1 – S.S. Dalai Lama: Il Buddismo, la via della ragione.

Sua Santità il Dalai Lama: Affinché una pratica sia veramente buddhista, come prerequisito minimo, deve essere compiuta con la mente della rinuncia, ovvero il forte interesse ad ottenere la liberazione dall'esistenza ciclica.

Sua Santità il Dalai Lama: Affinché una pratica sia veramente buddhista, come prerequisito minimo, deve essere compiuta con la mente della rinuncia, ovvero il forte interesse ad ottenere la liberazione dall'esistenza ciclica.

1 – Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso: Il Buddismo, la via della ragione.

Insegnamenti conferiti a Dharamsala, India, da Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso per il “Cio Trul Du Cen”, il Giorno dei Miracoli, 5 marzo 2015. Prima parte.

Il “Cio Trul Du Cen”, ovvero il Giorno dei Miracoli, è celebrato il quindicesimo giorno, il giorno di luna piena, del primo mese del calendario lunare tibetano e quest’anno corrispondeva al 5 marzo 2015.

Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso

Dopo aver recitato la strofa di offerta del tè:

Le qualità dei Buddha sono inestimabili,

le qualità del Dharma sono inestimabili,

le qualità del Sangha sono inestimabili,

avendo fede in questi [oggetti] inestimabili,

ne derivano anche risultati inestimabili.

Faccio offerte a questi oggetti completamente puri.

Celebrare il Monlam (il Festival delle preghiere) alla cattedrale di Lhasa è uno degli atti più importanti del grande Jamgon Tsong-kha-pa http://www.sangye.it/altro/?cat=10 e sono passati circa seicento anni da quando per la prima volta il Monlam fu organizzato. Qualche anno, a causa di grandi difficoltà, non lo si è potuto organizzare. È successo sia nel lontano passato che in tempi relativamente più recenti. Per quanto riguarda noi tibetani in esilio, nel 1959 abbiamo lasciato il Tibet dopo che il Monlam era stato concluso. Ricordo che nel 1960 ero a Mussorie e il Monlam non fu organizzato. Poi, un po’ alla volta, il Monlam è sempre stato stato organizzato ogni anno, prima a Buxa e poi qui a Dharamsala.

Oggi ricordiamo il tempo in cui Buddha Shakyamuni, insieme a molti altri esseri saggi e altamente realizzati, oltre a discutere di temi spirituali, partecipò ad una ‘sfida in miracoli’ in India. In connessione con questo anniversario, si è sviluppata la tradizione di dare insegnamenti sulle vite passate di Buddha Shakyamuni.

I maestri Kadampa del passato tenevano cari gli insegnamenti di sei testi: le Jataka http://www.sangye.it/altro/?cat=6 e l’Udanavarga http://www.sangye.it/altro/?p=255 (“La ghirlanda delle storie delle vite” di Asvagosha e la “Collezione di aforismi” di Buddha. L’arhat Dharmattrata è considerato colui che li ha collezionati.) i due testi associati alla devozione; poi il Bodhisattva-bhumi e il Sutralamkara (“I terreni del bodhisattva” e l’ “Ornamento dei sutra Mahayani”, entrambi composti da Asanga.) i due testi associati al samadhi (concentrazione); ed il Bodhisattvacharyavatara http://www.sangye.it/altro/?cat=15 e il Siksa Samuccaya (“Guida alla condotta dei bodhisattva” e il “Compendio di precetti”, entrambi composti da Shantideva.) i due testi associati alla condotta. Questi sei testi includono tutti gli insegnamenti e le pratiche di tutto il sentiero (che conduce alla buddhità): sia i fattori vasti del metodo che i fattori profondi della saggezza. Il Bodhisattva-bhumi e il Sutralamkara in particolare trattano i fattori del metodo; il Bodhisattvacharyavatara e il “Compendio di precetti” oltre a trattare le pratiche dei bodhisattva hanno anche ampie sezioni riguardanti i fattori della saggezza e in special modo la visione della scuola filosofica Madhyamaka. Lo studio di questi sei testi è perciò una tradizione molto importante.

Le Jataka, http://www.sangye.it/altro/?cat=6 il testo di oggi, fa parte di questo gruppo di sei testi dei Kadampa. Ascoltando i racconti delle vite precedenti di Buddha si può riflettere su come Buddha ha praticato durante il processo di sviluppo spirituale, ciò ispira ad approfondire la propria devozione. Allo stesso tempo questo testo in prosa e rime è anche ricco di consigli per la pratica.

