10 S.S. Dalai Lama: Insegnamenti Londra 1994

Il contesto buddhista delle letture del Vangelo nel seminario del “ Buon Cuore” e Glossario dei termini buddisti di Thupten Jinpa

Il seminario del “Buon Cuore” è stato per me un’esperienza estremamente stimolante. Ricordo ancora l’atmosfera di serenità e di calore umano, così intensa per tutta la conferenza. Ripensandoci, mi pare di avere vissuto tutto l’evento come se fossi guidato da uno spirito invisibile. Le cose di cui mi ricordo più intensamente sono la chiarezza di pensiero e il senso di solidarietà che ho provato con i partecipanti al seminario. E di certo, sentirmi personalmente coinvolto in tutto questo, nella mia umile funzione di interprete del Dalai Lama, ha dato profondità anche maggiore alla mia esperienza. Forse è stata la cordialità spontanea che si era stabilita fra il Dalai Lama e Padre Laurence Freeman, i due protagonisti di questo dialogo buddhista-cristiano, a dare il tono a tutto l’avvenimento. Forse è stata invece la solennità dell’occasione.

Non si sottolineerà mai abbastanza la portata storica di questo dialogo. Per la prima volta nella storia, il capo di una importante religione non cristiana ha letto e commentato in pubblico i Vangeli cristiani. Sentire le parole dei quattro Vangeli pronunciate dal Dalai Lama è stata un’esperienza davvero commovente. Nella giustapposizione di quella voce, quel timbro così familiare, con le parole e le immagini di un testo non tibetano, era come se alla congregazione fosse insegnata una dottrina completamente nuova. E’ stato un momento di profonda spiritualità, e molte persone l’hanno sentito nel loro intimo. In simili momenti di intensa spiritualità, ciascuno di noi è capace di trascendere le nostre usuali percezioni di separatezza. Il pensiero di tutti gli “ismi” si eclissa quando riusciamo ad andare oltre i vincoli dei limiti razionali, cognitivi. È secondario se lo chiamiamo trascendenza, esperienza religiosa o risveglio spirituale. L’importante è che tutti i santi insegnamenti delle religioni più importanti del mondo possono guidarci a tali profondità religiose.

Sono questi i pensieri che mi vengono alla mente mentre sto scrivendo un breve saggio sul buddhismo per questo bel volume, (Incontro con Gesù). Spero di fornire un ampio quadro del sentiero buddhista, in modo che il lettore nuovo al buddhismo possa apprezzare i commenti del Dalai Lama in un contesto più ricco, più completo. In un certo senso, non c’è realmente bisogno di introduzioni del genere, poich‚ il titolo stesso del seminario del “Cuore Buono” coglie tutta l’essenza del messaggio buddhista. Quando chiedono a Sua Santità il Dalai Lama di riassumere l’essenza degli insegnamenti buddhisti, egli risponde sempre in modo semplice: “Aiuta gli altri se puoi; ma se non puoi, almeno evita di danneggiare gli altri”. Naturalmente, questo è l’insegnamento basilare del Buddha. Inutile dire che a questo livello non ci sono reali differenze fra i suoi insegnamenti e quelli di Gesù Cristo. Entrambi insegnano la via della salvezza che si compie nel servizio compassionevole degli altri; entrambi indicano un modo di trascendere i limiti meschini di un’esistenza egocentrica; ed entrambi ammettono che esiste in tutti noi un seme di risveglio spirituale. Tuttavia, è necessario tenere in considerazione la peculiarità di ciascuna via. Se non altro, va riconosciuta l’identità specifica delle diverse lingue e figure retoriche, del diverso contesto culturale e storico da cui traggono origine. Non dobbiamo assolutamente permettere che le differenze ci allontanino dalla nostra origine comune, e non dobbiamo nemmeno lasciare che le somiglianze annullino le loro particolari caratteristiche. È proprio l’attenzione sincera che il Dalai Lama tributa a questo duplice aspetto a rendere così significativo il suo approccio agli insegnamenti dei Vangeli cristiani. Cerchiamo dunque di individuare le linee di demarcazione del mondo spirituale del Dalai Lama, il mondo del buddhismo tibetano, cosicchè le forme emergenti dai suoi commenti possano stagliarsi in modo più netto. La religione e la spiritualità del Dalai Lama sono saldamente radicate negli antichi insegnamenti del Buddha e nella loro evoluzione storica di oltre 2500 anni. Il suo sviluppo intellettuale si fonda sull’addestramento buddhista alla filosofia, che sta alla base della sua visione del mondo. L’unione di studio e riflessione assume particolare importanza nel modo di impostare la vita tipico dei buddhisti: tale combinazione influenza notevolmente gli atteggiamenti generali di Sua Santità verso l’esistenza. Allora, che cos’è il buddhismo?

Potremmo rispondere semplicemente con un’ovvietà: il buddhismo è la religione del Buddha. L’importante però è di non creare la falsa impressione che esista una tradizione omogenea chiamata “buddhismo”, con un sistema unitario di credenze e pratiche. Come tutte le principali tradizioni spirituali del mondo, nel corso del tempo il buddhismo si è evoluto in numerosi differenti lignaggi, che condividono tutti la stessa denominazione: “l’insegnamento del Buddha”. Tutte queste scuole si sviluppano partendo dagli insegnamenti di Gautama Buddha, noto come Buddha (Sakyamuni), il cosiddetto Buddha storico che visse intorno al VI secolo a.C.

È estremamente difficile stabilire quale delle molte Scritture nei vari canoni buddhisti riportino davvero parole del Buddha (nel canone tibetano esistono oltre cento grossi volumi che gli sono attribuiti). Ciò nonostante, è comunque possibile enucleare alcune idee chiave che costituiscono l’essenza del messaggio spirituale del Buddha. Egli ha insegnato un sentiero per liberarsi dalla sofferenza che comporta una profonda comprensione della natura dell’esistenza.

Per lui, la condizione esistenziale è un ciclo perpetuo di insoddisfazione, e la chiave per interrompere questo ciclo è percepirne la vera natura. Per il Buddha, comprendere la dinamica di causa, condizioni ed effetti è fondamentale nella ricerca spirituale individuale. Nulla ha origine senza una causa, e quando si sono create tutte le condizioni, nulla può prevenire le conseguenze. Secondo il Buddha, la causa principale del nostro ciclo perpetuo di sofferenza è la tendenza inveterata che abbiamo di aggrapparci al senso di un “io” permanente. Questo atteggiamento possessivo dà origine a una serie di contaminazioni, soprattutto l’attaccamento verso coloro che sentiamo vicini a questo “vero io “ e l’avversione per quanti riteniamo ne minaccino il benessere determinato il nostro modo di interagire con i nostri simili. Questo a sua volta ci induce ad azioni nocive per noi e per gli altri. Il vero sentiero della liberazione è di arrivare a percepire che questo “sè” permanente non esiste. Quindi, contrariamente a tutti gli altri maestri religiosi del suo tempo, il Buddha insegnò il sentiero del “non sè” (anatman), ove il concetto di essenza personale definita o sè viene considerato la radice di ogni sofferenza. Le argomentazioni filosofiche usate per dimostrare l’impossibilità di un tale sé definito, o essenza immutabile, sono spesso ben dettagliate e complesse, ma di solito si concentrano sul fluire, che è condizione necessaria all’esistenza causale. In breve, qualsiasi cosa derivata da una causa è per forza impermanente, anche perchè non può esistere prima di essere prodotta. E poichè anche noi abbiamo origine da una causa, anche noi siamo senza dubbio impermanenti. Perciò, in quanto esseri impermanenti, non possiamo avere alcuna essenza stabile e immutabile, o sè, nonostante la nostra immotivata convinzione del contrario.

I principi appena accennati compaiono nei “quattro sigilli”, una formula tradizionale che si ritiene riassuma il pensiero buddhista:

  1. tutte le cose condizionate sono transitorie;

  2. ciò che è contaminato da stati mentali negativi produce necessariamente sofferenze;

  3. tutte le cose sono prive di qualsiasi essenza stabile o (sè);

  4. il (nirvana) è vera pace.

Sugli stessi principi si basano le (Quattro Nobili Verità), un’altra formula tradizionale che guida la pratica buddhista:

  1. la verità della sofferenza;

  2. la verità dell’origine della sofferenza;

  3. la verità della estinzione della sofferenza;

  4. la verità del sentiero che conduce alla eliminazione della sofferenza.

