Copenhagen 31.05.09 Insegnamenti di S.S. il Dalai Lama, mattino

Sua Santità il Dalai Lama a Copenhagen nel 1973

Appunti, traduzione dall’inglese ed editing del Dott. Luciano Villa, dell’Ing. Alessandro Tenzin Villa e di Graziella Romania nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Risposta di Sua Santità il Dalai Lama

Quando si arriva ad un alto livello, il praticante emergerà per poi raggiungere la libertà. Parliamo di Moksha, la liberazione salvifica dalle emozioni distruttive e penso che, a quel punto, si potrà godere delle propria libertà. Come in una società democratica, è per la libertà di parola. Voi, in quanto società libera, effettivamente usufruite della vostra libertà. Non è purtroppo così in molti paesi, tra cui la Birmania.

In proposito, la storia della privazione della libertà di Aun San Su Ky è molto triste. Ella è una donna veramente coraggiosa come suo padre, un gran combattente per la libertà.

Domanda: Qual è lo scopo della filosofia e della meditazione.

Risposta di Sua Santità il Dalai Lama – …

Per modificare la nostra mentalità, la nostra opinione, per trasformare le emozioni, prima della meditazione analitica Vipassana abbiamo bisogno d’indagare, ma, prima ancora, dobbiamo cimentarci sulla meditazione univoca chiamato Samatha, in modo che la ricerca e la concentrazione vadano di pari passo, perché indagare è così importante, come ho già detto ieri. Perché la ricerca è molto importante, perché fa acquisire una chiara visione della realtà.

Senza la conoscenza della realtà, la nostra azione diventa irrealistica. Tutti i metodi devono essere realistici, un metodo irrealistico di solito non porta a nessuna meta. Esiste il pericolo di concentrarsi su temi sbagliati, e pure negativi, se prima non s’indaga opportunamente da diversi punti di vista. Da una sola dimensione non puoi vedere la realtà. Da 2, 3, 4, 6, 8 dimensioni puoi effettivamente vedere la realtà.

Pertanto, prima dobbiamo poter vedere chiaramente la realtà, per poi familiarizzarci sulla meditazione univoca.

Domanda: la sofferenza mentale e quella fisica sono diverse?

Risposta di Sua Santità il Dalai Lama

A volte la nostra mente è molto felice, tanto da dimenticarsi del dolore fisico. Se dovete fortemente raggiungere un obiettivo, come in una competizione sportiva, parlare in pubblico, fare un esame, a volte penso che fisicamente ci si sente stanchi o si proverà pure dolore, potremmo pure essere in una situazione di pericolo, ma, mentalmente saremo completamente tesi a raggiungere l’obiettivo. Il dolore fisico, quando la tua mente è felice non lo sentirai troppo.

Quando ci si sente mentalmente depressi, non c’è nessun benessere fisico che tenga, nulla potrà oscurare i bisogni della mente. Gli esseri umani hanno una gran intelligenza. È l’intelligenza che crea la felicità e la tristezza. Troppa sofferenza porta a depressione. Negli esseri umani, l’esperienza a livello mentale è molto più importante rispetto agli altri animali, che ugualmente provano la sofferenza dell’abbandono, della solitudine, della morte che ha colpito i propri piccoli e via dicendo.

Ma, per la loro intelligenza, gli umani per la grande capacità della loro mente, si creano molte speranze e, di conseguenza, molte frustrazioni.

Tra gli umani che stanno meglio, mentalmente intendo, con poche preoccupazioni (è questo che conta!), metterei quelli abituati a vivere in modo molto semplice in zone isolate.

