7 S. S. Dalai Lama Los Angeles, CA 2000 Insegnamenti su “Linee di esperienza” di Je Tzongkhapa e “La Lampada” di Atisha

Sua Santità il Dalai Lama: Una volta che hai compreso la natura della sofferenza in relazione alla tua stessa esistenza in questo modo, puoi estendere la tua comprensione per vedere che tutti gli esseri senzienti soffrono della schiavitù delle afflizioni.

7 Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Los Angeles, CA 2000 su “La Lampada sul Sentiero per l’Illuminazione” di Atisha Dipamkara e “Linee di esperienza” di Lama Tsongkhapa. Traduzione non revisionata del Dott. Luciano Villa, nell’ambito del Progetto “Free Dalai Lama’s Teachings” per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Ci scusiamo per qualsiasi errore od omissione.

Sua Santità il Dalai Lama: Osservare la legge del karma

Una volta che hai preso rifugio nei Tre Gioielli, la tua principale responsabilità è d’osservare la legge del karma e d’astenerti dalle dieci azioni negative.

La strofa 11 conclude: “Inoltre, ciò dipende dall’aver correttamente riflettuto sui risultati delle azioni bianche (positive) e delle azioni nere (negative) e dall’aver correttamente messo in pratica ciò che deve essere adottato e ciò che deve essere abbandonato. Io stesso, uno yoghin, ho praticato in questo modo. Anche voi, che cercate la liberazione, fate altrettanto.”

Esistono diversi tipi di azioni karmiche e vari modi di categorizzarle. Poiché condividiamo tutti la stessa natura fondamentale, che è l’aspirazione naturale d’essere felici e non soffrire, le azioni che portano alla felicità sono generalmente considerate positive e, o virtuose, mentre le azioni che portano al dolore ed alla sofferenza sono generalmente considerate negative o non virtuose. Pertanto, è nella loro relazione causale con la felicità e la sofferenza che si fa la distinzione tra azioni positive e negative, o virtuose e non virtuose.

Rispetto al mezzo attraverso il quale queste azioni positive e negative sono create, abbiamo azioni di corpo, parola e mente. Gli atti karmici coinvolgono molteplici fattori, come la motivazione iniziale: lo stato mentale che spinge un’azione-oggetto dell’azione, l’esecuzione dell’atto stesso e lo stato d’animo al termine dell’atto. La natura del karma creato da un’azione varia a seconda che questi fattori siano virtuosi, neutrali o non virtuosi durante le quattro fasi. Possono esserci azioni completamente non virtuose ed azioni completamente virtuose, ma anche azioni che sono in parte virtuose ed in parte non virtuose e anche azioni che sono neutre.

La legge del karma rientra nella legge generale della causalità. Ciò che distingue la legge karmica di causa ed effetto da quella più generale è il coinvolgimento degli esseri senzienti. La legge del karma si riferisce ad un nesso causale all’interno del quale un essere senziente agisce con intelligenza e motivazione. Questa motivazione imposta alcune azioni in movimento, che poi portano a determinate cause e risultati. Nel discutere il karma, quindi, devono essere presi in considerazione i molteplici fattori come la motivazione, l’esecuzione dell’atto e così via, come menzionato sopra. Tutti questi fattori giocano un ruolo nel determinare la natura del karma creato. Ogni volta che si verifica un atto karmico, sia esso fisico, verbale o mentale, l’atto stesso dura solo fino al suo completamento, ma le sue conseguenze possono sorgere molto più tardi. Alcuni karma maturarono durante la vita in cui furono creati, altri nella prossima vita ed il resto in vite successive.

Si pone ora una domanda importante nell’ambito del discorso filosofico buddista: qual’è il fattore che collega l’atto karmico iniziale alla sua fruizione? Per spiegare questo, c’è la nozione di “propensione” o “impronte” karmiche, il che significa che, anche se una volta che è stato completato, un atto è finito, la sua impronta, o potenzialità, rimane. C’è molta discussione nella letteratura buddista sulla questione di dove è memorizzata questa impronta. Molti pensatori buddisti sostengono che le propensioni karmiche sono immagazzinate e trasportate nella coscienza. Quando osserviamo gli insegnamenti sui Dodici Anelli dell’Origine Dipendente, scopriamo che l’ignoranza fondamentale dà origine ad atti di volontà. Il karma lascia un’impronta sulla coscienza e la coscienza dà origine ai collegamenti successivi. Pertanto, in questo contesto, è la coscienza che è la depositaria di impronte karmiche. Tuttavia, ci sono momenti nella propria esistenza in cui si è totalmente privi di attività cosciente, come quando un meditatore è completamente assorbito nell’equilibrio meditativo univoco sulla realizzazione diretta della vacuità. In quello stato, non una singola parte della mente della persona è inquinata, perché il meditatore è in uno stato di saggezza incontaminata. In questi momenti, dove potrebbero risiedere le tracce karmiche? Una delle risposte più profonde a questa domanda è che le impronte vengono mantenute semplicemente sulla base del semplice senso di io che tutti noi naturalmente abbiamo. Questo semplice io è la base delle impronte lasciate dal karma che le ha create ed è il collegamento tra l’esecuzione iniziale dell’atto e la sua fruizione in una fase successiva. Questo problema è ampiamente discusso nei Fondamenti della Via di Mezzo http://www.sangye.it/altro/?p=9194 di Nagarjuna.

