Denys Rinpoce: Le quattro nozioni fondamentali

Le tre forme di sofferenza sono: la sofferenza grossolana, la sofferenza del piacere e la sofferenza fondamentale, esistenziale.

Le tre forme di sofferenza sono: la sofferenza grossolana, la sofferenza del piacere e la sofferenza fondamentale, esistenziale.

Lama Denys Rinpoce: Le quattro nozioni fondamentali

1- Introduzione: quattro considerazioni che cambiano la nostra mentalità

Cambiare la nostra vita

Come abbiamo visto, la pratica del dharma ci propone di cambiare la nostra mentalità, la nostra relazione con noi stessi e con gli altri; questo significa anche cambiare il nostro modo di pensare, il nostro modo di essere e quindi cambiare la nostra vita.

Le quattro riflessioni

Quattro riflessioni, quattro meditazioni che hanno il potere di cambiare la nostra mentalità: di farci disinvestire da ogni tipo di preoccupazione più o meno futile e trovare la libertà che ci permette di consacrarci all’essenziale. Sono spesso chiamate “Le quattro idee che cambiano la nostra mentalità” o “Le quattro idee fondamentali”.

Queste quattro meditazioni sono la presa di coscienza: della preziosa esistenza umana, dell’impermanenza e della morte, della realtà del karma, ovvero delle cause e delle conseguenze degli atti, e del carattere insoddisfacente del samsara, ovvero del ciclo delle esistenze condizionate. Queste quattro meditazioni sono fondamentali perché è su di loro che si può basare una pratica autentica.

Sono spesso presentate come le fondamenta dell’insegnamento. In loro assenza, la nostra pratica del dharma è come costruita sulle sabbie mobili o su un lago gelato: l’edificio può tenersi per un certo tempo ma quando arriva il disgelo crolla. Se queste quattro presa di coscienza non sono profondamente ancorate dentro di noi, la nostra pratica del dharma rimarrà instabile e sarà spazzata via quando si presenteranno delle circostanze avverse. Kalu Rangjung Kunkyab ha insistito in modo particolare su queste quattro meditazioni. Egli stesso ha detto:

“In assenza di un’esperienza autentica di queste quattro prese di coscienza, possiamo praticare il dharma per degli anni senza che questo possa penetrare autenticamente”.

Diventare ricettivi al dharma

Queste quattro prese di coscienza sono fondamentali per trasformare la nostra mentalità ma anche per addolcirci, per renderci permeabili all’insegnamento e permetterci di lasciare andare in rapporto a ogni tipo di cose alle quali siamo di solito attaccati. Ci rendono disponibili, ricettivi all’insegnamento.

Allo stesso tempo, queste quattro idee permettono di trovare l’inspirazione che ci incita a consacrarci pienamente e senza deviazioni alla pratica.

2 – La preziosa esistenza umana

La prima di queste quattro prese di coscienza è quella de “La preziosa esistenza umana”.

Prendere coscienza del valore della nostra situazione

Si tratta di una presa di coscienza del valore della nostra situazione e delle sue possibilità. Di solito non siamo coscienti della ricchezza delle possibilità che abbiamo. Spesso arriviamo addirittura a disprezzare la nostra situazione. Fondamentalmente l’esistenza umana è, tra le possibilità di esistenza, uno stato molto raro. Inoltre, tra tutte le esistenze umane, la nostra è preziosa: abbiamo incontrato un insegnamento autentico ed abbiamo l’intelligenza e le facoltà che ci permettono di seguirlo.

Libertà e qualificazioni

Possiamo facilmente notare che nel nostro mondo le persone che hanno la libertà e le qualificazioni per praticare una via spirituale sono estremamente rare. Le presentazioni tradizionali fanno un esposizione molto elaborata di otto libertà e dieci qualificazioni: tra le altre c’è il luogo di nascita, i fattori che rendono incapaci, l’esistenza di un insegnante qualificato, il fatto che trasmetta il suo insegnamento, eccetera.

