5 Commentario di Sua Santità il Dalai Lama alla Preziosa Ghirlanda di Nagarjuna

Sua Santità il Dalai Lama: Sia la conoscenza che la consapevolezza sono molto importanti per assicurarci d’aver successo per vivere uno stile di vita eticamente disciplinato.

Commentario di Sua Santità il Dalai Lama alla Preziosa Ghirlanda “Ratnavali” di Nagarjuna alla UCLA University of California, Los Angeles USA, 5-8 giugno 1997. Traduzione del Dr. Luciano Villa nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings, per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Quinta parte.

Sua Santità il Dalai Lama

Ogni volta che dò istruzioni sul Buddismo, dico sempre che l’intero insegnamento del Buddha potrebbe essere riassunto in due principi: (1) coltivare la visione della natura interdipendente della realtà e (2) adottare una forma di comportamento che non danneggi gli altri. Questi due principi rappresentano l’intera essenza degli insegnamenti del Buddha.

La serie successiva di strofe pone diversi interrogativi.

Come possiamo affermare che l’omicidio, il furto e la menzogna siano negative, in quanto provocano dolore, se certe azioni, che si dice siano negative, possono anche portare una certa soddisfazione per chi le compie? Ad esempio, chi ha ucciso o rubato potrebbe, per un breve periodo, provare soddisfazione. Quindi, si potrebbe sostenere che queste azioni potrebbero non essere sempre negative.

14. La vita breve deriva dall’uccidere.

L’abbondante sofferenza deriva dal danneggiare.

La scarsità di risorse deriva dal rubare.

I nemici derivano dall’adulterio.

15. Dal mentire sorge la critica ingiusta.

Dalle parole intese a separare, la divisione dagli amici.

Dalla durezza, l’udire cose spiacevoli.

Dall’insensatezza, il non rispetto della propria parola.

16. La bramosia distrugge i desideri,

l’intento di nuocere produce paura.

Le visioni errate conducono a visioni cattive.

E il bere conduce alla confusione della mente.

17. Dal non dare deriva la povertà,

dai mezzi scorretti di sostentamento deriva l’inganno,

dall’arroganza un cattivo lignaggio,

dalla gelosia poca bellezza.

18. Il brutto colore deriva dalla rabbia,

la stupidità dal non interrogare il saggio.

Questi sono effetti per gli umani,

ma prima di tutto è una cattiva trasmigrazione.

19. Opposto ai ben noti

frutti di queste non-virtù

è il sorgere di effetti

causati da tutte le virtù.

Nagarjuna affronta quella domanda mostrando come tutte queste azioni siano negative e portino a conseguenze indesiderabili per l’autore, e, nella strofa 18, suggerisce che “alla base di tutte queste cose c’è una rinascita negativa”, suggerendo che queste azioni negative – se il le azioni sono fatte con forte emozione, grande intensità e motivazione fredda e calcolata – quindi il risultato carmico di questi atti porta alla rinascita negli stati inferiori dell’esistenza, anche se uno rinasce come essere umano, questi atti portano a conseguenze indesiderabili. Questo è descritto nelle strofe dalla 14 alla 19.

L’ultima strofa indica che quando ti astieni da queste azioni negative, puoi avere risultati positivi, se ti astieni dall’omicidio, avrai una lunga vita. Se ti astieni dalla violenza, non sarai oggetto di violenza.

20. Desiderio, odio e ignoranza e

le azioni da essi generate sono non virtù.

Non desiderio, non odio e non ignoranza

e le azioni da essi generate sono virtù.

La strofa 20 riassume cosa s’intende per azioni negative o non virtuose e per karma positivo o virtuoso, in termini di negativo o positivo, nel senso che un’azione conduce alla liberazione o meno.

21. Dalle non virtù provengono tutte le sofferenze

e così pure tutte le cattive trasmigrazioni,

dalle virtù (provengono) tutte le trasmigrazioni felici

e i piaceri di tutte le vite.

22. Desistere da tutte le non virtù

e impegnarsi sempre nelle virtù

col corpo, la parola e la mente:

queste sono chiamate le tre forme della pratica.

23 . Attraverso queste pratiche, ci si libera dal diventare

un essere infernale, uno spirito affamato o un animale.

Rinato come essere umano o come dio, si ottiene

ampia (grande) felicità, fortuna e dominio.