Sua Santità il Dalai Lama s’aggiusta il microfono pulisce gli occhiali

Domanda: (impecisata)
Risposta di Sua Santità il Dalai Lama

Forse quando ho dato questa spiegazione eri un po’ in preda al sonno. Ne ho già abbondantemente parlato ieri. Richiamarsi alla vacuità non significa affatto riferirsi al nulla, ma all’origine interdipendente, al riconoscimento della mancanza del sé indipendente. Il Buddha non fa affermazioni incongruenti. Il Buddha interpreta la realtà, la vaglia attentamente per giungere a delle affermazioni ben ponderate. Il vero motivo per cui non esiste il sé indipendente consiste nel fatto che per esistere necessita di cause e condizioni. Come posso negare l’esistenza di questo tibetano, di questa persona? I tibetani non sono sciocchi, questa è la realtà. Se negassi l’esistenza d’un qualsiasi sé, sarei sciocco, perché cadrei nel nichilismo. Viceversa, se dovessi ammettere l’esistenza d’un sé intrinseco finirei per cadere nell’altro opposto: l’eternalismo. Perciò guardiamoci bene dal cadere in questi due opposti! Quel è che qui si nega è solo l’esistente intrinseca del sé.

Domanda: come si fa a gestire correttamente le emozioni negative?

Risposta di Sua Santità il Dalai Lama

Le emozioni disturbanti (in tibetano: gnom) si pongono in antitesi, anzi sono l’ostacolo alla pace mentale (in tibetano: rabten). Possiamo distinguere nel nostro continuum mentale due tipi d’emozioni affliggenti: uno che potremmo chiamare di tipo cognitivo ed un altro che non lo è affatto. Emozioni come l’attaccamento, l’odio, la rabbia, sono inquadrabili nella categoria di tipo non cognitivo. Il corrispondente antidoto contro l’odio è la pratica dell’amore e della compassione. L’antidoto contro l’attaccamento è l’equanimità o la repulsione verso l’oggetto. L’antidoto ha proprio la funzione di far sorgere un senso di repulsione contro l’oggetto che riteniamo attraente. L’antidoto è anch’esso un mezzo di tipo non cognitivo. Tutte queste derivano dall’ignoranza, da cui sorge l’attaccamento.

Le emozioni affliggenti di tipo cognitivo non sono fondamentali. Così tra queste due categorie rivestono un’importanza fondamentale le emozioni non cognitive. Il concetto d’afferrarsi all’IO, d’attaccamento all’io, diventa molto chiaro quando comprendiamo che, senza eliminare la nozione dell’io, non possiamo effettivamente dire se sono o meno arrabbiato. Solo guardando l’oggetto sulla base dell’attaccamento all’io, quell’oggetto mi apparirà orribile e quindi repulsivo, o, viceversa, estremamente apprezzabile e quindi molto desiderabile, solo se siamo dominati da una forte nozione dell’io. Quel tipo d’emozione dell’io alimenta le emozioni affliggenti e configura una modalità d’esistenza indipendente. Questo afferrarsi all’IO rappresenta un qualcosa d’irrealistico circa la natura delle Io stesso. Quando osserviamo un certo oggetto, inevitabilmente ci esprimiamo in merito. Quando vediamo qualcosa d’interessante o di repulsivo, si tratta sempre d’un impressione soggettiva. Ed è molto irrearealistico basarsi su quel tipo di emozioni di io.

Sua Santità il Dalai Lama

Questo è particolarmente vero nella vita quotidiana. Qualcuno è meno incline alla emozioni affliggenti, è il caso degli animali, la nozione di io, di sé, è vera o corretta, ma ciò che si deve intendere è la non esistenza di un sé autonomo. Si tratta d’un processo d’acquisizione, della comprensione appunto della mancanza del sé, da realizzarsi gradualmente, tramite il ragionamento, la verifica, l’indagine in un processo di meditazione analitica.

V’è una storia sul viaggio in Tibet nell’VIII secolo del gran maestro Shantarakshita. “Dopo la mia morte, potrà qui sorgere una visione diversa della pratica buddista”. Questo fu il messaggio che il gran saggio di Nalanda fece presente all’Imperatore tibetano Trisong Detseng, al quale unì una richiesta proveniente dal profondo del suo cuore: “ Quando non ci sarò più, per favorire la diffusione del Dharma, invitate il mio discepolo Kamalashila, che saprà dare dei buoni insegnamenti”. Così, molti seguirono Shantarakshita, e ne furono talmente soddisfatti al punto d’invitare ripetutamente il suo discepolo Kamalashila.