In ogni caso è importante renderci conto che oggi siamo liberi di praticare l’insegnamento, che abbiamo anche tutte le qualità che sono necessarie per farlo e che questa situazione libera e qualificata è estremamente rara.

I tre tipi d’esistenza umana

Si parla tradizionalmente di tre tipi di esistenza umana: la cattiva, la volgare e la preziosa.

La cattiva esistenza umana è quella nella quale si passa il proprio tempo mossi dalle passioni, a seguire le pulsioni del proprio ego e a compiere ogni sorta di attività egocentrica, passionale e negativa. In questa esistenza si genera un karma negativo che avrà ulteriormente delle conseguenze dolorose.

L’esistenza umana volgare è la più comune, è l’esistenza nella quale non si fa niente di particolarmente buono né niente di particolarmente cattivo. È l’esistenza banale, la più conosciuta, ma in un certo senso non è molto differente da un’esistenza animale: si vive, ci si protegge, ci si nutre…

Utilizzare le possibilità della nostra vita

La preziosa esistenza umana è quella nella quale scegliamo di utilizzare le possibilità della nostra vita per andare verso l’essenziale. E’ l’esistenza umana che permette di consacrarsi a una ricerca spirituale e a un cammino autentico. Di tutti gli stati di esistenza è quello nel quale è più facile arrivare al risveglio. È uno stato particolarmente adeguato e favorevole alla realizzazione.

La rarità della preziosa esistenza umana

Per quanto possa sembrare meraviglioso, abbiamo la preziosa esistenza umana: siamo liberi di consacrarci al cammino, non ci sono degli ostacoli maggiori, abbiamo una certa motivazione, siamo entrati in contatto con l’insegnamento, possiamo comprenderlo e praticarlo. È una situazione che viene detta “estremamente rara”. Un’immagine tradizionale spesso citata compara la nostra situazione al fatto di essere arrivati in un paese dotato di tutte le ricchezze, una specie di Eldorado; non approfittare di queste possibilità è, secondo l’immagine, “tornare da questo paese a mani vuote”. Un’altra immagine che illustra la sua rarità compara l’insieme delle possibilità di esistenze a un grande oceano, la coscienza ad una tartaruga che nuota nel fondo di questo oceano, e la nascita umana ad un giogo di legno che è alla deriva in superficie. La tartaruga è cieca, il che significa che non ha la libertà di ritrovare la sua direzione, e arriva alla superficie una volta ogni 100 anni. E’ detto che la probabilità di ottenere la “preziosa esistenza umana” è ancora più improbabile di quella che ha la nostra tartaruga cieca, che nuota nel grande oceano, di infilare il suo collo nel buco del giogo di legno quando emergerà.

Abbiamo la natura di buddha

Prendere coscienza della preziosa esistenza umana è intimamente collegato a un’altra buona notizia: abbiamo la natura di buddha. È un punto sul quale è importante insistere in Occidente. Questa esistenza è preziosa perché abbiamo la natura di buddha. È possibile camminare, trasformarci perché abbiamo la natura di buddha e perché gli impedimenti, le impurità che la mascherano, che la velano non sono essenziali: sono semplicemente il risultato di un certo numero di illusioni, illusioni che sono il nostro fardello quotidiano, il quotidiano nel quale di solito viviamo. Dunque, la prima presa di coscienza è quella della nostra natura risvegliata e della possibilità che abbiamo di realizzarla, di reintegrarla. È possibile! Fu la scoperta essenziale del Buddha e punto di partenza del suo insegnamento.

Apprezzare quello che siamo

Si tratta di apprezzare la persona che siamo, apprezzare di essere una buona persona. Siamo delle persone fondamentalmente buone in una buona situazione. Abbiamo la natura di Buddha e le condizioni propizie affinché si realizzi. Prenderne coscienza è un grande cambiamento di mentalità e se lo si vive, se si entra in questa esperienza, questo ci trasforma.

Si tratta di capire che disponiamo di tutto quello di cui abbiamo bisogno e che sta solo a noi fare il necessario. La nostra evoluzione, il nostro destino è nelle nostre mani.

