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Dove rinascerà il Dalai Lama?
Gennaio 29th, 2010 by admin

dalai-lama20novdi Raimondo Bultrini, Pubblicato su Limes 6/2009.

Iniziamo la collaborazione con Raimondo Bultrini, giornalista di “La Repubblica” e corrispondente dall’Asia, che ha particolarmente studiato la situazione tibetana, vedi il suo libro “Il Demone e il Dalai Lama” (Baldini Castoldi ed.) che tratta un tema di scottante attualità e fa luce su una questione per troppo tempo sottovalutata ma della massima delicatezza.

Il caso del monastero di Tawang, nell’estremo Nord dell’India, dove potrebbe reincarnarsi la guida spirituale tibetana. Un altro motivo di tensione nei rapporti fra Pechino e Delhi. Se l’Oceano di Saggezza si sdoppia.  

Sono cinquant’anni che lungo le strade di McLeod Ganj, a venti minuti di strada dissestata da Dharamsala nell’Himachal Pradesh, tra tonache amaranto e mendicanti sadhu, monasteri di stile himalayano e mandir hindu, il Tibet si mischia con l’India nel primo e riuscito trapianto di massa di esuli del Popolo delle Nevi. E’ stato un vero e proprio trapianto politico, visto che i tibetani fuggivano dal regime comunista entrato con la forza prima nel Sichuan e poi nelle altre regioni intermedie fino a Lhasa, la capitale.

Oggi ci sono molte altre regioni dell’India dove vivono le seconde e terze generazioni di quelle comunità che cercarono di rispettare la tradizione e ricostruirono il più realisticamente possibile – come a Dharamsala – l’ambiente abbandonato in fretta mezzo secolo fa.

Non tutti i tibetani residenti oggi su territorio indiano fuggirono con il loro leader spirituale e temporale, il Dalai lama, nella rocambolesca attraversata dell’Himalaya del marzo 1959. Ma fino a questi giorni piccole carovane di bambini, giovani, anziani affrontano in analoghe condizioni le vette impervie che li separano dalla libertà e dalla residenza in esilio del loro leader spirituale. Molti non riescono a superare la barriera degli Uffici immigrazione del Nepal, sempre in stretto contatto con le autorità cinesi. Altri più fortunati riescono a trasferirsi negli Usa o in Europa, ma la gran parte arriva in un modo o nell’altro in India, terra sorgente della loro conoscenza, dove hanno vissuto e insegnato i maestri dei loro maestri. E dove vive il Dalai lama, Oceano di Saggezza, Kundun, Sua Presenza. loro stesso Guru vivente.

Qualche esponente politico nazionalista indiano ha cercato di approfittare di piccoli incidenti e della continua attenzione di Pechino al comportamento degli esuli, per raccomandare al governo di Delhi un approccio più duro verso i tibetani. Ma finora si è rivelata una battaglia perdente e inutile, e i motivi sono proprio nella natura dello speciale rapporto dei tibetani con l’India.

In Sikkim, nell’Assam, nell’Arunachal Pradesh, in Ladakh, vivevano consistenti comunità già secoli addietro, per lo più commercianti che vendevano pelli e sale. Con i loro soldi avevano già creato i loro piccoli Tibet, case di pietra dalle finestre affrescate, circondate da montagne che, sebbene più strette, potevano sempre ricordare quelle dei loro avi.

Ma c‘è un luogo che ricade sotto l’amministrazione federale di New Delhi dove non c’è stato bisogno di ricreare un nuovo ambiente per farlo somigliare a quello originale. E’ il monastero di Tawang, nella punta estremo settentrionale dell’India, incastrato tra Bhutan, Birmania, Assam, Cina. Così com’era nel XVII secolo, il nucleo del convento attira tutto l’anno come una mecca buddhista frotte di pellegrini tibetani che arrivano da ogni angolo dell’India, a ritrovare almeno per qualche giorno il sapore antico di casa.