Purificare il karma negativo: I Quattro poteri opponenti.

Linee d’esperienza: Strofa 12

Non potrete ottenere pieno successo nella pratica dei sentieri supremi senza aver ottenuto un corpo umano completo di tutte le caratteristiche; perciò dovete allenarvi nel porre tutte le sue cause. Inoltre, poiché è fondamentale purificare le macchie dai debiti karmici e dalle cadute morali che offuscano le tre porte (corpo, parola, mente) e specialmente (per rimuovere) gli ostacoli karmici (che impedirebbero una tale rinascita); dovreste costantemente applicare tutti e quattro i poteri opponenti (che possono eliminarli). Io stesso, uno yoghin, ho praticato in questo modo. Anche voi che cercate la liberazione fate altrettanto.

(I quattro poteri opponenti per purificarsi dai debiti karmici neri sono: a) provare un pentimento sincero per le non virtù create in precedenza, b) fare assegnamento sui i tre-Gioielli del rifugio e generare la motivazione altruistica di bodhicitta, c) promettere di non creare di nuovo tali non virtù e d) compiere qualunque azione virtuosa per opporsi alla non-virtù.)

Per quanto riguarda l’astenersi da azioni negative, puoi decidere di mantenere una disciplina etica che ti proteggerà dal commettere atti negativi in futuro, ma che dire delle azioni negativo che hai già commesso? L’unico modo per eliminarle è purificarli. C’è un detto tibetano: “Se c’è una cosa buona delle negatività, è che possono essere purificate”. Tuttavia, ci sono diversi gradi di purificazione.

Una possibilità è eliminare completamente la potenza di un atto karmico in modo che non possa mai più maturare.

Un’altra è diminuire la gravità di un grave karma negativo in modo tale che la sua fruizione sia meno dannosa.

Una terza possibilità è di ritardare la fruizione di un karma negativo che non può essere interamente purificato. Il testo si riferisce ai quattro poteri opponenti che dovrebbero essere usati quando si pratica la purificazione:

1. Il potere del pentimento.

2. Il potere della fiducia.

3. Il potere dell’attività virtuosa.

4. Il potere di risolvere.

Di questi quattro, il più importante è il potere del pentimento. Dal profondo del tuo cuore, devi provare un profondo senso di rammarico per le negatività che hai creato, come se avessi ingerito del veleno.

Il secondo potere è quello della fiducia. Se osservate le molte azioni negative che avete creato, molte di esse sono legate a esseri superiori, come il Buddha o ad altri esseri senzienti. Pertanto, praticherai il potere della fiducia prendendo rifugio nei Tre Gioielli e generando bodhicitta, provando una forte compassione per tutti gli esseri senzienti.

Terzo è il potere di impegnarsi in atti virtuosi finalizzati specificamente alla purificazione. Ogni volta che ti impegni in un atto virtuoso, puoi indirizzarlo verso lo scopo di purificare il tuo karma negativo. Nella tradizione buddista tibetana, l’usanza generale è quella di impegnarsi in pratiche specificamente associate alla purificazione, di cui ne sono spesso citate sei: (1) recitare i nomi dei Buddha, specialmente nel sutra della confessione del Bodhisattva con le prostrazioni ai trentacinque Buddha; (2) recitare certi mantra, in particolare il mantra dalle cento sillabe di Vajrasattva e il mantra di Vajra Akshobhya (Mitukpa); (3) recitare dei sutra; (4) meditare sulla vacuità; (5) fare offerte; e (6) commissionare la creazione di immagini di Budddha. Il quarto potere è un profondo senso di determinazione di non abbandonersi a tali azioni negative in futuro, anche a costo della vita.

Durante questa pratica, potresti essere consapevole del fatto che potresti non riuscire ad astenersi completamente da tutte queste azioni negative o da un particolare atto negativo, ma mentre stai praticando la purificazione, dovresti generare la forte determinazione che non ti lascerai indulgere in tali atti in futuro.