Consacrarsi all’essenziale

Dall’apprezzare il valore della vita umana proviene la risoluzione di dargli il suo senso autentico, consacrandosi all’essenziale: il cammino nella pratica del dharma. Questa presa di coscienza ci stimola a non perdere queste possibilità; perché questa preziosa esistenza umana è impermanente.

3- L’impermanenza

Una realtà universale

Questa preziosa esistenza umana è transitoria: non durerà che un momento e finirà rapidamente con la morte. Dai fenomeni astrofisici ai fenomeni microfisici e molecolari, non c’è niente di stabile o di permanente; che sia lungo i cicli cosmici, le ere, anni, stagioni, l’alternanza diurna e notturna o di istante a istante, non c’è niente che sia stabile, fisso o permanente: il mondo è una rete di avvenimenti in perpetua interazione , in continuo cambiamento.

L’impermanenza è prima di tutto una verità universale; è la prima delle caratteristiche dell’insegnamento del Buddha:

“Tutto quello che è composto sarà decomposto”.

Una realtà che non è integrata

Questa idea è facile da accettare intellettualmente. È un’idea moderna e scientifica, ma non la viviamo a livello personale: non ci sperimentiamo come un flusso di avvenimenti in continuo cambiamento. Invece, ci percepiamo come “uno”, “io”: ci attribuiamo una realtà, una stabilità, una costanza che di fatto non abbiamo. Percepire le cose come stabili e fisse fa parte della nostra mentalità, ma è puramente illusorio. È come percepire stabile e fisso il corso di un fiume nel quale l’acqua scorre e si rinnova ad ogni istante.

L’impermanenza e la morte

La nostra mentalità è dunque fondata sulla percezione del mondo e di noi stessi come realtà stabile. Una delle conseguenze è che non abbiamo coscienza del carattere transitorio della nostra vita. Naturalmente tutti sappiamo che siamo mortali, ma la nostra comprensione della morte tende ad essere puramente epidermica o intellettuale: non abbiamo integrato la realtà della nostra morte, non la viviamo al quotidiano. Negli atti di tutti i giorni, nei nostri pensieri, nelle nostre decisioni, abbiamo sempre la tendenza a proiettarci in un avvenire molto ipotetico e a disperderci in ogni sorta di progetto, di prospettive, di ricerche, di acquisizioni come se potessimo vivere indefinitivamente.

Dunque un punto particolarmente importante nella considerazione dell’impermanenza e della morte è l’applicazione di questa considerazione alla nostra situazione personale. In Occidente la realtà della morte è occultata. La morte è negata ed anzi ha un carattere scandaloso: viene quindi relegata nel fondo dei servizi ospedalieri specializzati. In vari modi gettiamo un velo pudico sulla morte.

Possiamo prendere coscienza della nostra morte guardando tutti gli esseri del passato: nessuno ha potuto sfuggirvi, anche i più grandi e più risvegliati sono scomparsi. Si tratta anche di prendere coscienza dell’incertezza del momento della morte, di non considerarla semplicemente una scadenza ineluttabile che verrà, ponendo questo avvenire in un futuro distante. Il momento della morte è incerto e varie sono le cause della morte. La morte può arrivare in ogni momento. E’ qualcosa che generalmente non comprendiamo profondamente, di qui l’importanza di questa presa di coscienza. Abbiamo tutti conosciuto degli amici, dei familiari che avevano la nostra età, che erano simili a noi e che sono morti, di una malattia, di un incidente o in un’altro modo. La morte è imprevedibile e può arrivare in qualunque momento, nessuno può essere certo di essere ancora vivo domani.

La presa di coscienza dell’incertezza della morte è estremamente importante. Quando vediamo qualcuno morire, possiamo dirci che questa è la natura degli esseri e che questo ci capiterà prima o poi. Quando siamo confrontati alla morte alla televisione, è un richiamo: la morte diventa un richiamo della nostra impermanenza piuttosto che prendere atto solo di quella degli altri. In questo modo, numerosi stimoli quotidiani possono essere un tema di meditazione. L’impermanenza è un tema di riflessione, un tema di meditazione, una presa di coscienza essenziale che deve essere quotidiana e costante.