Ma poche volte come nella settimana tra l’8 e il 15 novembre questo fazzoletto di terra dell’Arunachal Pradesh aveva ricevuto un assalto così massiccio di persone. E’ stato in occasione della visita del Dalai lama, trasformata da evento religioso a motivo scatenante di una escalation militare e diplomatica tra Cina e India. Sembra un’esagerazione, come spesso accade nella guerra di nervi tra il Gigante di Pechino e il David di Dharamsala. Ma il “lupo travestito da monaco”, l’uomo che è riuscito a farsi ricevere da quasi tutti i potenti del mondo per perorare la causa del suo popolo, è capace di toccare l’avversario quasi sempre sul punto più debole e di farlo reagire sproporzionatamente. In questo caso – per paradossale che sembri – la personale sfida del Dalai Lama consisteva nel sollevare in quel preciso luogo di antiche memorie, Tawang, lo spinoso problema della sua reincarnazione.

Sono state le stesse spie che frequentano sotto copertura le comunità tibetane, a riferire a Pechino che proprio Tawang potrebbe essere il luogo scelto dal Dalai lama per rinascere. Il suo successore sarebbe il XV del lignaggio, e l’attuale leader tibetano ha già detto più volte che comunque se tornerà di nuovo sulla terra sarà di certo “fuori dalla Cina”. Ma di quanto fuori non lo ha mai specificato: potrebbero essere anche le poche decine di chilometri che separano il convento dal primo check post dell’Esercito popolare.

“E’ un’ipotesi come un altra”, ha commentato un editoriale di Phayul, giornale online della comunità esule. L’unica cosa sicura è che la visita a Tawang e la sua misteriosa agenda segreta hanno finito per risollevare il coperchio di una pentola che non era mai stata in ebollizione così dal 1962.

Se l’India non avesse concesso il permesso di viaggio – come invitava a fare la Cina – il governo avrebbe ricevuto critiche da tutto il mondo per aver ostacolato una seconda volta la “missione religiosa” di un sacerdote, che vive in asilo sul territorio indiano da mezzo secolo assieme ai suoi seguaci. Ma Delhi ha quantomeno dovuto accettare il diktat cinese di non fare entrare nessun giornalista straniero.

Ciò che si gioca su questi delicati confini tra l’Arunachal Pradesh e il Tibet è evidentemente più importante della semplice paura cinese di una ribellione armata a due passi dai loro avamposti, ipotesi altamente improbabile.

E’ come se dopo anni di relativa collaborazione politica ed economica tra Delhi e Pechino, l’isolato e strategico enclave tibetano fosse tornato improvvisamente a essere il detonatore delle stesse rivendicazioni territoriali, diffidenze e incomprensioni ataviche già all’origine della guerra lampo del 1962.

Per capire il contesto e il motivo dello scontro sull’intero “Affare Tawang” serve però anche uno sguardo più approfondito alla storia, e al lato mistico e religioso della contesa. Se è per ora incerto il fatto che il leader tibetano possa e voglia davvero reincarnarsi tra queste montagne, la documentazione ufficiale registra già un Dalai lama, il Sesto, nato proprio qui alla fine del 1600. Se davvero l’attuale Tenzin Gyatso dovesse riprendere forma a Tawang, sarà dunque come riavvolgere il filo della storia fino a un tempo in cui i tibetani ebbero di fatto due Dalai lama contemporaneamente. Ma procediamo con ordine.

La Cina non ha mai nascosto il suo proposito di nominare il prossimo Dalai lama scegliendolo – è la tradizione tibetana vista da Pechino – con dei bastoncini di diverse lunghezze posti dentro un’urna d’oro mossa da un sacerdote buddhista. Se gli eventi non prenderanno una piega diversa dall’attuale (cosa assai improbabile), ci saranno di nuovo entro un certo numero di anni due Dalai, uno scelto da Dharamsala e uno nominato a Pechino. Non è successo come vedremo solo nel 1700, ma anche in anni recenti con il Panchen lama, seconda figura del potere spirituale e temporale tibetano. Del Panchen esistono infatti due “tulku” (incarnazioni), uno nominato dai cinesi e l’altro dal Dalai lama. Di quest’ultimo però non si trova più traccia dal ’95. Uomini in abiti civili giunsero nella sua casa in un villaggio degli altipiani e lo portarono con tutta la famiglia in una località segreta (o lo uccisero). Di lui resta solo una piccola foto sbiadita riprodotta su tutti i manifesti anticinesi issati dagli esuli durante le manifestazioni.  