Le strofe successive riassumono la definizione di cosa si intende per azione negativa e che cos’è un’azione positiva, sulla base del tipo di effetto che produce. Quelle azioni che producono felicità e rinascita positiva sono virtuose. Ci sono tre porte da cui si commettono le azioni: il corpo, la parola e la mente. Il testo dice che i Dharma qui riportati devono essere commessi nel rispetto del giusto tipo di codice etico per il corpo, la parola e la mente. Poi si legge che se uno si impegna in un modo dharmico di condotta di vita, non solo si otterranno forme più alte di esistenza nella prossima vita, ma in quella vita si otterranno anche risultati come felicità e meno sofferenza.

24. Attraverso le concentrazioni, incommensurabili, e l’assenza di forma

si sperimenta la beatitudine di Brahma e così via.

Così, in breve, sono le pratiche

per gli stati elevati e i loro frutti.

La strofa 24 spiega che nel regno degli stati illuminati ci sono stati più elevati di esistenza corrispondenti ai livelli di coscienza e sottigliezza della concentrazione. E ci sono anche quattro livelli di concentrazione e regni senza forma, indipendentemente dal fatto che esistano o meno nel mondo oggettivo. Tuttavia, è vero che quando ci avviciniamo più profondamente ai più sottili livelli di coscienza, si acquisisce un certo grado di tranquillità, un corrispondente livello di libertà dall’inquietudine concettuale che sembra dominare le nostre menti negli stati ordinari dell’esistenza. Quindi, rispetto ai pensieri dell’individuo nel regno dell’esistenza, si dice che quegli individui che vivono nei regni senza forma sono ad un livello in cui questi sono ad un grado di tranquillità e libertà dai livelli grossolani di afflizione della mente, illusioni e così via.

All’interno degli stati senza forma ci sono diversi livelli di sottigliezza. Ad esempio, nelle Scritture, c’è una menzione di uno stato senza forma che si dice sia spazio infinito. Quindi lo stato successivo è la coscienza infinita, che è ancora più sottile dello spazio infinito, e poi lo stato di non osservazione del nulla, che è detto essere più sottile dello stato di coscienza infinita. E si afferma pure che il più alto livello dei regni senza forma è il più sottile.

Il punto è che, come risultato di impegnarsi in diverse forme di stati di concentrazione e di stati meditativi d’assorbimento della mente, si possono raggiungere livelli corrispondenti di sottigliezza della coscienza.

Nel Prajna Paramita http://www.sangye.it/altro/?p=206 [Sutra della Saggezza Trascendente], c’è menzione di diversi yana o veicoli. C’è una discussione sui veicoli umani e sui veicoli deva [“radianti”] e sui veicoli Brahma [in questo contesto, la realtà ultima divina]. E tutte le pratiche di coltivazione di queste forme e regni senza forma si dice che siano il veicolo di Brahma, riferendosi a livelli di tranquillità. Si può dire che la pratica delle dieci azioni virtuose e dei sei Dharma di cui abbiamo parlato fa parte dello yana o veicolo umano. Ed in corrispondenza alla diversità delle qualifiche concettuali, ci sono diverse forme di yana o esistenza.

Abbiamo le domande pronte? [La risposta è no]. In tal caso, continuerò a leggere dal testo e potrete preparare le domande per domani. Potete scrivere le domande su un pezzo di carta e darle agli organizzatori e domani ci occuperemo di loro in una delle sessioni.

Parte IX

25. I Conquistatori hanno detto che

le dottrine della bontà definita

sono profonde, sottili e spaventose

per le persone puerili, che non sono erudite.

Dal strofa 25 la discussione si sposta sul Dharma e su tre pratiche associate relative al raggiungimento di ciò che il testo chiama il bene supremo. Il bene più alto qui si riferisce alla liberazione o al nirvana. E si dice che sia il bene supremo nel senso che la liberazione costituisce la realizzazione definitiva e la felicità ed è anche positiva in tutti i suoi aspetti.

Ora la domanda è: perché la liberazione o il nirvana sono considerati il bene supremo? Qui la mia spiegazione è dal punto di vista della filosofia Madhyamaka [la Scuola della Via di Mezzo di Nagarjuna]. Si dice che sia il bene supremo perché la liberazione o il nirvana è costituito dal totale superamento o eliminazione dello stato di esistenza caratterizzato dall’ignoranza e dalla schiavitù dell’aggrapparsi al sé. Fintanto che si rimane in uno stato in cui ci si aggrappa all’autoesistenza, non c’è un vero scopo per una gioia o felicità duratura, perché un tale individuo rimane nella schiavitù del karma e delle afflizioni della mente. Pertanto, qualsiasi sforzo verso la totale libertà da quel tipo di schiavitù costituisce veramente la più alta forma di conseguimento.