Domanda. Se una persona è colpita da una malattia e commette un omicidio, cosa può fare quella persona per purificare il suo karma?

Sua Santità il Dalai Lama. Se per “malattia” intendi qualche tipo di disturbo psicologico o emotivo che porta alla follia, allora dal punto di vista etico buddhista, tale atto ha meno peso karmico di un omicidio premeditato commesso con piena consapevolezza delle conseguenze. È anche più leggero di un omicidio commesso da potenti emozioni negative, che, sempre dal punto di vista etico buddhista, è anche considerato un atto completo di omicidio. Qualunque sia la natura dell’atto non-virtuoso, tuttavia, la pratica che dovresti fare per purificare il karma negativo è universale e deve contenere i quattro poteri opponenti. Quando pratichi il potere del rammarico, ricorda l’essere contro cui è diretto l’atto e, impiegando tutti e quattro i poteri, intraprendi atti virtuosi, come la meditazione profonda su bodhicitta o vacuità.

Esistono anche pratiche generali di purificazione che si applicano anche in questi casi. Se non sei capace di coltivare i quattro poteri e di impegnarti in un atto di purificazione, in alternativa puoi semplicemente recitare i mantra o impegnarti in qualche altro atto positivo con l’intenzione di purificare l’atto karmico.

Domanda. Con la nostra conoscenza del karma e l’effetto delle buone e cattive azioni, come potrebbe una società buddista trattare i criminali?

Sua Santità il Dalai Lama. Dal punto di vista buddhista, è importante distinguere tra l’atto e l’individuo che lo commette. Puoi respingere totalmente l’atto ma devi mantenere la compassione per l’individuo che l’ha fatto, riconoscendo sempre il potenziale di trasformazione e correzione della persona. Qualunque sia il metodo che la società utilizza come mezzo correttivo, questo deve essere applicato. Tuttavia, l’individuo deve essere corretto in modo tale che impari a riconoscere che ciò che ha fatto è sbagliato; che era un atto negativo. È solo sulla base di tale riconoscimento che la correzione può davvero iniziare. Dal punto di vista buddista, quindi, la pena di morte è fuori questione. Anche l’idea dell’ergastolo è problematica, perché anch’essa non riconosce la possibilità di correzione.

Ricerca della libertà dall’esistenza ciclica

Rinuncia

Lampada sul sentiero: strofa 4

4. Coloro i quali ricercano la pace solo per se stessi,

avendo voltato le spalle ai piaceri mondani e

rinunciato a compiere azioni negative

sono detti individui di capacità media.

In questo riferimento all’allontanamento dai piaceri del mondo, dobbiamo capire che, secondo il Buddismo, anche le cose e gli eventi che sono convenzionalmente considerati come piacevoli sono alla fine tutti dukkha, cioè sono della natura della sofferenza e dell’insoddisfazione. Quando il Buddha spiega il percorso che trascende la sofferenza, si riferisce non solo alle esperienze dolorose ma anche a quelle convenzionalmente piacevoli. Questa comprensione non è esclusiva del buddismo, ma comune a entrambe le scuole buddiste e non buddiste in India.

Possiamo vedere questo osservando alcune pratiche di meditazione che si trovano nelle tradizioni non buddiste, in particolare quelle volte a coltivare i quattro livelli di concentrazione. Il quarto livello di concentrazione, in particolare, si dice sia uno stato in cui, per il meditatore, non esistono più esperienze piacevoli e dolorose.

Quindi, naturalmente, i livelli superiori dei quattro assorbimenti senza forma sono anche al di là di ogni sensazione di dolore o piacere. Anche se alcune scuole non buddiste accettano che bisogna trascendere anche le sensazioni piacevoli, la comprensione peculiare del Buddismo è che proprio la condizione su cui queste esperienze sorgono è anche della natura della sofferenza e, pertanto, costituiscono le basi dell’insoddisfazione.

Per “Azioni distruggenti” s’intendono tutte le azioni karmiche che perpetuano il ciclo dell’esistenza condizionata. I praticanti di media capacità generano la genuina aspirazione di cercare la libertà da essa. Cercano di intraprendere un percorso che si sottrae dal processo generato dall’ignoranza fondamentale e di invertire l’intero nesso causale dell’ignoranza: atti karmici volitivi e le loro successive sofferenze. Tutte le pratiche relative a questo obiettivo spirituale sono comuni ai praticanti di media capacità, il termine “comune” indica che queste pratiche sono stadi preparatori o preliminari per il praticante Mahayana.