Ma se il Panchen cinese non potrà competere con il suo omologo, provvidenzialmente fatto sparire già da 15 anni, senz’altro il prossimo Dalai lama sarà costretto a entrare in conflitto fin dalla nascita con il candidato ufficiale di Pechino. Entrambi giocheranno un ruolo che gli verrà assegnato e insegnato fin dall’infanzia nei rispettivi Paesi. Un ruolo che altri decideranno come avviene da millenni per loro, e al quale è quasi impossibile sfuggire, a meno di non comportarsi – lo vedremo – come uno dei protagonisti di questa storia, che sembra a cavallo tra e realtà e fantasia, ma che si basa su documentazioni storiche inoppugnabili.

 

IL RUOLO DELL’INDIA

 

Per capire l’importanza del ruolo dell’India nel passato e nel futuro della tradizione tibetana, e anche nella sua lotta presente contro il potente e pericoloso vicino, non è secondario tornare al contesto storico nel quale queste due grandi culture si sono incontrate e arricchite l’un l’altra. 

Tra l’immenso continente e il piccolo popolo tibetano esiste una relazione ben più lunga del mezzo secolo di ospitalità concessa dal governo di Delhi a centomila esuli fuggiti con il Dalai lama e oggi distribuiti in numero assai maggiore da Nord a Sud del Continente.

Se pensiamo all’India come entità geografica e antropologica, è di fatto appena un insieme di etnie e tradizioni cresciute sulle stesse terre, ma ben diverse una dall’altra. L’etnia himalayana che si crede discendente di una orchessa e di un bodhisattva celeste, è a pieno titolo una di queste.

Milioni di anni fa l’immenso territorio tra la Mongolia e il Tibet a nord e la punta estremo meridionale del Tamil Nadu, furono sconvolti dalla spinta sotterranea della crosta australe che formò la catena di vette aguzze dell’Himalaya. In un’epoca storica che sembra aver visto il suo apice attorno ai cinquemila anni addietro, i tibetani costituirono una civiltà nota come Regno dello Shang Shung. I loro discendenti vissero indifferentemente sul fronte indiano (molte aree sono oggi Pachistan) e quello orientale, conservando le stesse caratteristiche genetiche, gli stessi usi e costumi, la stessa lingua e – da poco più di un millennio – la stessa fede nelle dottrine del Buddha.

Fu proprio nello Shang Shung, per l’esattezza attorno al Mont Kailash, che si può collocare nel tempo il primo incontro tra la civiltà dei tibetani e quella degli hindu. Non è un caso se il Kailash è considerato la reggia di Brama, Visnu e Shiva, trinità divina della tradizione hindu, ma anche la sede di Samantabadra, il buddha primordiale, nonché delle divinità dell’antica religione del Bon e del Jainismo indiano.

Questa prima matrice religiosa comune segna fortemente la differenza tra la cultura indo-tibetana e quella cinese, pure influenzata dal buddhismo importato dai pellegrini cinesi come Xuan Zang, che un millennio e mezzo orsono viaggiarono in India e condizionarono a lungo le stesse Corti degli imperatori.

Sia la Cina che l’India hanno cercato nel tempo per scopi diversi di dimenticare il proprio passato buddhista. Ma mentre nel Continente le vestigia degli antichi centri di culto sono semplicemente rimaste sotterrate sotto strati di nuovi templi hindu, Pechino ha continuato a perseguitare ogni forma di buddhismo organizzato, non solo quello tibetano ma anche lo yoga dei milioni di fedeli della Falun Gong, ancora oggi agli arresti in gran numero per aver rivitalizzato questa religione a diversi strati sociali.