Possiamo anche meditare in modo particolare sulla nostra morte, ovvero la scadenza ineluttabile che ci farà abbandonare il nostro corpo. Questa meditazione ci fa prendere coscienza della precarietà della vita e fa nascere un sentimento di urgenza, è un pungolo che ci dirige verso l’essenziale.

Inoltre, se abbiamo coscienza della morte e ci consacriamo all’essenziale per quanto possiamo, quando arriverà la scadenza ineluttabile avremo la sensazione di aver fatto tutto quello che potevamo e potremo quindi andare incontro alla morte serenamente.

Ridefinire le nostre priorità

Queste riflessioni sono fonte di grande ispirazione per fare quello che vale veramente la pena di fare, nel presente, piuttosto che rimandare sempre ad un futuro ipotetico.

Nel mondo moderno soffriamo di una malattia che è quella di non avere mai tempo. Non abbiamo mai il tempo. La meditazione sull’ impermanenza è un rimedio a questo male moderno che è il sovraccarico delle sollecitazioni e la mancanza di tempo.

In effetti, se portiamo in noi l’impermanenza molte cose ci appariranno prive di grande significato, per non dire completamente vane. E l’impermanenza, riducendo l’influenza di tutte le cose futili, porta una grande libertà e ci rende molto più disponibili per ciò che è essenziale.

Una presa di coscienza reale di questa situazione conduce ad una conversione della mente, una rivoluzione nella quale è possibile ridefinire la gerarchia delle nostre priorità. Che cosa vale veramente la pena di essere fatto ? Questa riflessione può avere un effetto estremamente corrosivo e semplificatore.

Dopo aver analizzato le nostre attività ed essersi chiesti che cos’è veramente essenziale possiamo semplificare la nostra vita e trovare il tempo. Questa meditazione può liberarci da ogni sorta di ricerche vane e chimeriche e farci ricentrare sul presente per fare l’essenziale.

Impermanenza e non attaccamento

Questa meditazione sull’ impermanenza non è affatto una riflessione morbosa, triste o macabra, ma una presa di coscienza realista che, se fatta profondamente, può condurci a vivere il presente pienamente, liberamente e gioiosamente: scopriamo la libertà di consacrarci all’essenziale e siamo felici di farlo. C’è comunque un passaggio attraverso qualcosa che è profondamente doloroso ovvero l’accettazione della perdita fondamentale; ma fondamentalmente è una meditazione che ha un potere liberatorio: può liberarci dalle angosce che provengono dalla negazione della morte.

Meditare sull’ impermanenza è innanzitutto realista e ha potere di allentare l’attaccamento che di solito mettiamo nelle situazioni. Ci attacchiamo a delle cose che vorremmo possedere e la percezione dell’impermanenza ci mostra il carattere futile, vano, illusorio di questi tentativi.

È nella natura delle cose che tutto quello che è stato costruito alla fine crolli, che tutto quello che è stato accumulato alla fine si esaurisca, che tutto quello che è stato unito alla fine si separi e che tutto quello che è nato infine muoia.

L’impermanenza è anche la successione di nascite e morti. L’ impermanenza è la vita e la vita è fatta di alternanza di nascite e di morti, di apparizioni e di sparizioni. Meditare sull’ impermanenza è dunque meditare sulla realtà della vita. Questa presa di coscienza conduce all’esperienza autentica del non-attaccamento.

Non essere coscienti di questa realtà è un’illusione, fonte di fissazioni e di attaccamenti che quando sopraggiunge l’inevitabile impermanenza causa dolori e sofferenze.

Un’autentica presa di coscienza dell’impermanenza permette di risvegliarsi ad una percezione del mondo, di noi stessi che è molto più flessibile e fluida e molto meno conflittuale: i conflitti sorgono dagli investimenti passionali che noi mettiamo nelle situazioni; un’autentica coscienza dell’impermanenza riduce questi attaccamenti e le passioni che da essi risultano.