    La prima, la verità della sofferenza, è collegata al concetto di impermanenza: infatti buona parte della nostra sofferenza deriva dalla presunzione che il mondo e la nostra vita in qualche modo dovrebbero offrirci dei punti di riferimento stabili, fissi, anche se tutte le nostre esperienze indicano che il cambiamento è inevitabile. La seconda verità, l’origine della sofferenza, è connessa a stati mentali negativi o “difetti mentali”, poichè sono tali stati a farci vivere in un modo che produce sofferenza. La cessazione della sofferenza, la terza verità, è di per sè il (nirvana), uno stato che è “pace” proprio perchè sono state eliminate tutte le sofferenze. Per finire, la quarta verità, secondo cui c’è un sentiero che porta al (nirvana), è strettamente connessa al principio della non esistenza di un sè, giacchè comprendere questo principio permette di eliminare gli stati mentali negativi da cui la sofferenza trae origine.

I quattro sigilli e le Quattro Nobili Verità forniscono una rapida sintesi del pensiero e della pratica buddhista; è indispensabile però citarne un altro elemento fondamentale: un’immensa compassione. Sin dai primordi, amore e compassione hanno avuto un ruolo preminente nella pratica buddhista, ma la compassione assume un significato particolare nella pratica del (Mahayana) (“il veicolo universale”). Tutti i buddhisti condividono i principi summenzionati, che però lasciano in sospeso il problema del fine ultimo della pratica: cioè, in che misura si cerca di far cessare la sofferenza degli altri oltre alla propria? Per i buddhisti (Mahayana), come Sua Santità il Dalai Lama, lo scopo della pratica non è semplicemente quello di far cessare la propria sofferenza di tutti gli esseri e di garantire loro una felicità duratura. Poichè solo una persona pienamente illuminata puè sperare di realizzare tale obiettivo, un buddhista (Mahayana) cerca di raggiungere il pieno risveglio (bodhi) della buddhità. In forma estremamente concisa, le pratiche (Mahayana) sono costituite dalle sei perfezioni, che tendono al proprio sviluppo personale, e dai quattro metodi, che tendono allo sviluppo della mente altrui. Le sei perfezioni sono: generosità, disciplina etica, pazienza, sforzo entusiastico, concentrazione e saggezza; i quattro metodi sono: dare ciò che è urgentemente necessario; parlare sempre con gentilezza; essere di guida morale per gli altri; dimostrare questi principi con l’esempio della propria vita. Questi due gruppi di pratiche, le sei perfezioni e i quattro metodi, insieme formano quello che è noto come (ideale del bodhisattva), un argomento di cui ora tratterò.

L’ideale del bodhisattva

Il concetto religioso fondamentale che emerge dal movimento (Mahayana) all’interno del buddhismo è sicuramente l’ideale del bodhisattva. Bodhisattva significa letteralmente “colui che ha un’aspirazione eroica all’illuminazione”: è un essere altruista dotato di grande coraggio. Bodhisattva sono le persone che, sebbene capaci di liberazione personale, scelgono di assumersi il compito di liberare gli altri dalla sofferenza. La compassione di tali esseri è illimitata e trascende tutti i motivi di divisione. Il bodhisattva è un amico, un servitore, un fratello spirituale di tutti gli esseri, che, li conosca personalmente o no. La profondità della sincera compassione di un bodhisattva si esprime con vari mezzi, comprese le arti visive. Nella cultura tibetana, la rappresentazione forse più famosa di questa compassione infinita può essere trovata nella leggenda di (Cenrezig dalle mille braccia), il bodhisattva della Compassione. Questa leggenda descrive la compassione e la grande cura di Cenrezig per tutti gli esseri: esse erano talmente forti da fargli ritenere che senza avere mille braccia e mille occhi, non sarebbe stato in grado di realizzare in modo adeguato i desideri degli innumerevoli esseri sanzienti. E proprio l’intensità della sua aspirazione univoca un bel giorno gli conferì mille braccia e mille occhi. Questo modello rimane ancora oggi un potente simbolo religioso per i seguaci del buddhismo (Mahayana).

La compassione di un bodhisattva per gli altri non dovrebbe essere intesa soltanto un senso emotivo. Non è un sentimento originato dall’attaccamento, e non si fonda su considerazioni interessate, come il pensiero che essere compassionevole sia positivo per la propria salute e il proprio benessere spirituale. È un sentimento che sorge spontaneamente quando si percepiscono le sofferenze altrui, e quando si comprende il semplice fatto che gli altri sono esseri senzienti proprio come noi. In altre parole, sorge un senso di unione e di profonda identificazione con gli altri che tuttavia in certa misura è esente dall’attaccamento. Non c’è nè attaccamento nè distacco. Senza dubbio tale compassione nasce solo se viene coltivata deliberatamente. Questa visione profonda svolge un ruolo fondamentale nel sentiero buddhista. La visione profonda è l’abile navigatore che guida il percorso della nave della compassione.

Secondo le scritture (Mahayana), un bodhisattva rimanda l’illuminazione personale per la sua compassione, e tramite questa visione profonda trascende il mondo dell’esistenza condizionata. In altre parole, il bodhisattva imbocca una via di mezzo fra la pace solitaria della non esistenza e il flusso perpetuo del divenire.

Il primo stadio del sentiero del bodhisattva è quello noto come lo “sviluppo dell’eroica motivazione”. E’ il voto solenne del bodhisattva a cercare la piena illuminazione per liberare gli altri dalla sofferenza. Questo voto deve sorgere da un profondo senso di compassione verso tutti gli esseri senzienti, e dalla convinzione incrollabile della nobiltà di dedicare la propria esistenza a beneficare gli altri. Un bodhisattva deve sentirsi talmente convinto da essere disposto a trascorrere innumerevoli vite, se necessario, per esaudire i desideri

persino di un singolo essere. La preghiera seguente, che tra l’altro è una delle strofe più citate dal Dalai Lama, coglie la sostanza di questo spirito:

Sino a quando esisterà lo spazio,

e sino a quando vi saranno esseri senzienti,

possa io essere presente

per eliminare la sofferenza degli esseri.

Una volta generata questa eroica motivazione, il bodhisattva ha il compito di praticare le sei perfezioni e i quattro metodi. Costui o costei deve considerare queste pratiche come lo scopo principale della propria vita. Per una simile persona, la pratica religiosa non può essere solo un aspetto della vita: deve essere la vita stessa, diventarne l’unico scopo. Ci sono molti testi classici (Mahayana) che delineano lo stile di vita del bodhisattva. Il più noto di essi e forse il più importante è (Guida allo stile di vita del Bodhisattva) di (Shantideva).

(1) (Shantideva) era un poeta buddhista indiano del VII secolo, ancora oggi molto venerato come santo nel mondo buddhista (Mahayana). La sua opera divenne il testo di riferimento sullo studio e la pratica dell’ideale del bodhisattva in Tibet. Chiunque abbia assistito a un discorso fatto dall’attuale Dalai Lama probabilmente ha notato la profondissima influenza esercitata da questo libro sui suoi pensieri e le sue azioni. Anche il lettore di questo volume osserverà la libertà e la spontaneità con cui il Dalai Lama fa riferimento a questo famoso testo (Mahayana).

Il ruolo della profonda visione intuitiva.

Prima abbiamo osservato che secondo il buddhismo lo sviluppo della profonda visione è la chiave della liberazione. Per un buddhista, la vita religiosa è un’esistenza dedita al perseguimento di una perfetta illuminazione. Poichè si ritiene che il nostro stato non illuminato tragga origine da una fondamentale percezione errata riguardo alla natura del nostro sé e della realtà, comprendere la loro vera natura è fondamentale per il processo di illuminazione. Tuttavia questo non vuol dire che la conoscenza, da sola, sia sufficiente. La comprensione della “realtà dei fenomeni” deve essere integrata nella vita personale di ciascuno. In altre parole, dobbiamo comprendere tale realtà in modo da trasformare il profondo nucleo del nostro essere. Questa conoscenza integrata è definita “saggezza” e si genera soltanto in una mente davvero tranquilla. Nella terminologia buddhista è un fenomeno noto come “unione di calma dimorante e di penetrante visione intuitiva”. In apertura ai commenti del Dalai Lama per il “Cuore Buono” questi due aspetti della via contemplativa buddhista sono definiti “meditazione analitica” e “meditazione concentrativa”. Nella seconda, la mente si fonde con l’oggetto prescelto, mentre la prima ne indaga la natura più profonda. In un praticante autentico questi due aspetti devono unificarsi in un singolo atto.