Nel caso delle terre contese dell’Arunachal Pradesh dove ricade Tawang, la Cina le vede solo come parte di un bottino sottratto dall’India alle truppe dell’”Esercito di liberazione” al termine della loro avanzata attraverso gli altipiani dell’Est. Nondimeno la reazione per l’AffareTawang segna di fatto una fase nuova, e per certi versi drammatica, nei rapporti tra i due colossi vicini.

All’apice di una sfida ai massimi livelli dei rispettivi governi, l’India ha difatti compreso e rivendicato il suo ruolo di Paese originario della cultura tibetana, e non solo per via della comune credenza nella sacralità del Monte Kailash.

In India nacque 2500 anni fa il figlio dei principi Sakya divenuto universalmente noto come il Buddha, il Risvegliato. E ancora in India – tra il Bengala e il Bihar – si raccolsero e moltiplicarono mille anni dopo la sua morte i suoi eredi spirituali della tradizione Mahayana, i dotti docenti dell’università di Nalanda, la più grande Accademia buddhista dell’Asia e del mondo. Furono questi maestri indiani ad insegnare il buddhismo tantrico ai tibetani che giungevano qui a frotte tra l’ottavo e il decimo secolo. Ma  spesso alcuni docenti di Nalanda si spinsero sulle montagne impervie oltre l’Himalaya per diventare consiglieri spirituali di re e lama a capo di grandi scuole religiose.

Per sintetizzare al massimo la complessa natura dottrinaria di questo scambio, ciò che insegnarono costituì la base del buddhismo cosiddetto Vajrayana del Tibet, condensato nella parola sanscrita bodhicitta, o Utilizzo dell’Intenzione Pura nell’Agire.

La mancanza di questa purezza nelle loro motivazioni ideali è proprio ciò che secondo il Dalai lama manca ai governanti di Pechino, il loro limite maggiore: “Le autorità comuniste hanno qualcosa da contestare ovunque io vada”, ha ripetuto il leader tibetano a Tawang, aggiungendo: “Siccome l’intenzione dei politici cinesi nei miei confronti è sempre negativa, pensano che anche io nutra gli stessi sentimenti. Ma il mio non è un tentativo di appropriarmi di qualcosa che non mi appartiene. Di fatto non possiedo niente se non un titolo che mi è stato dato e queste vesti da monaco”.

Il Dalai lama non ha mai mancato occasione di marcare le differenze tra il comportamento delle autorità comuniste e il generale spirito di tolleranza e scambio reciproco che ispira il rapporto tra l’India e i suoi 200mila – o forse più – ospiti himalayani. Essi si intersecano e convivono il più delle volte senza frizioni, anche se spesso per l’uomo comune di fede hindu è difficile comprendere come mai i buddhisti non accettino l’ovvia esistenza di un Dio creatore, pur venerando figure divine simili a quelle delle loro statue.

Di certo l’armonia, come in tutte le società di uomini, non ha impedito frequenti episodi di intolleranza tra alcune comunità locali indiane e gli esuli. Proprio a Dharamsala, dove si trova il quartier generale del governo del Dalai lama, il rapido espandersi della nuova comunità ha portato nuovi affari dai quali sono stati a lungo esclusi gli indiani, causa di dissidi e perfino contrasti aperti. Ma in numerosi casi si è scoperto che le scintille per le recriminazioni reciproche erano fomentate proprio dai servizi segreti cinesi, giunti a infiltrare i loro uomini perfino nelle cucine del Dalai lama (una pratica a quanto pare in disuso).