Quando i praticanti coltivano il riconoscimento che le afflizioni emotive e mentali sono il vero nemico e che alla loro base c’è l’ignoranza fondamentale, si impegnano quindi nei metodi per eliminare questa ignoranza. I praticanti riconoscono che, finché restano sotto il controllo delle afflizioni, non saranno mai privi di insoddisfazione e sofferenza. Se, sulla base di questo riconoscimento, i praticanti generano un’aspirazione genuina e profondamente sentita di cercare la liberazione da questa schiavitù, questa è la vera rinuncia. Questo è un sentimento ed una pratica unica per il sentiero buddista.

Comprensione della natura dell’esistenza ciclica

Linee di esperienza: strofa 13.

Se non vi sforzate di riflettere di continuo sugli inconvenienti della verità della sofferenza, similmente, non si genererà l’impegno necessario ad ottenere la liberazione.

Se non riflettete sulle cause che conducono al samsara, non potrete conoscere i metodi per estirparne la radice. Pertanto dovreste sviluppare la rinuncia per questo tipo di esistenza, nutrire per essa un senso di disgusto ed apprezzare l’importanza della comprensione dei fattori che ti vincolano ad essa. Io stesso, uno yoghin, ho praticato in questo modo. Anche voi che cercate la liberazione fate altrettanto.

Le sofferenze di cui alla prima frase sono i tre livelli di sofferenza. Il primo è la sofferenza della sofferenza, le esperienze e le sensazioni dolorose ovvie ed evidenti che tutti sperimentiamo. Il secondo è la sofferenza del cambiamento; il terzo, la sofferenza del condizionamento pervasivo. Nel contesto della coltivazione della vera rinuncia, stiamo veramente guardando alla terza categoria: la sofferenza del condizionamento pervasivo, che si riferisce al semplice fatto che la nostra esistenza è controllata dall’ignoranza fondamentale e dalle afflizioni a cui dà origine. Finché siamo legati da queste afflizioni, non c’è spazio per alcuna felicità duratura. È fondamentale, quindi, che sviluppiamo un riconoscimento profondamente sentito delle afflizioni come nostro vero nemico; senza di esso, non svilupperemo una vera aspirazione di cercare la liberarcene.

Il termine sanscrito Bhagavan, che a volte è tradotto in inglese come signore, come nel Signore Buddha, ha qui la connotazione di “qualcuno che ha conquistato e superato lo stato delle negatività e delle limitazioni”. “Conquistato” si riferisce alla vittoria del Buddha sui quattro “demoni” o sulle forze ostruenti [Skt: mara]:

1. Le afflizioni [Skt: klesha mara].

2. La morte (causata dall’esistenza condizionata) [Skt: marana mara].

3. I cinque aggregati (che sono l’esistenza condizionata stessa) [Skt: skandha mara].

4. Gli ostacoli al superamento dei tre precedenti, il “demone della gioventù divina” [Skt: devaputra Mara].

Di queste quattro forze ostruenti, le afflizioni sono la principale. Un Buddha è qualcuno che ha completamente superato, o conquistato, questi quattro Mara.

Ci sono sia forme grossolane che sottili dei quattro Mara, in quanto vi sono oscurazioni grossolane e sottili. le sottili sono spiegate in termini delle sottili oscurazioni alla conoscenza [Skt: jneyavarana; Tib: lei-drib].

In realtà, le forze ostruenti o demoniache sono le afflizioni e tutto ciò che volontariamente le abbraccia. E, quando le afflizioni e le virtù entrano in conflitto e prendiamo la parte delle afflizioni, noi stessi corriamo il rischio di diventare una parte delle ostruzioni.

Inoltre, se qualcuno accetta volentieri ed entusiasticamente le afflizioni ed assapora l’esperienza di farle proprie nella sua vita, quella persona vedrà i praticanti, che si cimentano a combattere le proprie emozioni distruttive e negative, come fuorviati od addirittura pazzi. Anche questa persona diventa parte delle forze ostruenti.

Come i maestri tibetani amano dire, “Gli amici negativi non appaiono necessariamente con le corna in testa”. Gli amici negativi sono semplicemente quelli che interferiscono con la pratica spirituale degli altri.

Se, quindi, avvertite profondamente in voi il riconoscimento delle afflizioni come il vostro vero nemico, nascerà spontaneamente in voi l’aspirazione di liberarvi da loro ed ottenere la liberazione. Tuttavia, nutrire semplicemente l’aspirazione di liberarvi delle afflizioni non è abbastanza. Dovete anche capire se tale libertà è possibile e se potete coltivarla dentro voi stessi. Le afflizioni e le azioni karmiche che producono sono la causa della sofferenza, alla cui base è l’ignoranza fondamentale. È necessario sviluppare una profonda comprensione di come la causa della sofferenza porti effettivamente al suo risultato.

