verso l’altruistmo.

Nel mio caso personale, quando penso al mio modo di essere, sento che quel po’ di forza d’animo che ho, non deriva dal titolo di Dalai Lama né dal mio aspetto di monaco pienamente ordinato. Piuttosto penso che la vera fonte della forza è la mia ammirazione ed impegno per la pratica dell’altruismo come la bodhicitta e anche la mia convinzione nella validità della verità della vacuità. Ritengo che queste sono le fonti genuine di qualsiasi forza che possa avere come individuo.

Maggiore è la capacità altruistica e più grande è la capacità di sviluppare il proprio buon cuore e cordialità. Questo è come sorge all’interno di noi la vera e propria aspirazione altruistica di cercare la felicità per tutti gli esseri senzienti. Il che sarà quindi in grado di indurre in ciascuno il pensiero di raggiungere la Buddità per il bene di tutti gli esseri senzienti.

Inoltre è un dato di fatto che, fino a quando non si raggiunge la piena illuminazione non si sarà in grado di soddisfare il benessere degli altri esseri senzienti, poiché ci sarebbe impedito dai nostri stessi limiti. Pertanto, al fine di realizzare pienamente il benessere degli altri esseri senzienti, il primo passo è proprio per liberarsi di tutti gli ostacoli alla conoscenza e di tutti gli ostacoli. Così si è quindi pienamente in grado di utilizzare il potenziale per essere di aiuto a tutti gli esseri senzienti.