Per quanto riguarda l’esatta natura della comprensione della “realtà delle cose”, nell’India antica si sono sviluppate all’interno del buddhismo quattro scuole filosofiche principali. La scuola (Vaibhasika), pur negando l’esistenza di un “sè” permanente e immutabile, accetta l’esistenza di unità indivisibili di realtà chiamate (dharma). La scuola (Sautrantika) respinge quest’idea, e concepisce invece la realtà in termini di atomi e unità di tempo oggettivi, indivisibili. La scuola (Cittamatra) nega qualsiasi base oggettiva al mondo materiale e sostiene che in definitiva l’unica cosa reale è la mente. Per finire, la scuola (Madhyamaka) considera tutte queste concezioni come semplici postulati e li rigetta: infatti sostenere una di queste teorie rappresenta la reificazione di qualcosa che in realtà non esiste. Secondo questa scuola di pensiero, la natura autentica di tutte le cose e di tutti gli eventi è la vacuità; in altre parole, le cose e gli eventi sono privi di esistenza o identità intrinseche.

La vacuità è la verità, la realtà assoluta e la condizione definitiva di cose ed eventi. È la profonda percezione intuitiva di questa estrema vacuità che apre la via alla liberazione e alla libertà spirituale. Secondo la tradizione buddhista tibetana, la scuola Madhyanaka rappresenta il culmine del pensiero filosofico buddhista ed è quella che più si avvicina al nobile silenzio del Buddha. Uno dei più rilevanti paradossi del buddhismo consiste nel rapporto fra l’estrema importanza che esso attribuisce a un approccio razionale e la natura fondamentale silenziosa della sua definitiva visione spirituale.

Gli insegnamenti Madhyamaka sulla vacuità contribuiscono moltissimo alla sua risoluzione. Le personalità più rappresentative di questo lignaggio di pensiero sono (Nagarjuna) (il fondatore della scuola Madhyamaka, nel II secolo), (Aryadeva) (il principale allievo di Nagarjuna), (Chandrakirti) (il fondatore della scuola (Prasangika), una suddivisione della scuola Madhyamaka, nel VI secolo) e (Shantideva) (L’autore di Guida allo stile di vita del Bodhisattva).

Il buddhismo del Tibet

Il buddhismo giunse in Tibet intorno al VII secolo d.C. e ben presto diventò la religione e la filosofia dominante del suo popolo. Nel corso dei secoli successivi alla sua introduzione, si è sviluppato in quattro scuole principali: (Nyingma, Kagyu, Sakya e Ghelug). (2) Queste scuole differiscono più per motivi di cronologia e di genealogia dei rispettivi maestri che per le posizioni dottrinali vere e proprie. Tutte e quattro le tradizioni aderiscono al buddhismo (Mahayana); tutte sostengono che il Madhyamaka rappresenta il punto più elevato delle filosofia buddhista. Ma le quattro scuole condividono un principio ancora più importante: accettano la preminenza del buddhismo (Vajrayana) come definitivo sentiero spirituale all’illuminazione. (Vajrayana) letteralmente significa “veicolo adamantino”, ma potremmo definirlo in modo adeguato come la tradizione esoterica del buddhismo. Fra gli altri elementi tipici di questo sentiero sono da notare il valore fondamentale della non dualità, l’individuazione di sentimenti come l’attaccamento in quanto mezzi per praticare la via dell’illuminazione, e l’uso di un ricco simbolismo psicologico che risulta essenziale per la concentrazione meditativa.

Nyingma, che letteralmente significa “scuola dell’antica traduzione”, è la prima tradizione del buddhismo tibetano, e le sue origini risalgono agli insegnamenti dei maestri indiani Padmasambhava e Shantaraksita, che arrivarono in Tibet durante l’VIII secolo d.C. Le altre tre scuole sono chiamate complessivamente “scuole della nuova traduzione”. (Il riferimento ad “antica” e “nuova” riguarda i periodi in cui venne tradotto il canone buddhista in tibetano). La scuola Kagyu fu fondata da un traduttore tibetano dell’XI secolo, Marpa Lotsawa (1012-1097), che a sua volta seguiva il lignaggio del maestro indiano Naropa (1016-1100). La scuola Sakya fu fondata dell’Xi secolo da Khon Konchok Gyalpo, allievo del traduttore tibetano Drokmi Lotsawa (992…- 1072). Per finire, la scuola Ghelug nacque come tradizione indipendente in seguito alla riforma radicale del buddhismo in Tibet attuata da Tsongkhapa (1357-1419). Tsongkhapa trasse grandissima ispirazione dallo spirito riformista del movimento (Kadam), avviato da (Atisa) (982-1054), grande missionario indiano in Tibet, e dal suo principale discepolo tibetano, Dromtonpa. A causa di questa influenza la scuola Ghelug divenne nota anche come “nuova scuola Kadam”. Dal XIV secolo in poi, questa nuova scuola riformata diventò la tradizione predominante in Tibet, in Mongolia e in molti altri paesi buddhisti dell’Asia centrale. Per tradizione, sia il Dalai Lama sia il Panchen Lama, le due massime autorità spirituali del Tibet, provengono da questa scuola riformata.

La scuola Ghelug di Tsongkhapa può essere definita in generale una autentica sintesi. Come le scuole più antiche insiste sul fatto che attenersi in modo rigoroso a una disciplina etica costituisce la base per un’autentica vita spirituale. Grazie alla profonda ammirazione di Tsongkhapa per gli insegnamenti Kadam, negli aspetti pratici della via per gli insegnamenti Kadam, negli aspetti pratici della via la nuova scuola adotta una serie di istruzioni note complessivamente come (lo-jong), “addestramento mentale” o “trasformazione del pensiero”. Questi insegnamenti sono caratterizzati essenzialmente da metodi per trasformare anche le circostanze più avverse in condizioni favorevoli anche le circostanze più avverse in condizioni favorevoli allo sviluppo della compassione e dell’altruismo. Nella sua impostazione

filosofica, la scuola Ghelug accoglie (in toto) i precetti Madhyamaka sulla dottrina della vacuità. Inoltre, riconosce che l’analisi critica è parte integrante della via dell’illuminazione. Tuttavia, nonostante l’importanza attribuita all’approccio razionale, la tradizione Ghelug ritiene che gli insegnamenti (Vajrayana) espongono chiaramente la visione definitiva di come perseguire la perfetta buddhità. Un approccio così integrato richiede senza dubbio un profondo apprezzamento di molteplici prospettive, ciascuna adeguata al suo contesto e alla sua struttura, entro i quali è valida. E’ questo aspetto multidimensionale del buddhismo a renderlo profondo e complesso allo stesso tempo. Abbiamo già visto quanto sia assurdo pensare che esiste (una) posizione buddhista: è privo di significato anche parlare di una visione buddhista tibetana.

Perciò, quando si leggono i commenti del Dalai Lama sui Vangeli, è importante tenere presente questa molteplicità di prospettive, e le ricche risorse spirituali cui egli attinge per le sue valutazioni. Per leggere seriamente le Scritture bisogna sempre avvalersi di sofisticate capacità ermeneutiche. Si può apprezzare appieno la profondità del testo soltanto in questo modo. Prima di concludere, è indispensabile dire qualcosa sull’atteggiamento generale del buddhismo nei confronti delle altre grandi religioni. Come queste, il buddhismo considera la propria via universale, poiché‚ affronta i problemi fondamentali dell’esistenza umana. In questo senso non ritiene che il suo messaggio e le sue dottrine normative abbiano valore solo all’interno di uno specifico contesto storico o culturale. Tuttavia, sin dalle prime fasi di evoluzione della scuola (Mahayana), il buddhismo ammette che esistono altri sentieri, magari più adatti al temperamento spirituale delle varie persone, e riconosce la diversità al livello più basilare, quello dell’impostazione spirituale.