Le Quattro Nobili Verità

Quando il Buddha insegnò le Quattro Nobili Verità http://www.sangye.it/altro/?p=6194 insegnò la prima verità, la verità della sofferenza, in termini di descrizione delle quattro caratteristiche della sofferenza. La prima è l’impermanenza. Il fatto che l’esistenza negli stati non illuminati sia transitoria, in definitiva insoddisfacente, c’è la vacuità [Skt. Sunyata] e c’è un’assenza di autoesistenza. Quando parliamo di impermanenza, in senso convenzionale, si può averne una comprensione grossolana in termini di continuum della vita. Ma questa è una comprensione grossolana della natura transitoria.

La natura transitoria insegnata qui come una delle caratteristiche cardine dell’esistenza dovrebbe essere vista nei termini del suo processo dinamico, della sua natura in continua evoluzione. È momentanea, ma anche nelle stesse istanze individuali, nel momento in cui vengono in essere sono della natura della disintegrazione. Non è come se le cose venissero improvvisamente ad essere e poi qualche terza condizione o qualche altro fattore le faccia cessare di esistere. Non è questo il caso. Qualunque sia il fenomeno che si manifesta, nello stesso istante in cui nascono, nascono con il meccanismo completo per la loro disintegrazione.

Si potrebbe dire che la stessa causa che li crea, crea anche la distruzione dei fenomeni, in modo che il seme o il meccanismo per la disintegrazione sia costruito all’interno dei fenomeni stessi. Quindi ora applichiamo a noi stessi quel sottile significato di impermanenza in una forma non illuminata. Stiamo quindi parlando di una comprensione del processo causale, in cui le due cause primarie sono il karma negativo e le afflizioni della mente. Alla base di tutte le afflizioni della mente c’è la causa radice cardinale, che è descritta come avidya o ignoranza.

La stessa parola avidya o ignoranza mostra in sé uno stato che non si può davvero sostenere come positivo. Si dice che sia fondamentalmente confuso, quindi, sicuramente non può essere uno stato desiderabile. Il punto è che se si dice che la nostra esistenza è completamente determinata e condizionata da quel modo fondamentalmente imperfetto di vedere il mondo, come può esserci spazio per una libertà duratura o una pace duratura? Pertanto, diventa cruciale vedere se l’advidya o l’ignoranza fondamentale può essere eliminata.

Ora, naturalmente, all’interno della tradizione buddista ci sono opinioni divergenti su quale sia la natura dell’ignoranza. Maestri come Asanga http://www.sangye.it/altro/?p=5017 [il filosofo buddista propulsore della scuola di Yogacara e della dottrina della “Sola Mente”] facevano distinzioni tra l’afferrarsi al sé: la mente che, da una parte, si afferra all’auto-esistenza e, dall’altra, all’ignoranza. Asanga, e altri come lui, vedevano l’ignoranza più in termini di uno stato inattivo, un mero non-sapere, mentre altri pensatori buddisti come Dharmakirti http://www.sangye.it/altro/?p=7077 [un logico buddista] e molti filosofi Madhyamaka definivano l’ignoranza come uno stato attivo di mis-conoscenza, in relazione ad un modo distorto di percepire al mondo. In questo senso, la stessa mente autoafferrante o che si afferra ad un sé autoesistente: è l’ignoranza fondamentale. A partire dall’ultimo punto di vista, la ricerca della libertà dal Samsara [il ciclo di nascita e morte alimentato dall’ignoranza] diventa davvero la ricerca per dissipare l’ignoranza e la sua apprensione mortale.

Si potrebbe dire che questa ignoranza fondamentale è il nemico definitivo dentro di noi. Come indica il Bodicaryavatara di Shantideva http://www.sangye.it/altro/?cat=15 o “Guida allo stile di vita del Bodhisattva”, il potere e l’entità del danno che il nemico interno può infliggerci dovrebbe farci considerare l’ignoranza come il nemico più definitivo o ultimo e più interiore che noi combattere.