In occasione della puja di lunga vita offertami ieri, sono arrivati molti monaci del monastero Mindroling e Dorje drak e, allo stesso tempo, oggi si è riunita una grande folla e così come è mia consuetudine, prima di affrontare il testo da spiegare, voglio dare una presentazione generale del Buddha-Dharma, cosa che considero molto importante.

La ragione è che molti di noi pensano di essere buddisti e di conseguenza ci impegniamo in pratiche virtuose come la recitazione di preghiere e di mantra e così via. Se poi ci viene chiesto in cosa consista esattamente questo Buddhismo e in che cosa differisca dagli altri sentieri spirituali, non sappiamo bene cosa rispondere. Questo dimostra che le nostre pratiche sono dettate dalla fede ma non sono basate su ragioni.

Nel lontano passato, in Tibet per esempio, il Buddhismo era diffuso estesamente e quindi non era oggetto di nessun tipo di dubbio. Allo stesso tempo, il livello di istruzione della popolazione era molto basso e molte persone erano illetterate. C’erano molti monasteri, ma anche qui il livello di studio non era molto alto; invece si dedicavano principalmente a compiere rituali e così via. Perciò sia tra i laici che tra i monaci era diffusa l’idea che per praticare il Buddhismo bastasse la fede.

Tra le pratiche più diffuse, le prostrazioni e le circumambulazioni sono pratiche virtuose fisiche; la recitazione di preghiere e la lettura di testi sono pratiche virtuose verbali. In ogni caso, se queste pratiche sono veramente virtuose o meno, dipende dalla motivazione. Le pratiche fisiche e verbali benchè possano apparire esternamente come virtuose, diventano tali solo dipendendo dal pensiero. Perciò il modo di pensare è il fattore principale (per determinare se una pratica è virtuosa o meno).

Affinché una pratica sia veramente buddhista, come prerequisito minimo, deve essere compiuta con la mente infusa dalla rinuncia, ovvero il forte interesse ad ottenere la liberazione dall’esistenza ciclica. Altrimenti, è molto difficile che essa possa essere considerata come una pratica buddhista. Per prima cosa, bisogna comprendere cosa s’intenda con ‘liberazione’, ed, una volta che lo si è capito, se si eseguono le pratiche fisiche e verbali sopra citate sulla base d’un forte desiderio di ottenerla, allora esse diventano cause per il suo conseguimento. Il semplice desiderio d’ottenere una buona rinascita, benché sia positivo, costituisce solo una motivazione ordinaria e non credo sia sufficiente a caratterizzare le nostre pratiche come propriamente buddiste.

Analogamente, recitiamo e leggiamo molti testi e mantra che appartengono al Mahayana, ma senza avere l’attitudine di adoperarci per il conseguimento dello stato dell’onniscienza. Benché le pratiche che stiamo compiendo siano parte del Mahayana, esse non diventano tali se manchiamo della corretta motivazione Mahayana. Tutto questo dimostra come sia importante procedere con un’attitudine mentale corretta. Anche se il Buddhismo è così diffuso tra di noi, è raro che le pratiche siano compiute con la completa comprensione di cosa renda una pratica religiosa veramente ‘buddhista’.

Ora, noi viviamo nel ventunesimo secolo e, dovunque, l’interesse per lo studio aumenta e, di conseguenza, il livello di istruzione moderna si sta innalzando. Quanto più una persona è istruita, tanto più sarà pronta a porre quesiti, come pure allo scetticismo, atteggiamenti che non solo sorgeranno naturalmente, ma che sono estremamente necessari.

Il modo di procedere del Buddhismo è in sintonia con tutto questo, poiché sprona all’analisi critica, alla discriminazione, alla riflessione, alla ricerca delle ragioni e, quando queste sono comprese, si continua ad indagare fino al raggiungimento di una comprensione stabile e di un convincimento fermo che indurrà non solo una fede basata sulla ragione ma anche un’attitudine di rinuncia per l’esistenza ciclica, una compassione e così via basate sulla ragione. Questo tipo di processo mentale è necessario per la pratica buddhista mentre con la semplice fede che si affida ciecamente senza basarsi sulle ragioni e la semplice recitazione di parole vuote come ‘possano tutti gli essere conseguire la buddhità senza la comprensione di cosa ciò implichi, sarà molto difficile (raggiungere i nostri obiettivi).

