Copenhagen 30.05.09 Insegnamenti di S.S. il Dalai Lama, pomeriggio

Sua Santità il Dalai Lama saluta gli oltre 4.000 partecipanti ai suoi insegnamenti di Copenhagen 2009 Sua Santità il Dalai Lama saluta gli oltre 4.000 partecipanti ai suoi insegnamenti di Copenhagen 2009

Appunti, traduzione dall’inglese ed editing del Dott. Luciano Villa, dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Sua Santità il Dalai Lama

Ora, incamminiamoci alla realizzazione, innanzitutto della Bodhicitta dell’aspirazione, quella legata alla verità convenzionale, caratterizzata dalla produzione dipendente dei fenomeni, per intraprendere subito il cammino della Bodhicitta ultima, quella che ci libera dalle concezioni errate, che ci porta a comprendere la natura ultima delle cose, alla vera percezione della realtà ultima. Solo quando la si conosce si comprende quanto grandi siano queste concezioni errate e come eliminarle. Il Bodhisattva che ha conseguito lo stato di Buddhità, d’unione di metodo e saggezza, vede la realtà ultima, ha realizzato la mancanza del sé sia della persona sia dei fenomeni. – …

Per Bhavaviveka o Bhavya (c.500 – c.578), il fondatore della scuola Svatantrika Madhyamika, a proposito della mancanza del sé dei fenomeni, dal momento che tendiamo vedere un certo tipo di realtà convenzionale come ultima, possiamo dare credenza ad un certo livello d’apparenza. Per I maestri Madhyamika è fondamentale realizzare la completa mancanza, in ultima analisi, di realtà ultima nella realtà convenzionale. Il che si riferisce, ovviamente alla produzione dipendente dei fenomeni. Tutto dipende dal fatto che sono prodotti, che sono emanati. Qual che qui è negato è il sé, la concezione del sé. Ciò che qui confutiamo, non è la mera concezione d’un sé, ma la concezione d’un sé completamente separato dalla mente e dal corpo. Per giungere, quindi, a constatare che non esiste alcun sé autonomo in una qualsiasi parte del corpo e/o nella menteLa scuola Madhyamika tenta semplicemente di dimostrare che la persona è solo convenzionalmente esistente. Chi riesce, infatti, ad identificare un sé, una parte indipendente, autonoma dal corpo e dalla mente? Le cose sono solo dei costrutti. Poiché non siamo in grado di trovare il serpente, in realtà, finisce che una corda può essere scambiata per un serpente. Tutte le scuole buddiste concordano nella mancanza del sé della persona.

In più i Cittamatra sostengano pure la mancanza del sé dei fenomeni: le cose esterne alla mente, in ultima analisi, non sono rinvenibili. In altre parole, non sono identificabili nel modo in cui crediamo che siano in realtà. Non v’è alcun fenomeno esterno, così come lo crediamo. Dovremmo, a questo punto, essere anche in grado d’indagare e di trovare dei punti di riferimento nel mondo fisico. Allora, le cose si rivelano solo per delle proiezioni mentali. La dicotomia fra soggetto/oggetto è una mera illusione e non esiste. Le cose non esistono veramente, non esistono indipendentemente dalla causa che le ha prodotte.

Poiché i fenomeni dipendono dalle loro cause, e poiché mancano di una produzione indipendente, sono come illusioni.

Sua Santità il Dalai Lama

Non è tutto qui: per le altre scuole buddiste, compreso Nagarjuna, la causa dipende dall’effetto e non solo l’effetto dalla causa.

Il punto è questo: la causa dipende dall’effetto. Quindi entrambe, la causa e l’effetto, non detengono alcuna proprietà intrinseca. L’origine dipendente non significa il nulla, non significa affatto che nulla esiste. Le cose sono semplicemente esistenti in dipendenza a delle condizioni. Troviamo così, al tempo stesso, la mancanza del sé della persona e delle cose.

Per l’ultima scuola, la Madhyamika, compreso Nagarjuna, diventa del tutto chiaro, anche a livello convenzionale la mancanza d’una realtà oggettiva. Comprendendo la mancanza d’un sé, ma allo stesso tempo, quando si riferisce alla persona, cosa intende?

Le cose sono vuote perché sono dipendenti dalla loro designazione. Dato che sono semplicemente designate, di conseguenza, nega che abbiano un esistenza indipendente.

Non solo, Chandrakirti oltre a ribadire la mancanza di realtà intrinseca delle cose in quanto dipendenti dalla loro designazione (evitando così di cadere nell’estremo dell’eternalismo), contemporaneamente afferma che, in quanto dipendenti dalle loro cause, le cose almeno convenzionalmente esistono, scongiurando così di finire nel nichilismo.

Sua Santità il Dalai Lama

Questa è la via di mezzo. Le cose sono designate.

