1b Dalai Lama New York 1998: Lo spirito di Manjustri,

Sua Santità il XIV Dalai Lama: Il Buddha, dopo aver insegnato le prime due verità: la verità della sofferenza, la verità dell'origine della sofferenza, subito dopo continua con l'insegnamento sulla verità della cessazione ed il sentiero che conduce alla libertà.

Sua Santità il XIV Dalai Lama: Il Buddha, dopo aver insegnato le prime due verità: la verità della sofferenza, la verità dell'origine della sofferenza, subito dopo continua con l'insegnamento sulla verità della cessazione ed il sentiero che conduce alla libertà.

Insegnamenti  di Sua Santità il XIV Dalai Lama a New York, USA, maggio 1998 sul Tema: Lo spirito di Manjustri.

Traduzione dall’inglese all’italiano di Elisa Villa, revisione del Dott. Luciano Villa nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lam’s Teachings”per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

2 La rinuncia.

Sua Santità il Dalai Lama

Se esaminiamo ora il nostro naturale stato mentale, notiamo un profondo senso della presenza del sé, anche nei nostri sogni esiste un nucleo costante del nostro essere. Se esaminiamo il nostro naturale senso del sé, quel che può essere chiamato la coscienza dell’Io o il pensiero di “Io sono”, ne troviamo diversi gradi di intensità. Non sto parlando di attaccamento ad un senso di sé, ma piuttosto d’una nozione del senso di sé. In certe situazioni avremo un forte senso del sé, in cui vi è una forte credenza in una effettiva sorta d’esistenza di una persona e che questa sia in qualche modo indipendente dal nostro corpo e dalla mente. In questa percezione del sé, in qualche modo questa persona, questo sé od io, è separato dal corpo e dalla mente, ma allo stesso tempo ne è connessa. In un certo senso sembra come un padrone o controllore del corpo e della mente. Questo senso del sé, nella Scrittura si dice che sia una nozione del sé che è sostanzialmente vero, reale.

Il Quinto Dalai Lama definitivamente spiega cosa intende per attaccamento innato al senso del sé in certi stati del nostro senso del sé o coscienza dell’Io. Tendiamo ad associare il nostro senso del sé con i nostri stati corporei o con stati mentali in cui l’identificazione con il corpo e la mente è molto forte, tanto forte che c’è un senso che la mente ed il corpo siano mescolati insieme come il latte con l’acqua, completamente fusi l’uno con l’altro. Sulla base di una tale nozione assimilata di corpo e mente, un pensiero naturale di Io o del sè nasce come se questo Io avesse un’esistenza indipendente, un’essenza a sé stante. La credenza in questo tipo di sè si dice che sia l’innato attaccamento alla esistenza del sé della persona.

Quando si parla del senso del sé, naturalmente ce ne saranno alcuni tipi che non si può dire che siano falsi o distorti. La presenza naturale di pensieri come “Sto andando” o “Sto venendo” hanno un livello di auto-coscienza o senso del sé che deve essere valido, che ci permettono di funzionare. Questo attaccamento all’auto-esistenza della persona sulla base di un forte senso del sé, dà luogo a risposte emotive a determinate situazioni. Se si tratta di qualcosa che si desidera, allora si tende immediatamente ad afferrarla, ci si aggrappa e ci si sente attaccati. Se si tratta di un oggetto indesiderato, si tende ad esserne respinti ed a sentirsi arrabbiati, si prova odio e così via. Così inizia l’intero ciclo della catena.

Il punto è che non tutte le istanze di un senso del sé sono false o deludenti. La maggior parte dei casi di un senso del sé, in particolare quelli colpiti da una reazione emotiva ad una determinata situazione, sono inquinati da un senso di attaccamento alla esistenza di un sé, o auto esistenza, della persona o dei fenomeni. E’ questo attaccamento all’ auto-esistenza che dà luogo ad altre afflizioni della mente, come l’attaccamento, la rabbia e così via. Il semplice verificarsi di essi nella nostra mente crea immediatamente un senso di turbamento dentro di noi e distrugge la calma mentale o la pace della mente. In quanto praticanti di Dharma ciò che desideriamo e ciò a cui aspiriamo è lo stato eterno di liberazione e di gioia. Le delusioni e le afflizioni mentali sono il vero nemico. Sono loro che distruggono il seme di tale liberazione.

Diventa importante per individuare non solo la natura distruttiva di pensieri negativi e le emozioni, ma anche la loro natura completamente indesiderabile. Chiunque, purché rimanga sotto il controllo o il potere delle illusioni, diventa oggetto di pietà e compassione. Non esiste alcun vero luogo di gioia e soddisfazione. In un senso reale finché rimaniamo sotto il controllo delle illusioni siamo in un certo senso imprigionati all’interno di un’esistenza ciclica. Riflettendo sulla natura distruttiva delle emozioni negative o pensieri ed anche riflettendo sul loro potere distruttivo e la capacità di legarci continuamente dell’esistenza ciclica, si può generare una vera e propria aspirazione a cercare la libertà e la liberazione da essi. Questa è la vera rinuncia.