Se non comprendete come nasce l’esistenza ciclica e come nascono le sue sofferenze, anche se potreste voler ottenere la libertà, non sarete in grado di capire come possa accadere. Allora potreste scoraggiarvi, perché anche se vi rendete conto della natura della vostra schiavitù, non potete vedere la possibilità di liberarvene.

Ci sono molte sottigliezze nella natura dell’ignoranza fondamentale, la causa ultima delle afflizioni e della sofferenza, ma fondamentalmente, è una percezione imperfetta della nostra esistenza e del mondo che ci circonda.

La spiegazione più sottile dell’ignoranza fondamentale è che è la mente che s’aggrappa alla vera esistenza inerente del nostro sé e di tutti gli altri fenomeni. Otteniamo la completa liberazione eliminando questa fondamentale ignoranza alla sua radice.

Ci sono livelli più grossolani per cui possiamo comprendere il non-sé, come l’assenza della persona come una sorta di agente autonomo. Afferrarsi al sé come un agente autonomo serve come base per altre afflizioni, come l’attaccamento e l’aggressività, che possono essere eliminate, ma la vera liberazione può avvenire solo estirpando il sottile attaccamento al sé.

Pertanto, il testo recita: “Se non riflettete sulle cause che conducono al samsara, non potrete conoscere i metodi per estirparne la radice. Pertanto dovreste sviluppare la rinuncia per questo tipo di esistenza, nutrire per essa un senso di disgusto ed apprezzare l’importanza della comprensione dei fattori che ti vincolano ad essa.”

Ci sono due elementi chiave nella pratica della rinuncia: la coltivazione di un senso di disillusione dell’esistenza ciclica ed una comprensione del meccanismo causale dell’origine della sofferenza. Quando hai generato questa combinazione di disillusione e comprensione, puoi immaginare la possibilità della liberazione. Con ciò, proverai un senso di gioia, perché non solo puoi vedere la possibilità di liberartene, ma hai anche la certezza che esiste un percorso attraverso il quale puoi ottenerlo.

È in questo contesto della pratica dalla scopo intermedio che gli insegnamenti delle Quattro Nobili Verità sono esplicitamente rilevanti. Come abbiamo discusso in precedenza, le Quattro Nobili Verità http://www.sangye.it/altro/?p=10182 racchiudono l’essenza dell’insegnamento peculiare del Buddha. Lama Tsongkhapa, in entrambe le Grandi e Medie Esposizioni degli Stadi del Sentiero, osservò che il principio delle Quattro Nobili Verità http://www.sangye.it/altro/?p=3430 è stato ripetutamente sottolineato in molte Scritture, sia Mahayana che non Mahayana, e che attraverso gli insegnamenti sulle Quattro Nobili Verità http://www.sangye.it/altro/?p=6194 possiamo sviluppare una profonda comprensione del processo di causalità sia nell’esistenza samsarica che in quella liberata. Di nuovo, Lama Tsongkhapa raccomanda che i maestri impartiscano ai loro studenti una comprensione del percorso sulla base delle Quattro Nobili Verità http://www.sangye.it/altro/?p=3785.

Il processo di causalità delle Quattro Nobili Verità http://www.sangye.it/altro/?p=4371 è spiegato in maggiore dettaglio negli insegnamenti dei Dodici Anelli di Origine Dipendente http://www.sangye.it/altro/?p=6603 di cui abbiamo discusso in precedenza. È possibile contemplare questi insegnamenti a tre diversi livelli. Ad un certo livello, possiamo contemplare i Dodici Anelli http://www.sangye.it/altro/?p=3430 in relazione al processo di rinascita nei tre reami inferiori, a partire dall’ignoranza fondamentale che oscura la vera natura della realtà, che conduce agli atti negativi volontari che ci fanno precipitare nelle rinascite inferiori. Possiamo anche contemplare i Dodici Anelli in relazione all’esistenza ciclica in generale, perché anche il karma positivo può dare origine alla rinascita nell’esistenza ciclica. Infine, è possibile contemplare i Dodici Anelli specificamente nel contesto delle sottili oscurazioni alla conoscenza, dove, sebbene l’individuo possa aver guadagnato la libertà dalle afflizioni, c’è ancora una continuità con l’esistenza fisica o condizionata.