Quando s’indaga e s’identifica la conclusione è perché le cose sono designate in modo dipendente. Perciò, diciamo che le cose sono vuote, vuote d’esistenza intrinseca, d’esistere di per sé.

Ma perché è necessariamente importante trovare la natura vuota delle cose, di loro mancanza d’esistenza intrinseca?

Dato che gli esseri senzienti non desiderano la sofferenza, dal momento che la loro sofferenza dipende da questa causa, ovvero dal fatto di non trovarla, quando trovano il malinteso, la causa, allora non provano sofferenza.

Perché soffriamo quando abbiamo freddo o troppo caldo, eppure un atleta è in grado di sopportare bene elevati livelli di sofferenza pur di conquistare la vittoria, ed a quel punto la soddisfazione per aver raggiunto l’agognato traguardo non gli fa affatto sentire la sofferenza. Quindi, se ne abbiamo ben presente lo scopo, ne conosciamo la causa, possiamo riuscire ad interrompere la catena della sofferenza.

I fenomeni sono privi d’esistenza indipendente, inerente, tutto ciò che esiste lo è in quanto è vuoto, privo di natura intrinseca. Esplorando la vera causa della sofferenza, ci rendiamo conto che tutto è basato sul falso ragionamento dell’esistenza indipendente. Ci rendiamo conto, a questo punto, della necessità di stabilire l’inadeguatezza, anzi la falsità di questa realtà inerente, una vera e propria deformazione della realtà basata su diversi livelli d’ignoranza. Capire la vacuità significa comprendere la natura delle cose sottili, capire come sono effettivamente I fenomeni, e non solo come appaiono.

Aggrapparsi al sé, ci fa cadere perciò in un equivoco, basato appunto sull’ignoranza. Capire l’ignoranza, questo è ciò che dobbiamo fare, e d’ignoranza ce ne sono diversi tipi, che non sono più solo la mancanza di conoscenza, ma un fraintendimento della natura delle cose: l’incapacità di comprendere la mancanza d’una loro natura intrinseca. Dobbiamo perciò fare in modo che la nostra ricerca della vacuità sia chiara. Quando cerchiamo di comprendere la vacuità, dobbiamo concentrarci sul tipo di vacuità che si vuole indagare.

Sua Santità il Dalai Lama

Quando ci troviamo ad ideare un qualcosa di nuovo, lo definiamo come una costruzione vuota, comprendendo la vacuità giungiamo a capire l’origine dipendente.

Quindi, quando pensiamo a lunga distanza, troviamo tre livelli di dipendenza: su designazione, in dipendenza rispetto ad un qualcosa di simile, analogo all’origine dipendente, riferibile sia al mondo esterno sia al mondo interno. Tutti I fenomeni dipendono comunque dalle loro rispettive cause e condizioni. Pure I fenomeni interni, che sono soggetti a diversi livelli di consapevolezza.

Se comprendiamo l’origine dipendente, significa che la sua percezione dipende da noi, dalla nostra intuizione. È allora un fenomeno interno o esterno?

Comunque dipendono tutti dalle loro rispettive cause e condizioni. Nel caso di fenomeni interni, esiste una rete di livelli di consapevolezza a seconda dei diversi livelli di coscienza. Così come, andando a ritroso, essi dipendono l’uno dall’altro in un intreccio di livelli diversi: le cose nascono, divengono esistenti, per poi cessare d’esistere. Le esperienze, I fenomeni interni, dipendono le une dalle altre: nascono, perdurano e svaniscono.

L’origine dipendente interna, o dei fenomeni interni, a noi risulta, in particolare, correlata ai 12 anelli dell’origine dipendente. Dipendono da scenari diversi, sempre da cause e condizioni.

Sua Santità il Dalai Lama

La specifica ignoranza, cui qui ci si riferisce, è una forma di fraintendimento, di cui un aspetto è dato dalla conoscenza distorta, mentre l’altro è costituito dalle azioni non virtuose, che conducono nei reami inferiori. È l’ignoranza a confondere la funzione del carma, a farci compiere delle azioni che ci precipitano nei reami inferiori.

Lo spiegano i testi di Shantarakshita e d’Aryuadeva. Non si tratta di distinzioni basate su divisioni sensoriali, tra gli organi sensoriali ed il corpo, ma è con l’ignoranza che si sviluppano le emozioni negative, cosicché questa è la radice. L’ignoranza pervade tutte le emozioni e gli aggregati. L’ignoranza pervade tutte le emozioni affliggenti: questo è il significato dell’origine dipendente dell’ignoranza.

Quindi, da tutto ciò appare chiaro che l’ignoranza ne è la causa principale, e l’ignoranza deve essere contrastato da un potente antidoto, inserito all’interno dell’origine interdipendente, il che significa entrare dentro il significato della vacuità.