Una presa di coscienza autentica della morte ci permette di vivere meglio, di vivere meglio nel dharma. Il punto è di meditare sulla morte per vivere bene e per praticare bene il dharma, con energia e senza attaccamento.

Quando andiamo da qualche parte non sappiamo se arriveremo veramente né se ritorneremo; quando ci addormentiamo non siamo mai sicuri di risvegliarci. L’impermanenza ci permette di vivere nel presente, che non vuol dire non tener conto di tutto quello che è accaduto precedentemente e di vivere in modo irresponsabile, ma la piena esperienza del presente riassume il passato e vivere pienamente il presente prepara un futuro migliore.

La meditazione sulla morte è dunque fonte di gioia e di benessere dal momento che facendoci ricentrare sul presente, ci suggerisce di vivere l’istante, la situazione presente come se fosse l’ultima. E se sapessimo che non abbiamo più di un anno, di un mese, di una settimana o di un giorno da vivere che cosa faremmo? L’incertezza del momento della morte ci permette in un certo senso di vivere con questa intensità ognuna delle situazioni della nostra vita quotidiana.

L’accettazione della morte al cuore della via

La comprensione profonda della morte è un modo iniziale di percepire la vacuità. La vacuità è l’assenza di sostanza fissa, solida, di entità autonoma in ogni cosa, oggetto o soggetto. Il carattere impermanente di ogni istante, quand’è percepito in profondità, è una prima intuizione di questa vacuità.

Meditare sull’ impermanenza è particolarmente importante. Un praticante chiese un giorno al suo maestro: “Maestro se non ci fosse che una sola pratica che io possa fare quale sarebbe?” Il maestro rispose: “Meditare sul impermanenza”.

L’impermanenza è una meditazione fondamentale all’inizio del cammino: ci permette di prendere coscienza dell’urgenza che c’è da fare qualcosa, magari creando un sentimento d’inquietudine. In seguito è una meditazione essenziale sulla via, come stimolo, come mezzo per ricondurci con energia all’essenziale. Ed è anche una meditazione essenziale alla fine del cammino, quando attraverso i cambiamenti, si risveglia la natura della mente che al di là di ogni alternanza di nascita e di morte. È in questo senso che Milarepa disse:

“l’idea della morte è quella che mi ha fatto entrare inizialmente nella via, è divenuta poi la compagna che mi ha fatto praticare con energia ed oggi è l’amica con la quale io sono al di là delle morti e delle nascite”.

4- La causalità karmica

Il karma, le cause e gli effetti

Karma è una parola sanscrita che si può tradurre con “azione”. Si tratta dell’attività nel suo dispiegarsi: una causa condizionata che conduce ad una conseguenza fonte di una nuova causa. È un concatenamento di causa ed effetto, per questo parliamo della causalità del karma.

Prendere coscienza del karma significa comprendere che le nostre azioni non sono innocenti, che ogni atto ha una conseguenza: una conseguenza visibile e diretta ovviamente, ma anche una conseguenza interiore, nel senso che un atto lascia un’impronta in ciò che viene chiamata la coscienza fondamentale e questa impronta sussiste e ulteriormente ci condizionerà. Noi siamo oggi condizionati dalle impregnazioni che provengono dai nostri atti passati, è il nostro “karma anteriore”, e quello che facciamo oggi a sua volta pone le impronte che ci condizioneranno ulteriormente.

Il bene e il male nel dharma

In questa successione di cause e effetti, certe attività sono fonte di passioni, le rinforzano e rinforzano anche gli atteggiamenti egotici. Per questo queste azioni sono d’ostacolo al cammino verso il risveglio: ci rafforzano nelle nostre illusioni e sono fonte di problemi, di difficoltà per gli altri e per noi stessi. Queste attività fondate sull’ego, sulle passioni, vengono dette negative nella misura in cui ci allontanano dal risveglio e rinforzano la confusione e le sofferenze. Al contrario, altri modi di funzionare ci avvicinano alle risveglio, sono i comportamenti che non sono passionali, conflittuali e che portano dei benefici, per gli altri e per noi stessi. Queste attività fonte di benefici di felicità vengono dette positive.