Quando pensiamo alla liberazione, non dovremmo sentire che esiste da qualche parte al di fuori di noi, come se fosse un luogo fisico. La liberazione deve essere compresa nei termini del nostro stato mentale. Abbiamo già menzionato il nirvana naturale, la purezza naturale in tutti noi che funge da base per la vera liberazione dopo che tutte le afflizioni sono state eliminate. Quando andiamo più a fondo nel significato della natura della liberazione, o moksha, quindi, la comprendiamo in termini della natura ultima della nostra mente quando tutte le afflizioni sono state rimosse.

Ciò che sta alla radice della nostra esistenza non illuminata è la nostra fondamentale concezione errata della natura ultima della realtà. (Consideriamo tutti gli esseri senzienti come non illuminati. Il termine “esistenza non illuminata” viene usato dagli studiosi Theravada e da altri accademici per denotare la vita nel samsara, considerando che gli Sravaka ed i Pratiekabuddha hanno raggiunto l’illuminazione, sebbene non l’illuminazione completa e pienamente perfezionata della Buddhità.)

Pertanto, coltivando la corretta intuizione sulla vera natura della realtà, iniziamo il processo di annullamento dell’esistenza non illuminata e mettiamo in moto il processo di liberazione.

Il samsara ed il nirvana si distinguono sulla base del fatto d’essere in uno stato di ignoranza o, viceversa, di saggezza.

I Tre Addestramenti Superiori

Come dicono i maestri tibetani, quando siamo ignoranti, siamo nel samsara; quando sviluppiamo la saggezza, siamo liberati.

L’ultimo antidoto per eliminare l’ignoranza fondamentale è la saggezza che realizza la vacuità. È questa vacuità della mente che è il nirvana finale. Pertanto, la nostra ignoranza della vacuità come la natura fondamentale della realtà, la nostra ignoranza della vacuità della mente, è ciò che ci intrappola nell’esistenza ciclica, e la conoscenza della vacuità della mente è ciò che ci renderà liberi. Il Buddha ha insegnato la via che ci consente di eliminare le afflizioni e d’ottenere la liberazione sulla base dei Tre Addestramenti Superiori (Moralità, Concentrazione – meditazione, Saggezza).

L’antidoto diretto all’ignoranza fondamentale è la saggezza che realizza il non-sé, la saggezza che realizza la vacuità. Questo non si riferisce ad una mera cognizione della vacuità, ma ad una realizzazione intensificata, in cui possiamo sperimentare direttamente la vacuità. Per avere un’esperienza diretta e potente della vacuità, abbiamo bisogno di concentrazione univoca. Ecco perché abbiamo bisogno dell’istruzione superiore in concentrazione o meditazione.

Per progredire nella formazione superiore in concentrazione, dobbiamo osservare le basi etiche: l’addestramento superiore sulla moralità.

La pratica della moralità ci consente di accumulare meriti e purificare la negatività, ma, nel contesto dei Tre Addestramenti Superiori (Moralità, Concentrazione – meditazione, Saggezza), il suo scopo principale è per sviluppare consapevolezza ed introspezione. Quando conduciamo una vita eticamente disciplinata, applichiamo costantemente queste due facoltà. Mentre acuiamo la nostra consapevolezza ed introspezione, poniamo le basi per la realizzazione della concentrazione univoca. Le pratiche di moralità, concentrazione e intuizione sono tutte essenziali. Anche la sequenza è definita: prima la moralità; quindi la concentrazione meditativa; quindi, l’intuizione della vacuità.

Domanda. Ha detto che le afflizioni emotive sono le cause della sofferenza. Possiamo rimuovere le nostre afflizioni senza rimuovere le nostre emozioni?

Sua Santità il Dalai Lama. Decisamente. Ad esempio, uno degli antidoti alle afflizioni emotive è la meditazione sulla vacuità. Mentre approfondiamo la nostra esperienza della vacuità, otteniamo una potente ondata di emozioni, che agisce da sé per contrastare le emozioni negative o affliggenti.

Troviamo anche nella pratica buddista antidoti specifici a problemi specifici. Ad esempio, meditiamo sulla amorevole gentilezza per contrastare l’odio e l’ostilità e sull’impermanenza per contrastare un forte attaccamento.

In altre parole, l’emozione dell’amore è generata come antidoto alla rabbia e l’esperienza dell’impermanenza come antidoto all’attaccamento. Una differenza tra le emozioni negative distruggenti da una parte e le emozioni positive costruttive dall’altra è che quelle costruttive, le emozioni positive hanno una solida base di esperienza e ragionamento valido. Infatti, più analizziamo queste emozioni positive, più esse sono migliorate. Le emozioni negative e affliggenti, al contrario, sono in genere piuttosto superficiali. Non hanno fondamento nella ragione e spesso nascono per abitudine piuttosto che per processi di pensiero ragionato.