Come dice un classico (Mahayana), “esistono diverse inclinazioni, diversi interessi e diversi sentieri spirituali”. Questo, secondo me, sta alla base del “supermercato di religioni” di cui parla spesso il Dalai Lama. Secondo il buddhismo, tutti questi sentieri spirituali di per sè sono validi, in quanto rispondono alle aspirazioni primarie di milioni di persone. La validità di una dottrina religiosa non andrebbe valutata in base alla sua pretesa di verità metafisica. Il criterio deve riferirsi invece alla sua efficacia nel fornire salvezza spirituale, cioè libertà. La lunga storia del buddhismo e del cristianesimo dimostra la loro efficacia. Stabilito, questo, un dialogo sincero fra queste due profonde tradizioni religiose, oltre ad arricchire i rispettivi insegnamenti, può accrescere l’apprezzamento delle persone per la dimensione spirituale della vita umana. Il famoso storico delle religioni Paul Tillich ha detto che dall’incontro di cristianesimo e buddhismo potrebbe derivare una rivoluzione spirituale.

Forse aveva ragione.

GLOSSARIO DEI TERMINI BUDDISTI

(Anatman) “Non sè” o “assenza di un’anima”. È la dottrina del Buddha che rigetta l’idea di un sè puro, eterno, sottile o “atman”. Tale dottrina serve a eliminare l’attaccamento al proprio io (l’atteggiamento possessivo verso di esso), che costituisce l’ignoranza fondamentale che lega gli esseri senzienti alla sofferenza dell’esistenza condizionata. (Vedi: Non s‚; Vacuit…).

(Aryadeva) Il principale discepolo di (Nagarjuna). (Vedi: Nagarjuna).

(Atman) Il sanscrito “sè” o “anima”. (Vedi: Non sè).

(Bhiksu) (Pali:bhikkhu) Nella tradizione monastica buddhista, un monaco che ha preso l’ordinazione completa. Nella tradizione monastica seguita dai tibetani, per prendere l’ordinazione completa un monaco pronuncia 253 voti; un monaco novizio, 36 voti.

(Bhiksuni) Nella tradizione monastica buddhista, una monaca che ha preso l’ordinazione completa. Nella tradizione tibetana, per le monache completamente ordinate il lignaggio dell’ordinazione si è perduto diversi secoli fa, mentre esiste ancora nel buddhismo cinese. Nella tradizione tibetana, una monaca novizia pronuncia 36 voti come un novizio. Una monaca completamente ordinata pronuncia 364 voti.

(Bodhisattva) Concetto religioso fondamentale nel buddhismo (Mahayana). Un bodhisattva, avendo sviluppato una compassione illimitata verso tutti gli esseri, è una persona sulla via della perfetta buddhità. Così dedica la sua vita al benessere degli altri, avendo fatto voto di condurre tutti gli esseri senzienti alla perfetta e completa illuminazione. (Vedi: Ideali del bodhisattva; Buddhità).

(Brahman) Un concetto metafisico fondamentale in alcune scuole filosofiche non buddhiste dell’India antica. Per “brahman” si intende in generale l’assoluto, il fondamento dell’essere, la fonte primordiale di ogni cosa esistente. In questo contesto, il mondo fenomenico è un’illusione dovuta solo alla percezione del nostro io (atman) come un’entità distinta, individuale. Questa illusione cessa quando si diventa consapevoli della vera natura del (brahman. Vedi: Non sè).

(Buddha) Letteralmente “il risvegliato”. Una persona che ha raggiunto l’illuminazione, cioè la liberazione da tutti i difetti e la perfezione di tutte le qualità, e che è perciò pienamente capace di beneficare gli altri. (Vedi: Buddhità).

(Buddhadasa Bhikkhu) (1906-1993) Ajahn (Buddhadasa) è stato uno dei più riveriti maestri buddhisti della Tailamdia, e allo stesso tempo uno dei più controversi. I suoi brillanti insegnamenti e i suoi consigli pratici hanno incoraggiato laici e monaci buddhisti a impegnarsi acutamente in opere benefiche di carattere sociale. Dalla sua morte, avvenuta nel 1993, i numerosi discepoli di svariate nazionalità continuano la sua opera su larga scala per aiutare l’umanità. (Buddha Sakyamuni Vedi: Buddhità; Sakyamuni).

(buddhismo Mahayana) Il (Mahayana, che letteralmente significa “il grande veicolo”, è una delle due tradizioni principali emerse all’interno del buddhismo nell’antica India; l’altra è l’Hinayana. Il (Mahayana) in generale viene associato alle tradizioni buddhiste settentrionali del Tibet, della Cina, del Giappone e della Corea: una sua caratteristica fondamentale è l’insistenza sul fatto che per ottenere la piena illuminazione è requisito indispensabile provare un senso di responsabilità universale altruistico e compassionevole per il benessere di tutti gli esseri. (Vedi: Hinayana).

(Buddhismo Vairayana) Il (Vajrayana), letteralmente “veicolo di diamante”, è l’aspetto esoterico del buddhismo, (Vedi: Tantra).

(Buddhità) Lo stato di completa illuminazione, in cui si sono purificati ed eliminati tutte le imperfezioni e tutti i difetti fisici e mentali, e si sono raggiunte e perfezionate tutte le abilità e le qualità positive. In generale, “buddha” è un termine che si può applicare a chiunque abbia conseguito la perfetta illuminazione.

E quindi importante comprendere la differenza fra il Buddha storico, Buddha (Sakyamuni), e un Buddha inteso come una persona pienamente illuminata. (Vedi: Illuminazione; Tre kaya).

(Calmo dimorare della mente samatha) Uno stato mentale coltivato con la meditazione, caratterizzato dall’assenza di distrazione a causa di oggetti esterni e da concentrazione stabile su un oggetto prescelto. Possiede le caratteristiche della “calma”, cioè l’eliminazione delle distrazioni, e del “dimorare”, che è il raggiungimento di un alto livello di concentrazione univoca della mente. Nella letteratura buddhista, quando si parla di meditazione, il calmo dimorare è spesso connesso a (vipasyana. Vedi: Samadhi; Vipasyana).

(Chandrakirti) Uno dei principali filosofi della scuola (Prasangika) Madhyamaka.

(Canone Pali) E’ il canone buddhista del (Tripitaka), i “tre canestri”, ed è l’insieme dei discorsi di Buddha accettati dalla tradizione (Theravada). La maggior parte dei testi del Canone Pali sono stati tradotti in inglese e pubblicati dalla Pali Text Society.

(Causalità) Il principio di causalità ha una posizione preminente nel pensiero e nella pratica buddhita. Dal punto di vista della pratica, la via buddhista è manifestamente causale, in quanto sostiene che l’abbandono dalla sofferenza si ottenga eliminandone le cause. La causa immediata della sofferenza è un (Karma)

negativo, le impronte mentali negative che rimangono nella coscienza quando si compiono azioni negative con il corpo, con la parola e con la mente. Tali tracce in seguito “maturano” nell’esperienza di stati mentali spiacevoli; in altre parole, si soffre. Le cause più remote della sofferenza sono gli atteggiamenti e le abitudini mentali che ci inducono a compiere azioni negative; la principale è l’ignoranza, l’abituale percezione errata della realtà relativa, che viene percepita come permanente e definitiva. Da un punto di vista più filosofico, la causalità è il tipo più evidente di interdipendenza; l’interdipendenza causale viene utilizzata di frequente per dimostrare che poichè tutte le cose sono necessariamente interdipendenti, sono necessariamente prive di qualsiasi essenza intrinseca concreta. (Vedi: Interdipendenza; Karma; Quattro Nobili Verità).

(Cenrezig) E’ il nome tibetano di (Avalokitesvara), il bodhisattva della compassione che personifica l’immensa compassione di tutti i Buddha. I tibetani considerano Cenrezig la divinità protettrice del Tibet, e tutti i Dalai Lama che si sono succeduti nel tempo manifestazioni umane di questa divinità.

(Cinque aggregati) Secondo il pensiero filosofico buddhista, tutti i fenomeni fisici e mentali sono classificati sotto la dicitura di cinque aggregati, o (skandha). Questi cinque aggregati (talvolta chiamati componenti psicofisiche) sono forma, sensazione, percezione, volizione e coscienza. Insieme costituiscono la base della sensazione del proprio “sè” e della propria identità personale.

(Compassione Vedi: karuna).