Altre volte si sono verificate divisioni reali interne alla stessa comunità tibetana, fino a sfociare in aperte polemiche con il loro leader spirituale, come nel caso degli indipendentisti contrari alla sua linea della Via di mezzo per l’autonomia. Fonte di grandi tensioni è stato ed è anche il culto (sconsigliato dal leader tibetano) di uno spirito dell’antico pantheon tibetano di nome Shugden, costato scismi e addirittura delitti sul suolo indiano. Che non si sia trattato di una divisione secondaria è dimostrato dal fatto che i seguaci del demone – invitati dal Dalai lama ad abbandonare il “culto spiritista” – hanno presto trovato solidarietà e supporto da Pechino. La Cina ha infatti ufficialmente interrotto a causa di Shugden i colloqui bilaterali avviati già durante l’epoca di Deng  Xiao Ping con gli inviati del Dalai lama, accusando il monaco di discriminare una cospicua minoranza del suo popolo.

In India anche questa stessa vicenda ha avuto risvolti assai differenti. Il dossier inviato dai sostenitori di Shugden all’Alta Corte di Delhi con l’accusa per il Dalai lama di aver violato la norma della Costituzione indiana che garantisce la libertà religiosa, è finito in un nulla di fatto. Così come non aveva avuto seguito l’appello alla sezione indiana di Amnesty International per le presunte violazioni dei diritti umani messe in atto dall’Amministrazione centrale tibetana (il governo del Dalai lama) contro gli esuli pro-Shugden. Le denunce sostenevano che i cultori dello spirito osteggiato dal Dalai lama venivano socialmente ed economicamente discriminati negli insediamenti dove tutti vivono porta a porta, e che di conseguenza molti avevano perso il lavoro ed erano costretti a fare la fame o a subire violenze fisiche.

Al di là delle verità celate dietro tutte queste controversie, i problemi legati a culti, religioni e sètte non sono nuovi nemmeno nello scenario politico indiano, dove gran parte dei leader politici oggi al potere pratica regolarmente puje e rituali di buon auspicio per le divinità. Ma la credenza nella reincarnazione resta una delle cerniere più evidenti dei legami tra la filosofia vedica dominante in India e la religione dei lama himalayani. Ne sono condizionate la forma mentale e l’attitudine verso il mondo di queste due culture, in particolare di quella tibetana.

Agli occhi di un esule, ad esempio, un capo di Stato come il pandit Nehru – che li ha ospitati e aiutati fin dalle prime ore dell’esilio – non può che essere la manifestazione terrena di un bodhisattva, ovvero un santo dall’intenzione pura. Poco importa che non avesse avuto il coraggio di sfidare l’Esercito di Liberazione di Mao Tse Tung, impedendogli con la forza fin dal primo momento di fagocitare il Tibet pezzo per pezzo. Quando a decine di migliaia i profughi giunsero in India affamati e distrutti dalle malattie della diversa altitudine, hanno trovato grazie a Nehru e al suo governo un po’ di cibo nei campi attrezzati e poi la terra per insediarsi e costruire templi, monasteri e centri di meditazione. Da quel tempo ogni premier, sia ortodosso che secolare come l’attuale Manmohan Singh, ha sempre difeso la scelta di Nehru e protetto i suoi ospiti.

Singh – che segue a sua volta un “guruji”, nel suo caso di fede Sikh – considera il Dalai lama un dharmaraja, un re spirituale a tutti gli effetti. “E’ un onorevole e apprezzato ospite dell’India”, ha sempre replicato ai cinesi che ne chiedevano l’espulsione o il confinamento.

Eppure, parole a parte, la burocrazia indiana non tratta i tibetani come normali cittadini del Continente, e i loro passaporti sono dei semplici documenti di viaggio spesso rifiutati da altri Paesi. Ciò nonostante gli esuli si reputano fortunati di poter continuare a vivere in un Paese libero, e di fare affari sul territorio che li ha accolti nell’esilio. Sanno di costituire anche una  fonte d’introito commerciale, turistico e motivo di prestigio internazionale per il Continente. Un prestigio contestato dalla Cina, alla quale i governanti di Delhi sono costretti per buon vicinato a cedere di tanto in tanto, arrestando i tibetani più facinorosi che manifestano contro Pechino al di fuori dei loro insediamenti.