Come Shantarakshita offrì i suoi consigli, così a quel tempo, naturalmente, il buddismo dopo una generazione iniziò a prosperare. Ma il Buddhismo fiorì prima in Cina e, proprio sulla meditazione univoca si fece strada un orientamento diverso. Fu Kamalashila a scrivere “Gli stadi intermedi della meditazione”, la cui interpretazione analitica è un compito importante. Shantarakshita stesso sosteneva l’importanza della meditazione analitica.

In Cina coesistono infatti due indirizzi: l’uno affine e favorevole alla meditazione analitica, l’altro caratterizzato dalla meditazione zen o meditazioni di quel genere. Il che è ovviamente positivo, pur trattandosi comunque d’una meditazione univoca.

Quindi, ci siamo resi conto che per praticare la meditazione analitica, dobbiamo sviluppare la nostra intelligenza. Perché solo con la meditazione analitica riusciamo a sviluppare le nostre capacità intellettive, mentre con la sola meditazione univoca possiamo cadere nel torpore mentale.

Al che, ne consegue l’importanza di dedicarsi allo studio dei testi di questi grandi maestri.

Sua Santità il Dalai Lama

Queste due pratiche, Shamata e Vipasssana, erano comuni alle antiche scuole buddiste e non Buddhiste in India, come pure i tre metodi di formazione, rispettivamente basati sulla pratica della moralità, della meditazione univoca e della meditazione analitica. Il che comprende anche la teoria dell’origine dipendente in termini di causalità.

È questo il metodo per eliminare le cause del samsara e quindi le cause della sofferenza. Quindi, prima Kamalashila si concentra innanzitutto sulla moralità, l’etica, per poi dedicarsi alle ultime due, concentrandosi su Shamata e Vipassana.

Questo processo è condiviso anche da altre religioni: non teistiche e teistiche: ebraica, mussulmana e cristiana.

La meditazione univoca è tipica anche dei primi cristiani. Gli ortodossi praticano in certi monasteri una specie di samadhi. Le antiche tradizioni non buddhiste dell’India praticavano una specie di Vipassana.

L’insegnamento Buddista viene illustrato in termini delle Quattro Nobili Verità: la visione consolidata della legge di causalità che analizza e giunge ad identificare il modo per eliminare le cause della sofferenza.

Alcuni amici cristiani mostrano interesse per la meditazione univoca.

Mentre, nel nostro caso, la meditazione analitica deve entrare nella routine della vita quotidiana.

Di questa n’esistono due categorie: una che si focalizza su un oggetto particolare ed un’altra che si concentra su un processo mentale.

La prima, soffermandosi su un particolare oggetto, opera al suo interno delle suddivisioni, distinguendone proprie funzioni, di cui la principale è la focalizzazione sull’oggetto, finalizzata ad investigare qualsiasi processo mentale, il quale è indagato tramite la concentrazione univoca in base al processo mentale dell’analisi discriminativa.

Nel secondo caso si considera un processo mentale, la cui comprensione comporta l’investigare, studiare, capire. Si tratta d’un processo che favorisce il completo sviluppo delle capacità mentali. In ogni evento mentale sono presenti dei processi mentali, che intervengono sia nella concentrazione univoca, sia in quella analitica. Nel processo mentale della saggezza che trovate ben illustrato nell’Abhidharma, il testo d’Asanga, l’obiettivo principale è focalizzato sulla concentrazione, ma esiste anche un altro tipo d’oggetto quando si raggiungono livelli più avanzati nella coltivazione di Shamata.

Sua Santità il Dalai Lama

Nella concentrazione univoca ci si può avvalere sia d’oggetti interno che esterni. In un caso possiamo scegliere la vacuità: questo è il modo di coltivare, attraverso la concentrazione, l’utilizzo della visione come oggetto. È come l’oggetto della borsa di studio, il quale è finalizzato a coltivare la conoscenza in un determinato settore.

Possiamo, nel nostro caso, prendere il Buddha come oggetto di meditazione. Consiglio d’avvalersi sempre d’un oggetto, in modo d’introdurre freschezza nella meditazione. Qualcuno potrebbe anche prendere la mente stessa, vedendone il continuo, riuscendo così a bloccare l’errata concezione dei pensieri, e trovandone il cambiamento dell’attività mentale.