(Dhammapada) La raccolta di massime del Buddha, nota nella versione sanscrita come Dharmapada, è senza dubbio uno dei più noti testi buddhisti. Contiene 423 strofe e delinea le idee chiave della condizione umana secondo la dottrina buddhista. Nella collana Penguin Classic esiste una limpida traduzione inglese di questo testo, intitolata (The Dhammapada) (Harmondsworth, Penguin, 1973).

(Dharma Pali: Dhamma) Deriva dalla radice etimologica che significa “tenere o trattenere” e indica gli insegnamenti del Buddha, la “verità” o la “via”, e la pratica di tali insegnamenti: in questo contesto, il Dharma è quello che ci tiene lontani dalla sofferenza e dalle sue cause. L’equivalente tibetano (chos) letteralmente significa “cambiamento” o “trasformazione”, e si riferisce sia al processo di trasformazione spirituale sia il risultato della trasformazione. Il termine ha molte altre connotazioni aggiuntive. Per esempio, un testo classico enumera questi dieci significati: fenomeno percettibile, sentiero, (nirvana), oggetto di coscienza, meriti, vita, scritture, oggetto materiale, norma e tradizione dottrinale. (Vedi: Tre Gioielli).

(Dharmakaya) Corpo di verità di un buddha. (Vedi: Tre kaya).

(Discorso dei Parco dei Daini) Il primo discorso pronunciato dal Buddha storico, (Sakyamuni). Dopo aver conseguito la buddhità mentre meditava sotto un “albero delle pagode” (ficus religiosa), dove oggi si trova la città di Bodhygaya, nell’India settentrionale, (Sakyamuni) si avviò verso la città di Sarnath, nei sobborghi di Varanasi. Lì incontrò i cinque asceti con cui un tempo aveva seguito pratiche ascetiche estremamente rigorose. Avendo scorto il Buddha, i cinque compagni decisero di ignorarlo, perchè appariva evidente che aveva abbandonato i suoi voti di estremo ascetismo. Quando il Buddha si avvicinò, tuttavia, furono sopraffatti dalla gioia e dalla conoscenza che emanava da lui, e lo implorarono di insegnare loro che cosa aveva compreso. (Sakyamuni) Buddha acconsentì, e impartì il suo primo insegnamento formale, incoraggiando i suoi ex compagni ad abbandonare gli eccessi di edonismo e di ascetismo. Indicando loro che queste vie avrebbero provocato soltanto ulteriore sofferenza, il Buddha spiegò la “via di mezzo” che evita tali estremi. Il suo discorso è incentrato sulle Quattro Nobili Verità, che riassumono quanto egli aveva compreso e indicano come si può porre fine alla

sofferenza. (Vedi: Quattro Nobili Verità).

(Dispersione mentale) Un livello di eccitazione mentale che ostacola la calma di uno stato meditativo. La dispersione mentale insorge quando la mente è distratta da oggetti esterni. È una forma di attrazione, un attaccamento verso gli oggetti, e ha l’effetto destabilizzante di provocare la perdita della concentrazione che si è raggiunta. (Vedi: Calmo dimorare della mente).

(Due verità) La dottrina delle due verità, verità assoluta e verità relativa o convenzionale, è forse il concetto filosofico più importante del buddhismo. Questa dottrina indica un modo per comprendere il rapporto complesso fra il mondo fenomenico del cambiamento e del flusso perpetuo e la sottostante realtà di vacuità immutabile.

La (verità assoluta) è la natura vacua di tutti i fenomeni; è l’assenza totale di realtà intrinseca e di identità, comune a tutte le cose e tutti gli eventi. Secondo il buddhismo (Mahayana) è la verità definitiva, e comprenderla è il modo di ottenere la liberazione dalla sofferenza. Invece ciò che sperimentano nel nostro stato ordinario, come la nascita e la morte, il dolore e il piacere e così via, avviene all’interno del mondo relativo. Questi fenomeni e questi avvenimenti sono reali solo in quanto (verità convenzionali o relative.Vedi: Metodo; Saggezza; Vacuità).

(Duhkha Pali: dukkha) Il termine, tradotto spesso come sofferenza, indica l’insoddisfazione e la transitorietà fondamentali dell’esistenza, ed è la prima Nobile Verità. (Vedi: Quattro Nobili Verità).

(Dzogchen) Letteralmente “grande perfezione”; i suoi insegnamenti fanno parte del corpo dottrinale del (Vajrayana) e sottolineano la realizzazione della consapevolezza primordiale come mezzo per raggiungere l’illuminazione.

(Esistenza condizionata Vedi: Samsara).

(Ghelug) Il termine tibetano letteralmente significa “amico spirituale”. Attualmente, nella tradizione Ghelug questo titolo di solito è conferito a coloro che hanno seguito con successo per molti anni gli studi monastici e hanno così raggiunto un altro livello di istruzione dottrinale.

(Guru) Parola sanscrita (corrispondente al tibetano lama) che indica un mentore e maestro spirituale che possiede i requisiti spirituale descritti nelle Scritture. Le qualità minime che un guru deve possedere sono: compassione verso lo studente,

disciplina interiore, un certo livello di serenità e maggior conoscenza dello studente riguardo all’argomento da insegnare.

(Hinayna) Il termine, che letteralmente significa “veicolo minore”, è usato soprattutto dai praticanti (mahayana) per distinguere chi pratica il buddhismo per raggiungere la propria liberazione individuale da chi, con una motivazione (Mahayana), si impegna nella pratica spirituale per ottenere l’illuminazione allo scopo di liberare dalla sofferenza (tutti) gli esseri senzienti. Questa distinzione in linea di massima è considerata artificiosa dagli studiosi buddhisti contemporanei, e di solito viene considerata in modo un pò spregiato, soprattutto dai praticanti delle scuole meridionali di buddhismo (le tradizioni di insegnamento di Sri Lanka, Thailandia, Birmania, Cambogia, Indonesia e Vietnam), a cui il termine è applicato. (Vedi: Tradizione Theravada).

(Ideali del bodhisattva) Comprendono le sei paramita o perfezioni per il proprio sviluppo personale, e i quattro metodi, diretti a sviluppare gli altri. Le sei perfezioni sono:

1) generosità,

  1. disciplina etica,

  2. pazienza,

  3. sforzo entusiastico,

  4. concentrazione e

  5. saggezza;

    i quattro mezzi sono:

    1) donare ciò che è urgentemente necessario,

    2) parlare sempre con gentilezza,

    3) essere una guida morale per gli altri,

    4) dimostrare questi principi con il proprio esempio.

    Un bodhisattva, dopo aver sviluppato l’eroica motivazione di raggiungere la perfetta illuminazione a beneficio degli altri, fa voto solenne di impegnarsi in queste pratiche.

(Illuminazione) Questa parola è utilizzata nel contesto buddhista per indicare lo

stato di un completo risveglio di una persona. L’equivalente tibetano (jang chup)

significa letteralmente “colui che ha purificato le oscurità ed è perfettamente

realizzato”. Una persona pienamente illuminata è chiamata buddha. (Vedi:

Buddhità; Tre kaya).

(Impermanenza anityata) Insieme con la “sofferenza” e l’”assenza di identità personale”, per il buddhismo l’impermanenza è una caratteristica fondamentale della vita. Si ritiene che l’impermanenza riguardi sia la natura transitoria delle cose che sperimentiamo sia la natura incessante del sottile cambiamento che avviene a livello profondo. Secondo il buddhismo, nulla dura nel tempo, e il processo di cambiamento è dinamico e infinito.

(Interdipendenza sanscrito: pratttyasamutpada) La dottrina, spesso considerata il principio basilare della filosofia buddhista, sostiene che tutte le cose reali esistono necessariamente in dipendenza da qualcos’altro. L’interdipendenza è strettamente legata alla vacuità, poichè tutte le cose sono causalmente interdipendenti se, e solo se, tutte le cose necessariamente prive di qualsiasi essenza o natura intrinseca autonoma. Sono spesso citate tre forme progressivamente più sottili di interdipendenza:

1) interdipendenza causale, per cui qualsiasi oggetto (come un albero) è necessariamente un prodotto di cause e condizioni (come il seme, il terreno, la luce del sole e così via);

2) interdipendenza delle parti e dell’intero, per cui qualsiasi oggetto (per esempio un’automobile) dipende necessariamente da un insieme di parti o caratteristiche (gomme, assi, motore eccetera); e

3) interdipendenza cognitiva o reciproca, per cui si può dire che un oggetto esiste solo se una coscienza lo identifica come un “x” in contrapposizione a un “non x”.