L’antidoto è rappresentato dalla comprensione dell’origine dipendente, dei 12 anelli d’esistenza dipendente.

In un altro testo di Nagarjuna, si dice: “quando si ricerca la vacuità, s’arriva a capire la vera realtà, la mancanza d’esistenza intrinseca, la vacuità. Allora sorge spontaneamente un certo tipo di compassione, che è l’elemento fondamentale. Nel nostro stato possiamo avere i semi naturali, spontanei della compassione, ma resta comunque una compassione parziale. Ma, a questo livello, è parziale, è limitata, solo concentrandoci sugli esseri senzienti, senza eccezione, è possibile estendere la compassione. Possiamo trovare due livelli di compassione: potrebbe inizialmente trattarsi del livello di compassione che desidera liberarsi dalla sofferenza. La responsabilità di voler effettivamente realizzare tale desiderio ci deve portare ad esplorare, a ricercare. Quando Nagarjuna ci spiega la natura luminosa della mente, ci offre una serie d’antidoti, riassumibili nell’esortazione a liberarsi completamente dai difetti mentali. Perciò ci spinge a non limitarci all’aspirazione di lavorare per la liberazione di ciascuno di noi, ma di farlo effettivamente! Generando quel tipo di compassione che ci spinge a sentirci vicini agli altri grazie a quella natura della mente di compassione che ci porta ad abbracciare tutti senza eccezione. Evitando così di fermarci al livello della compassione parziale, ma abbracciando invece la condizione che effettivamente ci beneficia: quella che irradia il proprio buon cuore a tutti gli esseri, senza eccezione.

Mossi dalla compassione che libera gli altri: dalla Bodhicitta.

Ma, solo quando riusciremo essere liberi del sé potremo soddisfare il desiderio di compassione e di bodhicitta. Qui vediamo due tipi d’aspirazione: l’aspirazione alla liberazione di tutti gli esseri senzienti ed allo stesso tempo la responsabilità di ottenere la Buddità per noi stessi. Queste due aspirazioni, combinate insieme, completano la Bodhicitta.

Sua Santità il Dalai Lama

Tutti i benefici, tutte le glorie, sono il risultato di beneficiare gli altri. Perciò dovrò essere in primo luogo mosso dall’intenzione di capire gli altri. Tutte le situazione del mondo sono il risultato di danni intenzionali o d’aver voluto beneficiare gli altri. Beneficiando gli altri portiamo conforto alla sofferenza. Quindi è molto importante capire quante occasioni mancate di felicità e di gioia dipendono dal completo fraintendimento della realtà. L’egocentrismo porta inevitabilmente al dolore, alla sofferenza. Con l’aiuto della saggezza discriminativa conseguiamo l’effetto di comprendere che, dividendo e discriminando gli altri non siamo certo sulla strada giusta per realizzare il Dharma. Comprendendo così la natura ultima delle cose, potenziamo l’aspirazione ad aiutare gli altri. Realizzando la vacuità unita alla compassione siamo in grado di percorrere il sentiero guadagnando le più alte positività, annullando le delusioni, le frustrazioni. Nessun altro significato positivo esiste al mondo se non la mente del risveglio, di Bodhicitta. Quanta felicità e gioia è in grado d’apportare l’attitudine altruistica, beneficiando gli altri e portando conforto alla sofferenza.

Ottenere il nirvana e la condizione di Buddha: questa è la strada. E le persone sono tanto liete di beneficiare gli altri. Così Nagarjuna dice: “Tutta la sofferenza degli altri si rivelerà una cascata di meriti per me stesso”. Beneficerò gli altri non solo come Bodhicitta, ma anche come livelli intermedi ed inferiori di beneficiare tutti gli esseri indiscriminatamente.

Quando riusciamo a coltivare la compassione estendendola a tutti gli esseri senzienti ed unendola alla vacuità, riusciamo da un lato a conseguire efficacemente il miglioramento della compassione, e dall’altro la comprensione della vacuità ha l’effetto di diminuire le illusioni. Raccogliendo i frutti positivi, coltivando la vacuità, s’ottiene il risultato di ridurre le illusioni.

Sua Santità il Dalai Lama

Da parte mia, vi devo confidare che pratico molto e ritengo molto utili gli “Insegnamenti sul Commentario sulla Bodhicitta” di Nagarjuna: è la mia pratica quotidiana, che provoca un effetto molto particolare sulla mia mente.

Ricordate bene: siamo tutti senza nessuna differenza, senza distinzione in termini di pratica dell’’altruismo. In questo senso, tutte le maggiori religioni sono uguali.

Domani terrò gli insegnamenti su un altro testo: gli Stadi Intermedi della Meditazione di Kamalashila, ovvero: come meditare nella vita quotidiana, con le posture da assumere.

Appunti a cura di LucianoVilla, Graziella Romania ed Alessandro Tenzin Villa