I tibetani vivono in enclave sparse su tutto il Subcontinente, comprese le metropoli calde del Sud come Bombay e le cittadine del Karnataka dove hanno costruito templi, monasteri e residenze. E mentre in Nepal le vessazioni verso i profughi vanno di pari passo alla dipendenza economica e strategica di Kathmandu da Pechino, l’India diventa sempre più consapevole del legame transculturale e a suo modo politico con questo piccolo popolo.

Tawang è uno dei significativi punti di contatto odierni tra epoche e vicende lontanissime. Inoltre, nonostante la sua discreta dislocazione sui monti dell’eterno autunno dell’Arunachal Pradesh, questa regione è la culla di numerose altre istanze indipendentiste, come quelle nell’Assam a sud, nel Nagaland a sudest, nella Birmania a est, nel Bhutan a ovest.

Di “esibizione di separatismo” alle porte di casa sua ha esplicitamente parlato la Cina nella nota di protesta ufficiale spedita a Delhi dopo il viaggio del Dalai a Tawang. Un invito diretto a restringere la libertà di movimento e di parola del Lupo vestito da monaco, come spesso i cinesi definiscono il Dalai lama. Le conseguenze possono essere pesanti anche per  i molti accordi in vari campi frutto di anni di trattative tra i due vicini. Ma i fattori destabilizzanti nelle loro relazioni vanno ben oltre il Tibet (vedi l’articolo di Beniamino Natale – La fine di Cindia: venti di guerra sul confine indo-cinese. Limes 6/2009).

Nonostante l’immaginaria ma ufficiale linea McMahon tracciata dagli inglesi prima dell’Indipendenza, ad esempio, l’Esercito popolare occupa ancora oggi un pezzo del Kashmir considerato da Delhi come proprio. Ma la contesa di uno spicchio della martoriata terra musulmana non è minimamente paragonabile a quella per il possesso della buddhista Tawang. E’ un fatto che da un giorno all’altro, alla vigilia della visita del Dalai lama, i colpi di artiglieria lungo il confine dell’Arunachal Pradesh siano ripresi con impressionante frequenza, con dispiegamenti di truppe da entrambi i fronti non troppo inferiori a quelli della guerra lampo del ‘62.

Eppure lo scorso anno degli stessi tempi, con il patto politico e commerciale ancora in auge, la coalizione del Congresso aveva perfino negato al Dalai Lama il via libera per Tawang, con la scusa che la visita avrebbe potuto condizionare le elezioni in corso nell’Arunachal Pradesh. Pochi mesi prima la polizia e l’esercito indiano avevano più volte fermato anche la marcia verso Lhasa indetta da gruppi di dissidenti esuli in occasione dei Giochi Olimpici, e arrestato decine di militanti pro-Tibet.

Era l’apogeo di Cindia, e delle speranze di mutuo beneficio che potevano derivare da un’alleanza indo-cinese nel grande scacchiere planetario. Quest’anno che i rapporti Cina-India si sono raffreddati, per non dire decisamente guastati, il governatore dell’Arunachal non solo ha ospitato il Dalai, ma gli ha anche offerto un trattamento da capo di Stato come non gli è concesso da nessun paese del mondo.

 

LE REINCARNAZIONI E LA STORIA CHE RITORNA

 

Tawang è un grande complesso religioso tra una corolla di montagne a 3500 metri, con un tempio e le residenze del clero nello stile della principale Scuola buddhista dei Gelupa. E’ secondo in dimensioni solo al celebre Potala di Lhasa dove hanno vissuto nove Dalai lama, e ne condivide di fatto la stessa origine. Sia il Potala che Tawang sono stati fatti costruire infatti dal V Dalai lama, detto il Grande Quinto, l’uomo che unificò i vasti territori del Tibet centrale e meridionale (U e Tsang) con il sostegno militare dei mongoli. Difficile dire se fu per preveggenza o per altri motivi che il Grande Quinto decise di rinascere proprio a Tawang, lasciando peraltro alla storia del Tibet una delle figure più controverse di tutti i tempi.