È individuando la negatività o la natura indesiderabile della sofferenza ed il meccanismo causale dell’origine della sofferenza che si può eventualmente sviluppare una vera e propria aspirazione a raggiungere la piena liberazione. Quando si parla di sviluppare una vera e propria aspirazione a raggiungere la libertà dalla sofferenza, qui non stiamo parlando di sofferenza nel senso ordinario, ma piuttosto del terzo livello di sofferenza, la sofferenza del condizionamento pervasivo. Quando si riconosce pienamente la vera natura di questo livello di sofferenza allora la volontà di raggiungere la liberazione sarà molto forte. Questo desiderio o aspirazione a cercare la liberazione o la libertà si dice che sia la vera rinuncia.

Per apprezzare appieno la natura della sofferenza si deve essere in grado di sviluppare una buona comprensione di ciò che si intende per impermanenza o natura transitoria dei fenomeni. Se guardiamo il mondo, che comprende sia l’universo sia il proprio corpo, fino alla particella più piccola, tutto passa attraverso il cambiamento costante ed attraverso lo scorrere. Questo processo si verifica in modo dinamico in ogni secondo. La domanda che sorge è: cosa fa passare il nostro corpo e l’intero universo attraverso questo processo di cambiamento? Il continuum è ininterrotto. La Vera causa, che ha dato anche origine alla prima istanza, ha piantato, insieme al suo seme,il meccanismo per la sua disintegrazione. Perciò, tutto si dice che sia sotto il potere delle sue cause.

Nel contesto dei nostri aggregati (Corpo, Sensazione, Percezione, Forza formativa psichica, Coscienza): il nostro corpo e la mente, dal momento che vanno anche incontro a un continuo cambiamento in questo processo dinamico, fanno esistere il karma e le illusioni. Il Karma e le illusioni hanno come radice l’ignoranza fondamentale. È questa ignoranza fondamentale, in ultima analisi, che sta creando questo intero processo.

Possiamo dire che ci si deve opporre a questa ignoranza. Come? Solo coltivando l’introspezione sulla mancanza del sé della persona e dei fenomeni si può iniziare il processo di eliminazione dell’ignoranza. L’ignoranza fondamentale è la mente che s’aggrappa alla vera esistenza delle cose e degli eventi. Perciò solo guardando attraverso quest’oscurazione, vale a dire che, solo dimostrando il modo in cui la mente ignorante si aggrappa al sé ed ai fenomeni, il che non è fondato e valido, si può iniziare il processo per eliminarlo. Quando si comincia a pensare in questo modo, allora diventano chiari i passi nel Pramanavarttika dove Dharmakirti dice che la comprensione dell’impermanenza rafforza la comprensione della sofferenza e la comprensione della sofferenza rafforza la comprensione del disinteresse verso l’ego.

Possiamo anche riflettere sul fatto che l’esistenza intrinseca ed indipendente e l’assenza di esistenza intrinseca si escludono a vicenda. Pertanto non possono risiedere nella mente nello stesso momento. La saggezza che realizza la vacuità e la mente ignorante che oscura la vera esistenza sono direttamente l’opposto. La mente ignorante, attaccandosi alla vera esistenza manca di base in qualsiasi cognizione valida, mentre la saggezza che coglie la vacuità non solo è valida, ma ha anche un fondamento valido. Questo tipo di constatazione può essere rafforzata in quanto ha un supporto valido. Pertanto più si sviluppa, più si rafforza, e continuerà a diventare più rafforzata in modo che si potrà sviluppare ad un livello molto elevato di potenza. Inoltre una delle caratteristiche uniche della mente è che dopo che si è sviluppata fino ad un certo punto non c’è bisogno di rafforzarla nuovamente. Diventa una parte naturale della vostra abitudine.

È sulla base di comprendere questa saggezza sulla vacuità, perché si tratta di una qualità che ha la mente, che mantiene il continuum in modo stabile, e inoltre perché possiede una valida base che poggia sulla ragione e l’esperienza, ha il potenziale per essere sviluppata in modo illimitato. Come l’origine della sofferenza può essere eliminata, il Buddha ha sottolineato che si deve riconoscere la natura della sofferenza. In caso contrario, se non ci fosse alcuna possibilità di liberazione dalla sofferenza, allora l’enfasi del Buddha di contemplare la natura della sofferenza sarebbe solo una cupa abitudine atta a creare la propria depressione.

Nelle scritture, il Buddha ha fatto l’analogia con qualcuno in prigione. La persona è così ignorante che non si rende conto di essere in carcere e, fino a che non lo riconosce, e non capisce il vero stato delle cose, non ci sarà alcun desiderio genuino di liberarsi dalla prigione. Nel momento in cui la persona si rende conto che è prigioniera, essa stessa è una condizione di sofferenza, allora verrà innescato il desiderio di cercare la libertà dalla prigione. Inizierà quindi a fare piani per uscire.

Perciò il Buddha, dopo aver insegnato le prime due verità: la verità della sofferenza, la verità dell’origine della sofferenza, subito dopo continua con l’insegnamento sulla verità della cessazione ed il sentiero che conduce alla libertà. Altrimenti, se ci fossero solo due verità, le prime due e non la terza e la quarta, non si arriverebbe ad un punto nell’insegnamento del Buddha sulla verità della sofferenza. Non solo avrebbe dovuto abbandonare egli stesso le sue pratiche ed adottare uno stile di vita indulgente, ma avrebbe anche consigliato lo stesso ai suoi discepoli. Tuttavia questo non è stato il suo caso, siccome dopo aver parlato della sofferenza e la sua origine, il Buddha ne ha trovato un rimedio, che sono la Verità della Cessazione ed il Sentiero che conduce alla cessazione.

Fonte http://www.sangye.it/wordpress2/?p=1878