Qui la nozione di positivo e negativo non è la nozione abituale di bene e di male in senso morale, anche se in effetti la disciplina del dharma si inscrive in una disciplina classica; ma la prospettiva nella quale essa viene vissuta è molto diversa. L’adesione ad una morale è l’adesione ad un insieme di regole proposte, dettate da un’istanza teista o laica, da Dio o dalla legge; una tale morale richiede di ubbidire ed implica un atteggiamento di sottomissione, e spesso, di conseguenza, una voglia di disobbedire, di trasgredire, un desiderio di rivolta ed anche un senso di colpa.

Etica e karma

La nozione di karma è alla base della disciplina del dharma. Camminare verso il risveglio, verso la salute fondamentale, richiede una disciplina esteriore e una disciplina interiore. La disciplina interiore è quella della meditazione e la disciplina esteriore ci insegna a vivere in modo giusto e sano grazie a dei punti di riferimento precisi. È la causalità del karma, la causalità degli atti che determina il “valore” di un’attività. Nella prospettiva del dharma la disciplina non è una morale ma piuttosto un’igiene di vita, un insieme di regole di salute spirituale: ci sono degli atteggiamenti fortemente negativi, passionali ed egotici che sono generatori di malattie, di disfunzionamenti – sono i comportamenti patogeni – e al contrario ci sono dei comportamenti sani che conducono ad uno stato di equilibrio, di armonia e di salute. È qui che si situa l’insegnamento sul karma. Questo spirito è molto importante e permette in seguito di capire bene l’applicazione della legge in una prospettiva di causalità del karma.

Poiché abbiamo bisogno di punti di riferimento precisi per governare le nostre azioni, il dharma ci propone quello che chiamiamo i 10 atti negativi e 10 atti positivi. Ce ne sono tre al livello del corpo, quattro a livello della parola e tre al livello della mente. Gli atti positivi sono, al livello del corpo, preservare la vita, essere generosi e avere una condotta sessuale giusta. Al livello della parola si tratta di “parlare vero”, favorire la concordia, parlare a ragion veduta e parlare con dolcezza, senza aggredire l’altro. Gli atti positivi al livello della mente sono il non-attaccamento, la benevolenza e lo sviluppo di una comprensione giusta. Gli atti negativi sono semplicemente il contrario degli atti positivi.

L’essenziale è camminare verso il risveglio e questo cammino inizia con l’apprendimento delle azioni giuste. È soltanto sulla base di questa disciplina esteriore che in seguito si potrà sviluppare la disciplina interiore di bodhicitta, poi la disciplina la più interiore dell’esperienza meditativa.

Karma, libertà e responsabilità

Possiamo dunque intendere il karma come l’insieme dei nostri condizionamenti, le nostre abitudini di pensiero con i loro meccanismi di ripetizione e tutti gli stati attraverso i quali queste concezioni ci fanno passare. Tutto questo costituisce la parte condizionata del nostro vissuto.

Ma nella nostra esperienza c’è anche una parte di immediatezza, di non concezione; per questo siamo liberi, relativamente liberi. Siamo liberi nella misura precisa in cui l’immediatezza è presente nella nostra esperienza. Ogni istante partecipa di questa doppia natura: la nostra natura fondamentale risvegliata, che è un’esperienza autentica, e la nostra natura abituale, condizionata, con le passioni, le proiezioni della nostra individualità. L’importante è che noi siamo sempre in parte liberi, che dunque abbiamo un libero arbitrio ed anche una responsabilità nella scelta di un’azione sana.

Utilizzando abilmente questa libertà, favoriremo le mentalità, le esperienze che sono d’aiuto per il risveglio. Da una buona situazione possiamo generare una situazione migliore creando un “circolo virtuoso”. Al contrario, se usiamo male questa libertà e ci applichiamo quindi in scelte negative, rinforziamo le tendenze che ci condizionano, le concezioni dualiste ed egotiche e la situazione può andare di male in peggio, in un circolo vizioso. È nostra responsabilità mettere in moto dei circoli virtuosi piuttosto che dei circoli viziosi. Si tratta dunque di un grande cambiamento di mentalità e di modo di vivere, quando lo viviamo veramente.