Sul Trono del Leone – emblema del potere dei Dalai – si sono infatti succeduti per cinque secoli 13 monaci casti, che non hanno mai toccato una donna. Il Sesto era invece decisamente diverso da tutti, al punto che la sua condotta fu causa e pretesto di una delle prime serie ingerenze cinesi in Tibet.

Siamo all’inizio del 1700, culmine del potere feudale del clero Gelupa che controlla monasteri e montagne.

La notizia della scomparsa del Grande Quinto viene tenuta celata per 15 anni dal Reggente in carica, che spera così di prendere tempo per concludere la enorme opera di riunificazione amministrativa, religiosa e politica del Tibet avviata dal Quinto. Ma quando il VI Dalai viene portato dalla sua città natale di Tawang a Lhasa, è un ragazzo grandicello che ha avuto probabilmente già esperienze sessuali, essendo stato istruito da maestri tantrici del Vajrayana discendenti dai dotti indiani di Nalanda. Infatti non prese mai i voti di monaco e dopo essere stato insediato al Potala si recava quasi ogni sera nelle taverne di Lhasa a bere e a godere in incognito la compagnia delle donne di strada.

Gran parte dei tibetani che conosceva i retroscena, lo considerava comunque uno yogi in grado di giustificare i mezzi – compreso il sesso – per il fine ultimo, il beneficio degli altri. Ma la sua condotta scandalizzò gli ortodossi della scuola Gelupa che si allearono con un principe mongolo a sua volta vassallo della Cina e lo fecero deportare. Alcuni sostengono che morì ucciso dai soldati dell’imperatore durante il viaggio, secondo altri scampò l’assassinio vagando come un pellegrino in Cina per il resto dei suoi giorni.

Ma in quel convulso periodo c’era stato anche un altro Dalai Lama fantoccio nominato dal principe mongolo che fece esiliare il Sesto. Inoltre, quando il VII salì sul trono grazie ai cinesi, forse il suo predecessore libertino era ancora vivo. Solo dopo la sua morte la trafila delle reincarnazioni riprese il suo corso ordinario, sebbene sotto un controllo sempre maggiore di Pechino. Dall’VIII al XII tutti i Dalai Lama morirono giovanissimi o comunque non poterono governare. Finché il XIII, predecessore dell’attuale, non cacciò i governatori cinesi e proclamò esplicitamente l’indipendenza del Tibet.

Da secoli dunque i tibetani attraversano diversi guai più o meno connessi alla determinazione della Cina di intromettersi pragmaticamente sia nei loro affari civili che in quelli religiosi. Tendenze libertine o meno, la nascita del VI Dalai lama a Tawang rappresenta infatti per i leader comunisti cinesi di oggi soltanto la prova evidente che qui vivevano comunità tibetane fin dai tempi antichi. Ne consegue de facto che esse “appartengano” alla “Madrepatria Cina”.

Per gli esuli che vivono in India e specialmente tra queste montagne, Tawang rappresenta invece la memoria superstite, un pezzo del vecchio cuore religioso ed etnico della loro razza, l’ultimo scampolo di “vero” Tibet rimasto, dove recarsi a pregare per la futura riunificazione.

Per gli indiani, a differenza dei cinesi, l’orgogliosa difesa territoriale, la sicurezza dei confini e il possibile sfruttamento turistico sono solo una parte delle motivazioni che li spingono a difendere fino in fondo Tawang.
Già dopo la fuga del Dalai lama e del suo triste corteo, Tawang fu offerto ai tibetani come una sorta di compensazione per aver lasciato invadere senza intervenire il loro Paese tra gli anni ’40 e ’50. Tawang fu la tappa iniziale degli esuli giunti in India al seguito del loro leader, prima che si spargessero e propagassero nel resto dell’India, specialmente tra l’Anunchal e l’Himachal Pradesh, il Sikkim a nord e il Karnataka a sud.

Gran parte di loro ha messo su famiglia e si sono trasferiti col tempo anche in Europa e specialmente in America, mentre i lama trasmettevano in tutto l’Occidente le conoscenze del buddhismo Vajrayana.