Nel passato, poteva essere sufficiente, ed è stato così per molto tempo. Ma, al giorno d’oggi, non più, è estremamente importante agire in modo corretto. Ecco che risulta chiara la necessità di dare una presentazione esauriente di cosa significhi Buddhismo e, per farlo, le citazioni dalle scritture non sono sufficienti. Infatti, in primo luogo si dovrebbe analizzare se quelle citazioni siano ragionevoli o meno, e, per dimostrarlo, sicuramente non ha senso usare un’altra citazione! Non c’è altra scelta se non procedere con la logica. Buddha Shakyamuni stesso in un noto sutra ha affermato:

“Oh voi bhikshu e dotti, come l’oro viene bruciato,

spezzato e strofinato (per controllarne la qualità)

allo stesso modo [si dovrebbe fare] con le mie parole,

che non dovrebbero essere adottate solo per rispetto.”

Tutti i discepoli di Buddha, monaci (bhikshu), dotti od altro, non dovrebbero procedere semplicemente credendo a qualcosa perché l’ha detto Buddha e, poiché Buddha è infallibile, sicuramente quelle parole sono veritiere. Come si dovrebbe procedere invece?

Proprio come l’orefice saggia la qualità dell’oro per controllarne le eventuali impurità scaldandolo, tagliandolo e strofinandolo, allo stesso modo si dovrebbero analizzare le parole, anche se pronunciate da Buddha, con l’analisi critica, esaminando se contengono contraddizioni o meno, se sono sostenute da ragioni valide o meno. Gli insegnamenti di Buddha che non presentano contraddizioni e si basano su ragioni valide dovrebbero quindi venir creduti e adottati.

Ci sono stati molti grandi maestri che hanno rivelato diversi cammini spirituali, sia in India, prima che Buddha Shakyamuni apparisse, che in altre parti del mondo, dopo la sua venuta. Tutti questi grandi maestri hanno insegnato che bisogna aver buon cuore e ci si deve comportare bene con gli altri, hanno dato consigli sul come sviluppare amore e compassione. Nessun altro maestro ha però proclamato di non credere con facilità a ciò che insegnava, alla dottrina che rivelava, ma invece di esaminarla con puntiglio e accettarla solo dopo averne trovato delle giuste ragioni.

Per quanto riguarda i commentari alle parole di Buddha, essi sono stati compilati dai maestri che collettivamente sono chiamati “i sei ornamenti e i due supremi” ed ai quali ho fatto un’aggiunta e sono così diventati “I Diciassette Grandi Yoghi Saggi” per cui ho anche composto una lode di richiesta di benedizioni http://www.sangye.it/wordpress2/?p=1789 (I Diciassette Grandi Yoghi Saggi: 1) Nagarjuna, 2) Aryadeva, 3) Buddhapalita, 4) Bhavaviveka, 5) Chandrakirti, 6) Shantideva, 7) Kamalashila, 8) Asanga, 9) Vasubhandu, 10) Dignaga, 11) Dharmakirti, 12) Basanta Vimuktisena, 13) Haribhadra, 14) Arya Vimuktisena, 15) Gunaprabha, 16) Shakyaprabha, 17) Jowo Atisha).

La ragione per la quale mi sono sentito ispirato a comporre una preghiera rivolta a loro è perché costoro hanno provato la validità delle parole di Buddha sulla base di ragionamenti legittimi. In particolare, se si studiano i testi del grande protettore Nagarjuna http://www.sangye.it/altro/?cat=9 si può constatare che, a parte qualche rara eccezione, non vengono usate citazioni per corroborare una tesi, ma essa viene convalidata esclusivamente per mezzo di argomentazioni logiche. Lo stesso vale per i testi di logica composti dai grandi maestri Dignaga e Dharmakirti.

Tutti questi grandi, quando spiegano gli insegnamenti di Buddha, a cominciare da quelli inclusi nel “primo giro della ruota del Dharma”, ovvero il sutra delle ‘Quattro nobili verità”, lo fanno per mezzo di ragionamenti, lo stesso vale per dimostrare concetti quali la talità (il modo ultimo di esistere dei fenomeni) e lo stato della completa onniscienza.

Se si esaminano gli scritti di questi grandi diciassette maestri, escludendo i testi che trattano la disciplina monastica, si potrà constatare che costoro procedono nelle loro elucidazioni solo attraverso lo strumento della logica. Per esempio, all’inizio del testo di Haribhadra intitolato “Il commentario che chiarisce il significato” (“Commentario all’Ornamento di chiare realizzazione” di Maitreya, che è a sua volta un commentario ai sutra della perfezione della saggezza.) si distinguono, nella sezione che tratta dei quattro fattori come lo scopo e così via (Il soggetto del testo, il suo scopo principale, lo scopo secondario e la relazione che esiste tra di loro. Il soggetto o tema è in relazione con il testo stesso; lo scopo principale è in relazione con il tema trattato; lo scopo secondario è in relazione con lo scopo principale e la relazione consiste nel filo che unisce il fattore precedente al fattore che segue.), “i discepoli di grande intelligenza o discepoli del Dharma” e “i discepoli poco intelligenti o discepoli della fede”; questi ultimi, essendo poco capaci di riflettere e avendo poca erudizione, sono chiamati ‘discepoli della fede’ e procedono sulla base di una grande devozione per i testi e gli insegnamenti.