5 – Il samsara

La nostra esperienza: nascite e morti

Per cambiare la nostra mentalità meditiamo dunque su quello che siamo in questa successione di nascite di morti che è la nostra esperienza. Quando guardiamo bene questa situazione nella quale i nostri condizionamenti ci fanno passare perpetuamente da stati felici ad altri dolorosi, comprendiamo la possibilità di entrare in relazione con una salute fondamentale libera da questi condizionamenti che ci fanno funzionare in modo ciclotimico.

Samsara è una parola sanscrita che significa “ciclo”; è il “ciclo delle esistenze”. L’idea è che la nostra coscienza è condizionata dal karma, positivo o negativo, e che passiamo attraverso differenti stati, costantemente, di vita in vita. Questi diversi stati della coscienza sono tradizionalmente chiamati “i sei mondi”. Costituiscono l’insieme delle esistenze condizionate, e il passaggio della coscienza, condizionata dal karma, dall’uno all’altro di questi stati, costituisce la trasmigrazione nel samsara.

Il samsara finisce al momento del risveglio. La coscienza abituale allora si libera nell’esperienza della mente pura, al di là della coscienza individuale. È la mente di buddha, la mente risvegliata. C’è il samsara, le esistenze condizionate dal karma, e al di là del samsara, il risveglio, il nirvana, la liberazione e la fine della coscienza individuale.

Una struttura difettosa

Il punto importante nella nostra meditazione per cambiare di mentalità è di renderci conto che tutti gli stati del samsara sono problematici: sono imperfetti. L’errore consiste a voler trovare, ricercare la felicità negli stati condizionati.

Cerchiamo abitualmente di trovare la felicità accumulando, possedendo, proteggendoci, mettendosi al sicuro; comprando delle assicurazioni, delle protezioni; circondandoci di cose, di persone. Queste ricerche, con la veemenza che ci mettiamo dentro, finiscono per darci più problemi che soddisfazioni. È il risultato della ricerca della felicità nel samsara.

Le felicità del samsara sono come la festa offerta dal boia che ci conduce all’esecuzione.

L’immagine è cruda. Normalmente siamo affascinati dalle cose del samsara. Siamo attirati e questa fascinazione è, dal nostro punto di vista, l’attrazione di qualcosa che percepiamo come buona. Ma l’investimento in questa fascinazione, l’attaccamento che ci mettiamo, ci incatena al samsara e ci conduce a “perdere il risveglio”, ci porta problemi, la morte e, in questo senso, ci porta all’esecuzione. Questa frase ci suggerisce di non essere affascinati dai piaceri immediati del samsara e di percepirli come lo spettacolo che sarebbe fatto sul luogo dell’esecuzione, mentre siamo proprio noi l’oggetto dell’esecuzione.

Le tre forme di sofferenza.

Le persone, luoghi, tutte le cose del samsara, per quanto possono essere attraenti in un primo momento, alla fine sono fonte di problemi, di sofferenza, che sia a livello grossolano o a livello molto più sottile, questo è quello che ci dice il testo:

i luoghi, gli amici, le felicità i possedimenti del samsara ci tormentano e sono sempre perturbati dalle tre forme di sofferenza.

Le tre forme di sofferenza sono: la sofferenza grossolana, la sofferenza del piacere e la sofferenza fondamentale, esistenziale. La sofferenza grossolana è la sofferenza “ordinaria”, che sia fisica o psicologica. Parlare di sofferenza del piacere può sembrare paradossale; non è in effetti una sofferenza ordinaria, ma è il problema inerente al piacere: il cambiamento inevitabile, ovvero la sparizione della soddisfazione e il senso di mancanza, la frustrazione che ne proviene. Questa forma di sofferenza viene chiamata la sofferenza del piacere. Potremmo anche chiamarla la sofferenza del dispiacere; è la sofferenza del cambiamento: quella di passare dal piacere al dispiacere.