Amore, compassione ed avversità

Domanda. L’amore diluisce il dolore e la sofferenza nello stesso modo in cui la luce dissipa l’oscurità?

Sua Santità il Dalai Lama. Forse il parallelo non è così vicino, perché la luce dissipa il buio direttamente ed istantaneamente; l’oscurità svanisce nel momento in cui accendi una luce. L’effetto dell’amore sul dolore e sulla sofferenza è più complesso ed indiretto. Quando coltiviamo amore e compassione, promuovono in noi forza e coraggio, permettendoci di essere più tolleranti ed in grado di sopportare le avversità. È così che l’amore ci aiuta ad affrontare e superare il dolore e la sofferenza. È una relazione indiretta.

Coltivare l’intenzione altruistica di Bodhicitta

Lampada per il sentiero: verso 5

Coloro che, attraverso la loro personale sofferenza,

desiderano sinceramente

far cessare tutte le sofferenze degli altri,

sono persone di capacità suprema.

Questo verso si riferisce a quei praticanti che generano compassione ed amorevolezza verso gli altri sulla base di una profonda comprensione della natura della propria sofferenza. Comprendono che la sofferenza nasce come risultato delle afflizioni mentali radicate nell’ignoranza fondamentale e riconoscono che, fintanto che sono sotto il controllo di queste afflizioni e dell’ignoranza fondamentale, le sofferenze continueranno a sorgere incessantemente, come le increspature su un lago.

Una volta che hai compreso la natura della sofferenza in relazione alla tua stessa esistenza in questo modo, puoi estendere la tua comprensione per vedere che tutti gli esseri senzienti soffrono della schiavitù delle afflizioni. Riflettendo sulle loro sofferenze, coltivate l’intuizione che proprio come voi stessi volete essere liberi dalla sofferenza, così fanno loro. È così che inizi a coltivare una grande compassione. Quando generate il desiderio che tutti gli esseri senzienti siano felici, questo è l’inizio della amorevole gentilezza.

Sulla base della compassione che desidera che gli altri siano liberi dalla sofferenza, e dalla amorevole gentilezza che desidera che gli altri siano felici, allora generi un senso di speciale responsabilità. La tua compassione non rimane semplicemente al livello di un desiderio o aspirazione. Generi un senso di impegno: “Io stesso libererò tutti gli esseri dalla sofferenza”. Alla fine, questo straordinario senso di responsabilità porta alla realizzazione di bodhicitta, l’intenzione altruistica di chi aspira a raggiungere la buddhità a beneficio di tutti gli esseri senzienti. Quindi, ci sono due tipi di aspirazione nella realizzazione di bodhicitta: l’aspirazione tesa al risveglio di tutti gli esseri senzienti e l’aspirazione a raggiungere la Buddhità per il loro bene.

L’intenzione spontanea di raggiungere la Buddhità a beneficio di tutti gli esseri senzienti si verifica quando queste due aspirazioni sono complete. Questa è la realizzazione di bodhicitta, la mente dell’illuminazione. A questo punto, l’allievo è diventato un praticante dalla più alta capacità e tutte le attività e le pratiche motivate da bodhicitta sono quelle del Grande Veicolo, il Mahayana.

Linee di esperienza: verso 14

Potenziare sempre la motivazione illuminata di bodhicitta è il tronco centrale del sentiero del veicolo supremo ed è la base ed il fondamento di grandi ondate di condotta (illuminante) (le sei perfezioni). Per le due accumulazioni, è come un elisir che trasforma in oro ed è come un tesoro di meriti che contiene tutte le infinite raccolte di virtù. Comprendendo tutto ciò, i Bodhisattva considerano questa preziosa mente sublime come la loro più profonda pratica del cuore. Io stesso, uno yoghin, ho praticato in questo modo. Anche voi che cercate la liberazione fate altrettanto.

(Le due accumulazioni, di merito e di saggezza, risultano nell’ottenimento dei corpi della forma di un Buddha Rupakaya, la prima, e nei corpi di saggezza e natura Dharmakaya, la seconda.)

La prima frase descrive bodhicitta come l’asse centrale del sentiero Mahayana. Bodhicitta è un sentimento veramente coraggioso e rilevante e la base dell’intera pratica del Bodhisattva. I termini “base” e “fondamento” nella frase successiva significano che nel momento in cui hai realizzato bodhicitta, sei diventato un praticante Mahayana e sei sulla via per completare l’illuminazione. Ma, nel momento in cui la tua bodhicitta degenera, precipiti dal sentiero del Bodhisattva. Senza bodhicitta, non importa quanto tu sia avanzato in altre pratiche, anche se hai una realizzazione diretta della vacuità o hai raggiunto il nirvana, nulla di ciò che fai diventa la condotta di un Bodhisattva o la causa dell’illuminazione.