(Vedi: Causalità; Vacuità).

(Intorpidimento o annebbiamento mentale) Insieme con la dispersione mentale, è uno degli ostacoli principali alla pratica della stabilità meditativa. E’ il fattore che sta alla base di stati mentali di disturbo quali la sonnolenza, il torpore e la pigrizia. La sua manifestazione principale è la sensazione di essere prostrati e stanchi, privi di energia e di vigilanza. I manuali di meditazione buddhista descrivono l’intorpidimento mentale come una forma leggermente più sottile di dispersione mentale. (Vedi: Calmo dimorare della mente).

(Kagyu) Letteralmente “trasmissione orale”. Una delle quattro scuole più importanti del buddhismo tibetano, fondata da Marpa Lotsawa nell’XI secolo.

(Kangyur) È il canone buddhista tibetano, che comprende oltre 100 grossi di discorsi e testi attribuiti al Buddha. Letteralmente significa “le parole sacre tradotte”; tutte le opere della raccolta furono tradotte quasi esclusivamente dalle fonti originali sanscrite. La collazione è opera dell’enciclopedia tibetano del XIV secolo Bu-ton Rinchen Drub.

(Karma) Il termine sanscrito si riferisce a un importante concetto metafisico riguardante l’azione e le sue conseguenze. È una dottrina comune a tutte le filosofie religiose dell’India. Il concetto abbraccia sia le azioni in se stesse sia le influenze psicologiche e le tendenze prodotte nella mente da tali azioni. Nell’uso generale, (Karma) si riferisce a tutto il processo di azione causale e agli effetti che ne derivano. (Vedi: Causalità).

(Karuna) Anche se è tradotto con “compassione”, il suo significato non andrebbe confuso con la pietà o con ciò che suscita misericordia. Nell’etimologia del termine vi è il senso di identificarsi nel dolore o nella sofferenza altrui. (Karuna) letteralmente significa “l’interruzione della beatitudine” e si riferisce a uno stato di immedesimazione compassionevole nel dolore di un altro, al punto tale che diventa impossibile provare piacere.

(Lam-rim) Letteralmente “stadi del sentiero”, il termine si riferisce alla presentazione graduale e progressiva degli insegnamenti e delle pratiche del Buddha. Questo modo di presentare gli insegnamenti fu sviluppato per adattarsi ai diversi livelli intellettuali dei praticanti spirituali sul sentiero per l’illuminazione. La tradizione del (lam-rim) incominciò nell’XI secolo con Atisha, il grande missionario indiano in Tibet, e con il suo breve testo (Luce sul sentiero dell’illuminazione).

(Liberazione Vedi: Nirvana).

(Lo-jong Vedi: Trasformazione del pensiero).

(Maitreya) Il nome, che significa “colmo di amore”, indica il futuro prossimo Buddha, e la personificazione della gentilezza colma di amore di tutti i Buddha. C’è anche un bodhisattva Maitreya e un personaggio storico con lo stesso nome, autore di numerosi importanti testi (Mahayana).

(Mandala) Nell’uso generale, il termine fa riferimento a un simbolo cosmico che presenta come caratteristica circoli e simmetrie concentriche. I (mandala) sono usati anche come strumenti visivi contemplazione in molti tipi di meditazione buddhista che richiedono l’esercizio dell’arte della visualizzazione. In quest’ultimo contesto, rappresentano invariabilmente gli stati purificati della mente del meditatore.

(Manjusri) È il Bodhisattva della Conoscenza e della Saggezza, la personificazione della profonda visione intuitiva di tutti i Buddha. Viene rappresentato tradizionalmente con la mano destra che brandisce la spada della saggezza, e la sinistra che regge lo stelo di un fiore di loto su cui si trova del (Sutra della Perfezione della Saggezza).

(Metodo) Nel buddhismo (Mahayana), si riferisce specificamente a tutti gli aspetti del sentiero associati con il potenziamento e lo sviluppo della compassione e delle azioni altruistiche del bodhisattva. È in contrapposizione con l’aspetto della “saggezza” del sentiero, riferito direttamente allo sviluppo della percezione della vacuità. Le prime cinque delle sei perfezioni appartengono all’aspetto del metodo, e l’ultima all’aspetto della saggezza. Un autentico sentiero spirituale, nella concezione (Mahayana), comporta una perfetta combinazione di metodo e saggezza, talvolta chiamata anche “unione di saggezza e compassione”. (Vedi: Due verità; Ideali del bodhisattva; Saggezza).

(Metta maitri) Se la compassione è la volontà di condividere la sofferenza degli altri, la (metta), o affettuosa gentilezza, è l’aspirazione sincera della felicità degli altri. Come la (karuna), o compassione, la (metta) è realmente altruistica e umanitaria, e sorge da un profondo sentimento di identificazione con gli altri.

(Milarepa) (1040-1123) Venerato in Tibet come poeta-santo, le sue travagliate vicende, la sua devozione assoluta per il suo maestro Marpa Lotsawa e infine la sua intera esistenza di meditatore errante sono state fonte di grande ispirazione spirituale per molte generazioni di tibetani. I suoi poemi di esperienza spirituale si possono leggere in inglese in Garma C.C. Chang, (The Hundred Thousand Songs

of Milarepa (Boulder, Shambhala, 1977) e in Drinking the Mountain Stream)

(Boston, Wisdom Publications, 1995).

(Nagarjuna) E’ forse, dopo il Buddha, il secondo personaggio storico in ordine di importanza nel buddhismo (Mahayana) e può esserne considerato il fondatore. I suoi scritti religiosi e filosofici restano tutt’oggi la fonte più autorevole su numerose questioni di rilevanza filosofica all’interno del pensiero buddhista. La sua opera fondamentale è il (Mulamadhyamaka), che costituisce la base di tutti gli scritti successivi sulla filosofia buddhista della vacuità. Si possono trovare traduzioni inglesi di questo testo in: Frederick Streng, (Emptiness: A Study in Religious Meaning), Nashville, Abingdon Press, 1967; Kenneth Inada, (Nagarjuna: A Translation of his Mulamadhyamaka-Karika), Tokyo, Hokuseido Press, 1970; Jay Garfield, (Fundamentals of the Middle Way), Oxford University Press, 1995 (trad. it. Roma, Ubaldini-Astrolabio).

(Natura di Buddha Vedi: Tathagata-garbha).

(Nirmanakaya) Corpo di emanazione di un buddha. (Vedi: Tre Kaya).

(Nirvana Pali: Nibbana) Letteralmente significa “andato oltre la pena e il dolore” e si riferisce alla libertà totale dalla sofferenza e dalle sue sottostanti origini. Tale libertà può essere raggiunta soltanto quando si elimina il processo di tutte le afflizioni emotive e mentali. Perciò talvolta il (nirvana) è conosciuto anche come (nirodha), vera cessazione, o (moksa), liberazione.

(Non esistenza di un sè Vedi: Non sè).

(Non-sè anatman) La dottrina del non-sè o non esistenza di sè, talvolta tradotto anche come “assenza di anima”, è un concetto filosofico basilare del buddhismo. In

sostanza, si riferisce alla visione del Buddha secondo cui lo stato di esistenza condizionata non illuminata deriva dalla falsa convinzione che esista un “sè” permanente, durevole. È la percezione dell’assenza di tale sè a consentire la liberazione dalla sofferenza dell’esistenza condizionata. All’interno del buddhismo, le diverse scuole danno una diversa interpretazione di questo insegnamento fondamentale del Buddha. (Vedi:Anatman; Vacuità).

(Nyingma) È la scuola più antica del buddhismo tibetano, fondata nell’VIII secolo da Padmasambhava.

(Ottuplice sentiero) La quarta Nobile Verità, il vero sentiero, ha otto aspetti:

  1. retta comprensione;

  2. retta intenzione;

  3. retta parola;

  4. retta azione;

  5. retti mezzi di sostentamento;

  6. retto sforzo;

  7. retta consapevolezza;

  8. retta concentrazione.

    Questi otto aspetti nel loro insieme costituiscono l’essenza dell’autentico sentiero spirituale.

(Parinirvana) Il (nirvana) definitivo del Buddha al momento della sua morte a Kushinagar, nell’India settentrionale.