C’è poi la sofferenza fondamentale, esistenziale: è la sofferenza che consiste ad esistere. Il solo fatto di esistere, di essere qualcuno, è già un problema. Qui non si tratta più di una sofferenza ordinaria, è un problema che, generalmente, non ci preoccupa, è un problema molto sottile ma che è il fondo, l’origine delle altre forme di sofferenza. Esistere è un problema nel senso quando siamo qualcuno, esistiamo in rapporto ad altre cose (c’è un “io” e poi degli “altri”) e in questa divisione siamo in una situazione di incompletezza, di imperfezione. Il solo fatto di esistere tagliati fuori da qualcosa che è altro da noi è la forma la più essenziale di sofferenza. È la sofferenza esistenziale e questa forma di sofferenza non sparisce che al momento del risveglio, nel momento in cui la percezione dell’ego individuale sparisce definitivamente. Poiché c’è questa esistenza individuale c’è dell’investimento nelle relazioni di attrazione, di repulsione, di indifferenza, di piacere, di dispiacere, e quindi altre sofferenze.

Tutti gli stati del samsara sono sempre, a livello grossolano o sottili, perturbati da queste tre forme di problemi. L’esistenza condizionata è imperfetta, e alla fine se prendiamo profondamente coscienza di questa situazione non cercheremo più di realizzare la nostra felicità nelle cose condizionate: possiamo aspirare alla felicità ma in una prospettiva molto più giusta nella quale capiamo che la felicità fondamentale è nella liberazione.

Conclusione

Le quattro nozioni e la rinuncia

La meditazione sulle quattro idee fondamentali, con la trasformazione di mentalità che essa comporta, permette di sviluppare la rinuncia. Rinunciare non vuol necessariamente dire che bisogna abbandonare o rigettare tutto quello che facciamo di solito: la rinuncia consiste a sviluppare, in rapporto alle attività che normalmente ci possiedono, una libertà interiore che condurrà ad una libertà esteriore. Per rinuncia intendiamo: non essere posseduti dai possedimenti, gli amici, le situazioni, le persone, i fatti della vita ordinaria. La meditazione su queste quattro idee relativizza le cose nelle quali siamo di solito implicati e ci offre una libertà che ci permette, come abbiamo già detto, di ricentrarsi su ciò che è veramente essenziale.

Le quattro nozioni e il non attaccamento

Queste quattro idee fondamentali portano ad una disposizione interiore che è il non attaccamento. Ancora una volta dissolvere gli attaccamenti non significa “rigettarli” ma “lasciarli stare”, disinteressarsene.

Quattro nozioni da integrare

Queste quattro idee devono essere rimasticate, ricordate, rimuginate. Permettono di trovare nel quotidiano la disciplina indispensabile per un cammino effettivo. Se non abbiamo il tempo, se siamo presi, se siamo demotivati, è molto importante meditare sulle quattro idee fondamentali. Per questo siamo fortemente incoraggiati ad iniziare ogni pratica con un momento di riflessione, di presa di coscienza di queste quattro idee: potete all’inizio di ogni meditazione consacrare qualche minuto alla lettura del testo; è un richiamo e l’essenziale è contenuto in modo conciso nel richiamo. In seguito potete alimentare la vostra presa di coscienza con una considerazione personale. Queste meditazioni consistono ad esaminare con una riflessione, un’introspezione, queste situazioni. L’importante è di portarle in noi, in modo che marchino la nostra mentalità al fine di averle presenti alla mente ogni volta che siamo in una situazione di decisione, di scelta. Questo ci permetterà di fissare una nuova scala di valori che avrà come punto di riferimento centrale l’essenziale.

Cambiamo così la nostra mentalità ed è raccomandato di farlo regolarmente. Un cambiamento di mentalità al giorno, almeno….

da “Introduzione all’Addestramento della mente” di Lama Denys Rinpoce, ed. Rimay 2010

 

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