Esiste inoltre la possibilità di fare un’esperienza sulla mera natura ultima, luminosa della mente. Esiste davvero la possibilità d’arrivare a quel punto: quando facciamo l’esperienza di quella mente radiante che consegue la natura vera della mente, dimostrando d’essere in grado di perseguire la concentrazione della mente sull’oggetto. Il che è particolarmente proficuo per chi desidera raggiungere la concentrazione su un oggetto vuoto, come coltivare Vipassana e Shamata sulla base della vacuità. Il che è connesso, in particolare, nel caso della vacuità, alla comprensione d’un ego non sostanziale.

Ed, in tal modo, parlo di ciò, insegnando la distinzione tra i fenomeni e la natura, il che ci porta a stabilire la natura della vacuità. La comprensione della vacuità è in rapporto con la natura di tutti i fenomeni. La semplice negazione di un particolare oggetto è la meditazione sui fenomeni. L’esperienza di arrivare alla vacuità è rappresentata dalla semplice negazione della forma, d’un qualcosa d’effimero, di transitorio, sulla base d’un esperienza di semplice negazione.

Sua Santità il Dalai Lama

Quando facciamo questa meditazione giungendo ad un quadro descrittivo molto chiaro, la pratica della meditazione univoca shamata, è bene evitare le fonti di eccessivo rumore perché questo sarebbe d’ostacolo.

È, ad esempio, opportuno non essere coinvolti in molte attività, evitare d’essere in preda a troppi desideri. Vi sono anche alcuni requisiti da rispettare, come evitare di mangiare la sera.

Le Scritture pongono altre limitazioni ai monaci,quali l’evitare d’assumere cibo, una volta che si abbia assunta la postura di meditazione a gambe incrociate, non muovere le mani nella meditazione.

La posizione corretta è la postura a gambe incrociate del Buddha Vairochana, ad occhi semichiusi, il capo non troppo reclinato in avanti né all’indietro, il respiro normale, non rumoroso, seguendo il respiro man mano che si visualizzano gli oggetti di meditazione. Quindi, con quest’atteggiamento, si può modellare la postura, focalizzandoci non solo sull’inspirazione e l’espirazione, ma provando a sentire la sensazione che ne deriva, mentre, mentalmente osservate e seguite gli atti respiratori, potete anche contarli. Contate dieci, venti volte, fintantoché la mente si è trovata completamente concentrata su quel preciso punto. Rimanete nella concentrazione univoca, passando a considerare oggetti sempre più sottili, come la mancanza del sé. Perseguendo lo scopo di coltivare gli stadi della calma dimorante, possiamo conseguire quella condizione che chiamiamo piazzamento interiore focalizzato sull’oggetto profondo di meditazione, stando attenti ad individuare il momento in cui la mente sta per cadere nel torpore o nella distrazione. Osserviamo la tendenza della mente ad essere disturbata e distratta da altri oggetti. Se vi rendete conto che vi subentra il torpore, pensate alle buone qualità dell’oggetto, quindi ritornate all’oggetto in sé. L’antidoto al torpore sono le buone qualità del Buddha.

Sua Santità il Dalai Lama

Qual è lo scopo di quest’impegno? La calma dimorante, la duttilità mentale e fisica, che ci permettono d’ottenere elevate capacità mentali di concentrazione su oggetti profondi attraverso lo sviluppo di pregevoli attitudini e di flessibilità mentale. Senza calma dimorante dobbiamo affrontare alcuni vincoli fisici e mentali.

Questi obiettivi devono essere raggiunti e gradualmente praticati. Quando si consegue la calma dimorante, allora l’oggetto da focalizzare maggiormente è la natura vuota dei fenomeni. Gradualmente impegnandosi, a quel livello di meditazione si raggiunge la concentrazione sull’oggetto. Per conseguire il calmo dimorare occorre realizzare la vacuità: per questo motivo si persegue la coltivazione della vacuità su base meditativa. Quando si raggiungono certe comprensioni della vacuità a livello contemplativo ma non a livello meditativo è perché non abbiamo conseguito shamata: la meditazione univoca, che gradualmente ci porta alla percezione diretta della vacuità, eliminando così le emozioni affliggenti. La percezione diretta ci porta infatti sul sentiero degli esseri superiori: il primo terreno del Bodhisattva che dissipa gli ostacoli al nirvana.