(Prana) Termine sanscrito che letteralmente significa “vento” o “fiato” (aria psichica); nel buddhismo tantrico, si riferisce ai vari tipi di energia sottile che sostengono il complesso mente-corpo. Tali “venti psichici”, o energie psicofisiche, che si diffondono nel corpo attraverso canali, sono parte integrante di tutte le funzioni fisiche e mentali. L’aria psichica più sottile è identica alla mente più sottile, e lo scopo principale della pratica tantrica è conseguire la padronanza di questo vento estremamente sottile, in modo da trasformare la mente a livello a sua volta estremamente sottile. Secondo la teoria tantrica, un praticante che ha conseguito il controllo dei venti a livello grossolano e sottile può manipolarli per produrre vari effetti, alcuni dei quali si possono definire emanazioni.

(Prasangika-Madhyamaka) Sottoscuola del Madhyamaka, che si è sviluppata sui commentari di (Buddhapalita) alle opere di (Nagarjuna). I principi di questa scuola costituiscono la filosofia dominante di tutte e quattro le tradizioni del buddhismo tibetano. (Vedi: Nagarjuna).

(Quattro fattori di positività) Sono

  1. la liberazione spirituale;

  2. la prosperità mondana;

  3. la pratica del Dharma e

  4. la ricchezza.

    I primi due sono di natura risultante, mentre gli altri due sono causali. I primi due dimostrano due diversi tipi di felicità: la prima ultraterrena, la seconda terrena. A causa della loro diversa natura, anche la loro realizzazione richiede metodi diversi. Così, la pratica del Dharma è ciò che conduce alla liberazione, mentre la ricchezza produce la prosperità materiale.

(Quattro Nobili Verità) Le Quattro Nobili Verità sono:

  1. la verità della sofferenza (duhkha);

  2. la verità dell’origine della sofferenza;

  3. la verità della eliminazione della sofferenza.

    Tutte le tradizioni buddhiste concordano sul fatto che questi quattro principi costituiscono il nucleo del messaggio spirituale del Buddha. All’interno della formulazione delle Quattro Verità, esistono due ripartizioni per causa ed effetto. La prima è associata all’esistenza ciclica condizionata: la verità dell’origine (la causa) e la verità della sofferenza (l’effetto).

La seconda è correlata alla liberazione dall’esistenza condizionata: la verità del sentiero (la causa, o mezzo, per la liberazione) e la verità della cessazione della sofferenza (l’effetto, lo stato stesso di liberazione). In sostanza, l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità delinea la comprensione buddhista della natura del (samsara) e del (nirvana). (Vedi: Samsara; Nirvana).

(Racconti del Jataka) Vi si narrano le vite passate del Buddha (Sakyamuni: come il Buddha si dedicò allo stile di vita di un bodhisattva, con quale abilità delle sue vite precedenti egli operò per il benessere degli altri esseri senzienti. Nel canone buddhista tibetano c’è un’antologia di queste storie composte da (Aryasura), intitolata il (Jatakamala).

(Rimpoce) Questo titolo, che letteralmente significa “prezioso”, è usato quando si rivolge la parola o si fa riferimento a lama reincarnati, lama che hanno raggiunto un elevato livello di realizzazione spirituale e abati di monasteri. (Vedi: Tulku).

(Sadhu) Tradizionale asceta indiano che vive di elemosine.

(Saggezza Prajna) I due aspetti fondamentali del sentiero buddhista sono (saggezza e metodo). Essi sono paragonati alle due ali di un uccello: privo di un’ala, l’uccello non può volare. Analogamente, senza la saggezza o senza il metodo, un praticante spirituale non può raggiungere l’obiettivo dell’illuminazione. La (saggezza) è l’aspetto del sentiero correlato direttamente allo sviluppo della percezione della vacuità. Il termine sanscrito (prajna) – tradotto spesso semplicemente con “saggezza”, anche se “intelligenza superiore” sarebbe forse una traduzione più appropriata – è tradizionalmente definito “consapevolezza discriminante in grado di percepire l’essenza, le distinzioni e i caratteri particolari o generali di qualsiasi oggetto all’interno del proprio ambito percettivo, per mezzo della quale tutti i dubbi vengono eliminati”. Non si tratta di uno stato di conoscenza passivo, e non ha nemmeno la caratteristica di “coscienzadeposito”. Al contrario, la saggezza è un processo attivo di cognizione. Nel contesto (Mahayana), (prajna) si usa quasi sempre in riferimento alla visione profonda della natura di vacuità degli eventi e dei fatti. (Vedi: Due verità; Metodo; Vacuità).

(Sakya) Una delle quattro scuole principali del buddhismo tibetano, che trae il nome dalla regione geografica del Tibet dove nell’XI secolo risiedevano i suoi maestri fondatori.

(Samadhi) Stabilità meditativa. La capacità di concentrare univocamente la mente su un dato oggetto senza distrarsi; stato preliminare alla reale coltivazione del calmo dimorare o (samatha). (Vedi: Calmo dimorare della mente; Vypasyana).

(Saqmbhogakaya) Corpo di perfetta pienezza di risorse di un buddha. (Vedi: Tre

Kaya).

(Samsara) Il ciclo di esistenza condizionata in cui tutti gli esseri senzienti ruotano perpetuamente senza scelta, a causa della forza del loro Karma e delle loro illusioni. (Samsara) è lo stato di esistenza non illuminata. La verità della estinzione della sofferenza, la quarta Nobile Verità, si riferisce alla sua cessazione; essa corrisponde allo stato di liberazione o (nirvana). (Vedi: Nirvana; Quattro Nobili Verità).

(Sangha) Il termine può indicare diverse cose: la comunità dei praticanti del sentiero buddhista; la comunità dei monaci e delle monache ordinati; oppure chi ha ottenuto la diretta realizzazione della saggezza della vacuità di tutti i fenomeni.

(Vedi: Tre Gioielli).

(Sakyamuni) (563-483 a.C.) Quarto dei mille Buddha fondatori della presente epoca del mondo. Principe del clan (Sakya), nell’India settentrionale, insegnò i sentieri del sutra e del tantra per la liberazione e la piena illuminazione; fu il fondatore di quello che divenne noto come buddhismo. (Sakyamuni) significa “saggio del clan dei Sakya”. (Vedi: Buddhità; Sutra; Tantra).

(Samtha Vedi: Calmo dimorare della mente).

(Shantideva) Saggio e filosofo buddhista indiano del VII secolo il cui nome significa

divinità pacifica”, compose uno dei più amati testi del (Mahayana), il (Bodhicaryavatara) o (Guida allo stile di vita del Bodhisattva). Il Dalai Lama spesso insegna e di frequente cita questo testo, che fornisce al praticante istruzioni dettagliate sulla pratica del sentiero dell’altruismo del bodhisattva. (Santideva) è famoso anche per le sue chiare argomentazioni filosofiche che spiegano la visione (Prasangika) della vacuità. Compose inoltre il (Compendio delle pratiche Siksasamuccaya). Per una traduzione inglese della versione tibetana del (Bodhicaryavatara), (Vedi) Stephen Batchelor, (A Guide to the Bodhisattva’s Way of Life), Dharamsala (India), Library of Tibetan Works and Archives, 1979 (trad. it. (Guida allo stile di vita del Bodhisattva, Pomaia, Chiara Luce 1984). Esiste anche una nuova traduzione da fonti sanscrite, nella collana Oxford World Classic, intitolata (The Bodhicaryavatara), Oxford University Press, 1996.

(Sofferenza) (duhkha. Pali: dukkha) Nel contesto buddhista “sofferenza”, indica sia la sensazione fisica di dolore sia, soprattutto, la sofferenza psicologica ed emotiva. Può riferirsi anche alle sensazioni di base più generali di noia o di insoddisfazioni perenne, così caratteristiche di tante esperienze terrene. Perciò le scritture parlano di tre tipi o livelli di sofferenza:

  1. la sofferenza derivante dal dolore, che si riferisce a ciò che noi consideriamo normalmente un’esperienza dolorosa;

  2. la sofferenza del cambiamento, cioè tutte le esperienze che convenzionalmente consideriamo gradevoli ma che non restano tali in modo immutabile;

  3. la sofferenza dell’esistenza condizionata. La terza categoria si riferisce alla fondamentale condizione di insoddisfazione, propensione al soffrire e facilità di illudersi tipico di un’esistenza non illuminata. (Vedi: Duhkha; Quattro Nobili Verità; Samsara).