Quando parliamo d’ignoranza, dobbiamo sapere che, in larga misura, è un qualcosa di naturale ed innato dentro di noi ed a volte questo modo naturale di vedere la vita può essere rinforzato dalla speculazione filosofica. Quindi, quando viene insegnato l’insegnamento buddhista dell’anatma o del non-sé, spesso può creare un senso di disagio dentro di noi. Poiché l’attaccamento all’autoesistenza è così profondamente radicato in noi, la riflessione sull’insegnamento buddhista fondamentale dell’Anatma può crearci qualche disagio. Soprattutto per coloro nei quali questo intrinseco autoafferrarsi od attaccamento al sé inerente è ulteriormente rafforzato dalla speculazione metafisica: per loro il senso di disagio può essere persino maggiore.

Posso raccontarvi una storia di un indiano del Bihar, che in seguito divenne buddista e fece parte dell’ordine monastico. Un giorno gli stavo insegnando la dottrina di anatma, del non-sé, e, quando gli dissi che il buddismo rifiuta il concetto di anima, rimase letteralmente scosso. Quindi questo mostra come una genuina riflessione su questo fondamentale insegnamento buddhista del non-sé possa andare contro i modi profondamente radicati di vedere il mondo.

Questo è ciò che si intende nella strofa 26, dove si legge, “l’insegnamento sulla mancanza del sé terrorizza l’infantile. / Per il Saggio, pone fine alla paura”.

26. “Io non sono. Io non sarò.

Io non ho. Io non avrò.”

Questo spaventa tutti gli sciocchi

ed estingue la paura nel saggio.

Per i saggi, l’insegnamento sulla mancanza del sé mostra davvero che c’è una porta per uscire da questa condizione di trovarci in uno stato di esistenza non illuminato.

Nel strofa 27, si legge che,

27. Colui che parlò solo per aiutare gli esseri

disse che tutti gli esseri

sono sorti dalla concezione dell’io

e sono avviluppati dalla concezione del mio.

Dato che è questo attaccamento al concetto di auto-esistenza che dà origine a forme di esistenza non illuminate, il Buddha ha insegnato, per compassione per tutti gli esseri senzienti, il percorso che libera tutti noi da quella schiavitù. Il percorso qui si riferisce al percorso del non-sé.

Quindi partiremo da questo. A quelli tra voi che hanno interessi più profondi in ciò che abbiamo discusso finora, suggerirei di rileggere le sezioni che abbiamo trattato oggi, cercando di riflettere sui loro significati. Quindi, in questo modo, otterrete un beneficio maggiore.

Poiché il processo di comprensione ha luogo per diversi livelli di comprensione, e nelle Scritture c’è una descrizione di una procedura in cui si arriva a una comprensione derivata dallo studio e dall’ascolto e che può quindi svilupparsi nel secondo livello di comprensione, che è la contemplazione, che va al terzo livello di comprensione attraverso la meditazione. Nel primo livello di studio, l’ascolto, l’importante è essere in grado di allenarsi e concentrarsi quando si ascolta e si studia in modo da approfondire la propria visione. Ecco perché nei sutra si consiglia di ascoltare attentamente per depositare a livello del cuore ciò che hai ascoltato. Quindi, è ascoltando attentamente ed usando la propria consapevolezza che si può quindi memorizzare ciò che si è appreso.

Sia la conoscenza che la consapevolezza sono molto importanti per assicurarci d’aver successo per vivere uno stile di vita eticamente disciplinato. Quindi, quando parliamo di mindfulness [Pali: anapanasati, letteralmente, consapevolezza del respiro], non parliamo di essere sempre autocoscienti, ma piuttosto di una prontezza di fondo. In modo che siamo sempre vigili, in modo che quando ci troviamo di fronte a situazioni che richiedono un giudizio etico, a causa della nostra consapevolezza di fondo, siamo istintivamente in grado di rispondere nel modo giusto, perciò, senza conoscenza, non sapremo come meglio agire o qual’è il modo etico di agire. Quindi, quando c’è conoscenza, ma non consapevolezza, questa conoscenza non è utile, quindi avrete bisogno sia di conoscenza che di consapevolezza.

Questo è tutto, finiremo la sessione con una preghiera di dedica.

[Il Dalai Lama guida i monaci sul palco nel recitare una breve preghiera in tibetano].

[in inglese] Grazie, buona notte. [Applausi]

FINE DEL GIORNO