La terza frase si riferisce ad un elisir che trasforma i metalli di base in oro. Ciò significa che con bodhicitta, anche un atto di virtù apparentemente insignificante, come dare cibo a una formica, si trasforma in una condizione per raggiungere la piena illuminazione. Quindi menziona “tutte le infinite raccolte di virtù”, che indica l’espansività di questa intenzione altruistica. Bodhicitta è una mente preoccupata per il benessere di infiniti esseri senzienti. Ci consente di impegnarci a lavorare a loro vantaggio per infiniti eoni e ci motiva ad impegnarci in un’infinita varietà di mezzi abili per aiutarli.

Così, i Bodhisattva sono indicati come “eroi” illuminati o “guerrieri”. Sono esseri altamente altruistici che hanno la saggezza di rendersi conto che, dedicandosi al benessere di altri esseri senzienti, l’adempimento del proprio interesse personale viene automaticamente come un sottoprodotto. Sono anche eroici nel senso che hanno dedicato le loro vite a raggiungere la totale trascendenza e la vittoria sulle quattro forze ostruzionistiche. Il verso conclude: “Comprendendo tutto ciò, i Bodhisattva considerano questa preziosa mente sublime come la loro più profonda pratica del cuore. Io stesso, uno yoghin, ho praticato in questo modo. Anche voi che cercate la liberazione fate altrettanto. “

Lampada per il sentiero: strofa 6

Per quegli esseri viventi eccellenti,

che aspirano alla suprema illuminazione,

spiegherò i metodi perfetti

insegnati dai maestri spirituali.

Questa strofa si riferisce ai praticanti che hanno acquisito un certo grado di esperienza di compassione e bodhicitta e partecipano alle cerimonie per affermare e stabilizzare queste qualità. Le strofe da 7 a 18 descrivono l’intera cerimonia per rinforzare ed affermare la generazione dell’intenzione altruistica di bodhicitta.

Lampada per il sentiero:

7. Di fronte a un’immagine dipinta, scolpita e così via

di colui che ha raggiunto la completa illuminazione,

a uno stupa e all’insegnamento eccellente,

offri fiori, incenso e qualunque altro bene possiedi.

8. Con l’offerta in sette parti

dalla [Preghiera della] Nobile Condotta,

col pensiero di non tornare indietro

finché non raggiungi l’illuminazione definitiva,

9. e con una forte fede nei Tre Gioielli,

inchinati con un ginocchio a terra

e, con le mani giunte,

per prima cosa prendi rifugio tre volte.

10. Quindi, iniziando col generare

un pensiero d’amore per tutte le creature viventi,

considera gli esseri, senza nessuna esclusione,

sofferenti per le tre rinascite sfavorevoli,

sofferenti per la nascita, la morte e così via.

11. Allora, dal momento che desideri liberare questi esseri

dalla sofferenza del dolore,

dalla sofferenza e dalla causa della sofferenza,

fai sorgere immutabilmente la determinazione

di raggiungere l’illuminazione.

12. Le qualità per sviluppare

questo tipo di aspirazione

sono completamente illustrate da Maitreya

nel “Sutra ripartito come i rami da un tronco”.

13. Avendo appreso tutti gli infiniti benefici

che derivano dall’intenzione di raggiungere la completa illuminazione

leggendo questo sutra o ascoltandolo da un maestro,

falla sorgere ripetutamente per renderla stabile.

14. Citerò brevemente a questo punto

i tre versi del Sutra richiesto da Viradatta

nel quale i meriti suddetti

sono pienamente illustrati.

15. Se i meriti di questa intenzione altruistica

dovessero assumere una forma fisica

riempirebbero completamente

lo spazio e si espanderebbero oltre.

16. Se qualcuno offrisse ai protettori dell’universo

gioielli in tal numero da riempire

i campi puri dei Buddha

pari ai granelli di sabbia del Gange,

17. tale offerta sarebbe inferiore

al dono di congiungere le mani

e disporre la propria mente verso l’illuminazione,

perché tali meriti sono senza limite.

18. Avendo generato la mente che aspira all’illuminazione,

costantemente accrescila con sforzo costante.

Per ricordarla in questa vita ed anche nelle altre,

mantieni propriamente i precetti come è spiegato.