Vista dal loro punto di vista, come ci hanno detto intellettuali e studiosi tibetani esuli, l’indicazione del Quinto Dalai sulla dislocazione di Tawang  può essere  dunque assimilabile a una profezia. All’epoca non c’erano motivi strategici (il Tibet in realtà non ha mai avuto nulla da temere dai vicini indiani), e la costruzione del monastero intendeva soltanto dimostrare il legame con la terra d’origine degli insegnamenti buddhisti.

Prima che gli influssi dei filosofi di Nalanda divenissero dominanti in tutte le quattro le principali scuole (Nymapa, Kajupa, Sakyapa e Gelupa), sugli altipiani dell’Himalaya si praticava una religione di origine sciamanica, molto seguita da popolazioni nomadi considerate poco più che selvagge e dipendenti dalle divinazioni e dai mantra, come quelli per la pioggia, per scegliere i pascoli, o per decidere ogni azione importante. Ma più delle differenze, è importante considerare la straordinaria coincidenza della diffusione in Tibet degli insegnamenti di Nalanda alla vigilia della scomparsa della cultura buddhista in India, vittima prima delle persecuzioni dei bramini e guerrieri hindu e poi degli invasori islamici.

Alle traduzioni meticolose dei tibetani è dovuta la salvezza di antichi insegnamenti scritti originariamente in sanscrito che sarebbero altrimenti del tutto andati persi, specialmente nell’incendio e la distruzione a opera degli invasori turchi della stessa biblioteca di Nalanda, paragonabile per importanza a quella dell’antica Alessandria. E’ anche per questo credito del passato se oggi il leader spirituale dei tibetani vive più o meno agevolmente assieme ai suoi seguaci nel villaggio himalayano di McLeod, dove ha costituito un governo in esilio senza troppi poteri guidato oggi da un lama di nome Samdhong Rinpoche, eletto con voto quasi plebiscitario fin dal 2001.

Con il supporto di fatto di New Delhi, i soldi ricevuti da fondazioni e privati da tutto il mondo sono stati investiti soprattutto nella ricostruzione dei grandi monasteri himalayani del passato come Drepung, Sera e Ganden e nella creazione degli insediamenti di coloni. Ovunque sono sorte anche scuole come i Tibetan children village per preservare la lingua e la tradizione originaria.

Come avviene largamente in Cina, una certa forma di omologazione linguistica e culturale è avvenuta anche in India, dove le giovani generazioni padroneggiano abbastanza bene il tibetano, ma sono sempre più orientate a usare l’hindi e l’inglese. Nessuno di loro si sente però un “nemico in patria”, come avviene ai loro coetanei ancora in Tibet, osservati e spiati dai vicini han impauriti di una loro nuova, improvvisa e sempre possibile sommossa.

Nonostante i diversi tentativi di screditarlo, è il Dalai lama a rappresentare per tutti la figura chiave unificante. Per questo quando non ci sarà più l’attuale XIV del lignaggio, inizierà la partita forse più delicata per la sopravvivenza dell’etnia tibetana come l’abbiamo conosciuta finora.  Lo stesso Dalai Lama, pur di non lasciare nessuno spazio a una strumentalizzazione della sua figura nel caso di un doppio “tulku” (reincarnato) col suo nome, ha perfino abbozzato l’idea di un successore eletto come si fa in Vaticano per il Papa. 

Per molti è il colpo definitivo. Per altri solo l’inizio di un nuovo capitolo della storia.

 

Vedi anche

1.      http://www.sangye.it/dalailamanews/?paged=3 Arunachal Pradesh, 30mila fedeli per il Dalai Lama

2.      http://www.sangye.it/dalailamanews/?paged=4 

Il Dalai Lama in Arunachal Pradesh: duro attacco della Cina all’India

Ministro indiano Krishna: l’Arunachal Pradesh è parte integrante dell’India

Crescono le tensioni fra Delhi e Pechino

3.      http://www.sangye.it/dalailamanews/?p=928#more-928

Balcanizzare l’India: un progetto di Pechino?

China and India Dispute Enclave on Edge of Tibet

 


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