(Sunyata Vedi: Vacuità).

(Sutra) (Pali: sutta) Il termine sanscrito indica tutte le scritture attribuite al Buddha storico, Sakyamuni. Quindi è usato come suffisso al titolo di opere che secondo le tradizioni rappresentano le autentiche parole del Buddha, come “Il sutra del cuore della Saggezza”. Il termine ha un secondo significato che, in contrapposizione a “tantra”, indica gli insegnamenti “Mahayana” generali, non esoterici, e il sistema di pratiche a essi associato. (Vedi: Tantra).

(Sutra Vinaya) È il testo autorevole, insegnato dal Buddha, che indica i precetti e i

codici etici di monaci e monache. Il testo affronta inoltre molti problemi dell’amministrazione monastica e le procedure per la risoluzione dei conflitti. È abitudine per l’abate di un monastero leggere un brano del testo una volta ogni quindici giorni, quando i membri della comunità si riuniscono per le loro consuete cerimonie confessionali.

(Tantra) Letteralmente “continuum”, si riferisce all’insieme di insegnamenti e pratiche esoterici del buddhismo. In questo contesto, le via del (tantra) si contrappone alla via del (sutra), che si riferisce al principale sentiero essoterico del buddhismo (Mahayana). (Vedi: Suatra; Buddismo Vajrayana).

(Tara) Una delle più importanti divinità femminili nell’iconogragia (Mahayana) buddhista, di solito viene raffigurata di colore verde; rappresenta la perfetta energia e attività illuminata di tutti i buddha. La leggenda di (Tara) è fonte di profonda ispirazione per milioni di donne nel mondo buddhista “Mahayana”, per come personifica la forza spirituale e il potenziale della femminilità. Secondo la leggenda, (tara) fece voto di conservare l’aspetto femminile nel corso del suo cammino spirituale e, poichè esistono così pochi esseri che hanno ottenuto l’illuminazione con un corpo femminile, decise di ottenere la perfetta illuminazione in quella stessa forma.

(Tathagata) Letteralmente significa “andato al di là” ed è un epiteto che si usa per un essere illuminato in generale, e per Buddha (Sakyamuni) in particolare.

(Tathagata-garbha) Letteralmente “l’essenza di colui che è andato al di là”, si riferisce alla presenza del seme della buddhità, o natura di Buddha, in tutti gli esseri senzienti. Secondo il buddhismo (Mahayana), in ciascuno di noi esiste una potenzialità naturale che ci dà la possibilità di eliminare tutte le illusioni e conseguire l’illuminazione perfetta. (Vedi: Buddhità; Illuminazione).

(Tengyur) Contrariamente al (Kangyur), il (Tengyur) contiene tutte le traduzione dei trattati di commento scritti dai maestri buddhisti indiani. Questa raccolta comprende oltre 200 volumi, che trattano tutti i soggetti di studio religioso e filosofico buddhista, oltre che di medicina e astrologia.

(Terra pura) Nel buddhismo (Mahayana), un ambiente purificato creato dalla forza della compassione e della saggezza di un Buddha o bodhisattva, dove gli esseri senzienti possono aspirare a rinascere per completare il sentiero dell’illuminazione in circostanze più favorevoli. Il termine (tradizione della terra pura) fa riferimento ad alcune scuole buddhiste (fondate originariamente in Cina e in Giappone) che privilegiano quasi esclusivamente le pratiche dirette alla rinascita in una terra pura.

(Tradizione Theravada) La forma di buddhismo meridionale diffusa in Sri Lanka, Thailandia, Birmania, Cambogia, Indonesia e Vietman. (Vedi: Hinayana; Mahayana).

(Trasformazione del pensiero) La trasformazione del pensiero, traduzione del termine tibetano (lo-jong), si riferisce a una categoria di insegnamenti e di pratiche che hanno lo scopo fondamentale di potenziare la propria compassione e il proprio impegno altruistico. Una delle caratteristiche principali di questo insegnamento è la grande varietà di istruzioni pratiche su come trasformare anche le situazioni più avverse in condizioni favorevoli alla propria pratica spirituale. il (Lo-jong) è associato al movimento (Kadam), sorto in Tibet intorno all’XI secolo dell’era presente (Tre Gioielli triratna). Nel buddhismo, i tre gioielli del rifugio sono Buddha,

Dharma (la dottrina) e Sangha (la comunità spirituale). Insieme sono considerati validi oggetti di rifugio per un sincero ricercatore di liberazione spirituale. Fra questi tre, il vero rifugio è il Dharma; infatti è soltanto attraverso la propria esperienza della verità che si può raggiungere la liberazione. Il Buddha è il maestro illuminato che con la sua competenza e la sua esperienza mostra la via, mentre il Sangha, o comunità spirituale, fornisce la preziosa amicizia spirituale nel cammino. Questi tre elementi vengono definiti “gioielli” perchè sono considerati rari e preziosi. (Vedi: Buddhità; Dharma; Sangha).

(Tre Kaya) La dottrina dei tre (kaya) illustra l’interpretazione (Mahayana) riguardo alla natura della perfetta illuminazione o buddhità. Il termine sanscrito “(kaya” si traduce come “corpo” o “personificazione”.

  1. Il (dharmakaya) o “Corpo di verità” è l’espansione definitiva, cioè la realtà finale dell’illuminazione del Buddha. E’ la sfera inesprimibile da cui sorgono spontaneamente tutti gli atti nobili di un essere illuminato o Buddha.

  2. Il (sambhogakaya) o “Corpo di perfetta pienezza di risorse” è l’effettiva forma della mente illuminata presente nei campi perfezionati dell’esistenza. Questa personificazione sottile degli esseri illuminati può essere percepita soltanto da bodhisattva che abbiano raggiunto un alto livello di evoluzione spirituale. Quindi, per beneficare gli ordinari esseri senzienti come noi, i Buddha devono assumere personificazioni fisiche simili alla nostra. In altre parole, devono emanare forme adatte alla nostra costituzione mentale e fisica.

  3. Tali emanazioni sono definite (nirmanakaya), o “corpo di emanazione”.

È abbastanza evidente che si potrebbe tracciare un parallelo fra la dottrina dei tre “kaya” e la dottrina cristiana della Trinità.

  1. Il “dharmakaya” somiglia al Padre,

  2. il “sambhogakaya” allo Spirito Santo e

  3. il “nirmanakaya” al Figlio.

I paralleli diventano sempre più impressionanti quando si esaminano le funzioni e la natura del rapporto fra i tre “kaya”.

Nel buddhismo “Vajrayana” il concetto dei tre “kaya” trova applicazione più ampia. Ciascuno dei tre “kaya” riguarda la purificazione di tre diversi stati:

  1. stato di morte,

  2. stato intermedio e

  3. rinascita;

così, la dottrina dei tre kaya ha anche un valore fondamentale che riguarda tutti i

fenomeni. (Vedi: Buddhità; Illuminazione).

(Triratna Vedi: Tre Gioielli).

(Tulku) Letteralmente significa “Corpo di emanazione” o “Nirmanakaya”. Un tulku è un lama reincarnato: cioè una persona che è stata formalmente riconosciuta come reincarnazione del suo predecessore. (Vedi: Rimpoce).

(Vacuità) La dottrina della vacuità o “sunyata” è un concetto filosofico fondamentale del buddhismo (Mahayana), che trae le sue origini dai (Sutra della perfezione della saggezza) del canone buddhista (Mahayana). Vacuità si riferisce all’assenza di esistenza intrinseca nelle persone o nei fenomeni. Si deve ricordare sempre che la vacuità non è uno stato ontologico, perchè è anch’essa priva di esistenza intrinseca. (Nagarjuna) fu il primo a sviluppare la dottrina nella sua espressione più completa, nel suo famoso (Mulamadhyamaka. Vedi: Anatman; Nagarjuna; Non sè).

(Vipasyana) Letteralmente “particolare visione”, si riferisce a una percezione estremamente penetrante che si ottiene abbinando l’analisi sottile e la concentrazione univoca. (Vipasyana) e (samatha), o calmo dimorare della mente, costituiscono il culmine della unificazione di meditazione concentrativa e meditazione analitica. (Vedi: Samadhi; Calmo dimorare della mente).

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