Per quanto riguarda ‘i discepoli del Dharma’, in questo contesto per ‘Dharma’ non si intende il Dharma-spiritualità in contrasto al ‘mondano’, ma invece si intende la saggezza che distingue perfettamente i fenomeni, costoro, essendo provvisti di intelligenza vivace, praticano il Buddha-Dharma sulla base dell’analisi critica e dell’esame approfondito, come consigliato da Buddha. Per prima cosa affrontano un argomento analizzandolo, poi si domandano che tipo di relazione esso abbia con la propria esperienza personale, ovvero che tipo di vantaggio esso potrebbe apportare; quindi ne testano la validità. Ecco perché i grandi trattati, a partire da quelli scritti dai saggi indiani come Nagarjuna e poi gli scritti di logica ed anche nel nono http://www.sangye.it/altro/?p=2425 e sesto http://www.sangye.it/altro/?p=2405 capito del Bodhisattvacharyavatara, che tratta rispettivamente della saggezza e della pazienza, come pure quelli scritti dai saggi tibetani, sono composti secondo la modalità di confutare la tesi dell’avversario, enunciare la propria tesi ed infine respingere ogni altra possibile obiezione.

Il primo punto, confutare la tesi dell’avversario, non avviene ovviamente dicendo che essa non corrisponde agli insegnamenti di Buddha (Sua Santità sorride all’idea), ma essa viene respinta attraverso la logica, dimostrandone le contraddizioni. Ecco cosa si intende per ‘confutare la tesi dell’avversario’.

Di seguito l’avversario pretenderà di sapere quali siano allora le tesi dell’altro. Ecco che si procederà ad enunciare la propria tesi. Dopo aver dimostrato la propria tesi, potrebbero insorgere ulteriori obiezioni da parte dell’avversario e allora si procederà a respingerle o controbatterle. Questo processo, in tibetano è detto ‘confutare, enunciare e respingere’. Si tratta di una modalità di analisi molto importante e corrisponde allo “scaldare, tagliare e sfregare” dell’oro, come detto nel sutra citato sopra.

Se avendo esaminato in questo modo un particolare insegnamento di Buddha si trova che è contraddittorio e non è convalidato da ragioni solide, benché sia stato pronunciato da Buddha, si dovrà concludere che non è un insegnamento dal significato letterale, cioè non è un insegnamento da prendere alla lettera.

Per esempio il ‘Sutra che rivela l’intento’, il sutra fondamentale per la scuola filosofica Cittamatra, benché sia un insegnamento molto importante e abbia avuto molti seguaci sia nel passato che al giorno d’oggi, nella forma di molti filosofi buddisti cinesi che lo seguono alla lettera, quando viene sottoposto ad analisi critica vi si scoprono contraddizioni sia per quanto riguarda la presentazione della visione (oggettiva) che della mente (visione soggettiva). Naturalmente, se si studia solo un testo, non avendo confronto, non se ne possono comprendere tutte le implicazioni.

Nei testi Madhyamika vengono esposte le contraddizione di questo sutra e si afferma, come per esempio nella ‘Guida al Madhyamaka’ di Ciandrakirti e il suo autocommentario, che si dovrebbero distinguere i sutra dal significato definitivo da quelli dal significato interpretabile, e questo sutra è incluso nella categoria dei sutra dal significato interpretabile. Benchè alcune siano parole proferite da Buddha stesso, essendo state pronunciate per accordarsi ai diversi livelli di intelligenza e di predisposizione dei diversi discepoli, non dovrebbero essere accettate letteralmente perché possono essere smentite dalla logica.

Tradotto dal tibetano a Dharmasala, India, durante il mese di marzo 2015 da Mariateresa Bianca. Si ringrazia Sherab Dhargye per le delucidazioni dal tibetano e la monaca italiana Ani Tenzin Ojung per aver riletto il testo e dato suggerimenti. Editing del Dr. Luciano Villa nell’ambito del Progetto “Free Dharma Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Ci scusiamo per i possibili errori ed omissioni.