Si può raggiungere il livello di comprensione della vacuità grazie allo studio, alla contemplazione, ma non il livello di meditazione senza Shamata, quello della meditazione univoca. In altre parole con Shamata siamo in grado di arrivare alla percezione diretta della vacuità, eliminando così le emozioni affliggenti. Con la Bodhicitta, conseguendo il primo Bumi, o primo terreno o livello del Bodhisattva, otteniamo la capacità d’iniziare effettivamente a sradicare gli ostacoli al nirvana, incamminandoci così nel sentiero degli esseri superiori. I successivi sette Bumi portano alla liberazione dagli ostacoli all’onniscienza, in modo da permettere di percorrere fino in fondo il sentiero verso l’illuminazione. Quando si conquista il calmo dimorare, la diretta percezione della vacuità, si consegue un impatto molto positivo nei confronti delle emozioni affliggenti.

Sua Santità il Dalai Lama aggiunge che, anche qualora dovessimo perdere la concentrazione mentale, siamo in grado di sviluppare in primo luogo la calma dimorante e, quindi, l’interiorizzazione speciale.

Quindi, ora, in conclusione, desidero consigliare a coloro che si considerano buddisti ma, al tempo stesso, sinceri cristiani ed agli altri, di non pensare tanto ai Tre Gioielli (il Buddha, il Dharma e Sangha) quanto al fatto che anche voi avete i Tre Gioielli del Cristianesimo, intesi come Trinità. Ricordate innanzitutto che dovete prender rifugio nell’amore. Le preghiere sono determinanti nel processo di sviluppo d’infinito altruismo. Vi prego di tener presente che dobbiamo essere intenti a sviluppare l’infinito altruismo, quindi, pensiamo: “per ora, se mi sarà possibile, aiuterò gli altri il più possibile e, se non ci riuscirò, mai nuocerò agli altri”. Visualizzate pertanto di fronte a tutti noi buddisti, il Budda, Nagarjuna e tutti gli altri maestri buddisti. Pure i cristiani, visualizzate il Cristo, Maria e tutti i grandi santi, credo che i Mussulmani possano visualizzare la Mecca, Allah. Anche voi non credenti, se lo desiderate, se siete interessati, potete pensare che lo scopo stesso della nostra vita è la felicità. Perciò m’impegno a coltivare l’altruismo ed a sviluppare per tutta la mia vita la mente dell’altruismo. Sviluppiamo ogni giorno una pratica quotidiana basata sull’altruismo.

E le persone che non sono interessate pensino pure ad altro.

Ora recitiamo tutti insieme questo verso (il 55) del Capitolo 10 Dedica, della Guida allo stile di vita del Bodhisattva di Shantideva.

Fintanto che vi sarà lo spazio

ed esisteranno esseri senzienti,

possa io essere presente per eliminare le sofferenze del mondo.

Sua Santità il Dalai Lama

Quelli che sono veramente interessati devono porre più attenzione alla loro vita d’ogni giorno, stando attenti al momento in cui stanno per sviluppare attaccamento e bramosia, rabbia, invidia, gelosia: in quel momento dovranno pensare che tutti gli esseri provengono dallo stesso dio che creò tutti gli esseri. Perché dovrebbero allora farsi del male?

Nella nostra vita quotidiana dovremo insomma sforzarci di non sviluppare rabbia, pensando che gli altri esseri, nostre sorelle e fratelli, provengono dallo stesso seme.

Perciò la nostra vita quotidiana dovrebbe essere più piena di significato.

Per coloro che non sono interessati ai temi religiosi, questo pomeriggio, nel mio discorso pubblico toccherò l’argomento delle basi delle cause della felicità nella nostra vita quotidiana.

Dopo il pranzo, quando ci sentiamo più a nostro agio: questa è la prova del sé interconnesso a cause e condizioni.