Sogyal Rinpoche: Le esperienze del bardo.

Sogyal Rinpoche: Saggezza. Presenza spontanea. Comprendere la dharmata. Il riconoscimento. Il bardo del divenire. Il corpo mentale. Le esperienze del bardo. Durata del bardo del divenire. Il giudizio. Il potere della mente. La rinascita. L’aiuto dopo la morte. Quando possiamo aiutare. Come possiamo aiutare. La chiaroveggenza dei morti. Pratiche del Buddhismo tibetano per i morti. Il Né Dren e il Chang Chok. La purificazione dei sei reami. La pratica delle cento divinità pacifiche e irate. La cremazione. Le pratiche settimanali.


Saggezza

Se di nuovo fallite il riconoscimento e non avete la stabilità necessaria, si avvia la fase successiva in cui l’unione si dissolve nella saggezza.

Dal vostro cuore emana un altro splendido raggio di luce da cui si dispiega una visione di dimensioni gigantesche i cui particolari restano però vividi e precisi. È la manifestazione dei diversi aspetti della saggezza, che si rivelano contemporaneamente in uno spettacolo di tappeti di luce distesi e sfolgoranti tiklé sferici luminosi.

Dapprima, su un tappeto blu intenso, appaiono scintillanti tiklé color zaffiro, a gruppi di cinque. Al di sopra, su un tappeto di luce bianca, appaiono tiklé raggianti come cristalli bianchi. Ancora al di sopra, su un tappeto giallo, tiklé dorati, mentre un tappeto di luce rossa sostiene tiklé rosso rubino. Sono incoronati da una sfera splendente simile a un baldacchino aperto di penne di pavone.

Questa sfolgorante manifestazione luminosa è la manifestazione delle cinque saggezze: la saggezza dello spazio che tutto accoglie, la saggezza simile a specchio, la saggezza uniformante, la saggezza del discernimento e la saggezza che tutto compie. Ma, poiché la saggezza che tutto compie giunge a perfezione solo con l’illuminazione, non si manifesta ancora. Manca perciò il tappeto verde e i tiklé dello stesso colore, anche se sono impliciti negli altri colori. Ciò che si manifesta qui è il nostro potenziale di liberazione, e la saggezza che tutto compie si manifesterà solo quando diverremo un Buddha.

Se non ottenete la liberazione in questo stadio, rimanendo senza distrazioni nella natura della mente, i tappeti luminosi, i tiklé e il vostro Rigpa si dissolvono nella fulgida sfera luminosa simile a un baldacchino di penne di pavone.

Presenza spontanea

Tutto ciò che è accaduto sin qui annuncia la fase finale del bardo della dharmata, in cui la ‘saggezza si dissolve nella presenza spontanea’. Ora si manifesta con tremenda immediatezza tutta la realtà. Prima sorge lo stato della purezza primordiale, simile a un cielo sgombro e senza nubi. Poi appaiono le divinità pacifiche e irate, seguite dai reami puri dei Buddha, al di sotto dei quali si trovano i sei reami dell’esistenza samsarica.

L’immensità di questa visione è al di là di ogni immaginazione Tutte le possibilità sono presenti: dalla saggezza e la liberazione alla confusione e alla rinascita. Vi scoprirete dotati del potere della chiaroveggenza e della reminiscenza. Potrete ad esempio vedere, con assoluta chiarezza e senza impedimenti, le vostre vite passate e future, leggere nelle menti altrui e conoscere i sei reami di esistenza. Richiamerete istantaneamente alla memoria tutti gli insegnamenti ricevuti, e forse anche insegnamenti mai ascoltati sorgeranno nella vostra mente.

Quindi la visione si riassorbe nella sua essenza originaria, come una tenda che si affloscia quando le corde vengono tagliate.

Se avete la stabilità necessaria per riconoscere queste manifestazioni come la ‘radiosità spontanea’ del Rigpa, siete liberati. Ma, senza esperienza della pratica del Togal, non potrete sopportare la vista delle divinità, ‘sfolgoranti come il sole’. Invece, come risultato delle tendenze abituali sviluppate nelle vite precedenti, il vostro sguardo sarà attratto dai sei reami. Dando il vostro riconoscimento a questi, essi vi attireranno di nuovo nell’illusione.

Nel Libro tibetano dei morti vengono assegnati determinati periodi di giorni alle varie esperienze del bardo della dharmata. Non si tratta di giorni solari di ventiquattro ore, perché la sfera della dharmata è al di là dei limiti spazio temporali. Sono ‘giorni meditativi’ e si riferiscono al periodo in cui siamo riusciti a rimanere senza distrazioni nella natura della mente, in uno stato mentale centrato. Se la nostra pratica meditativa non è stabile, questi ‘giorni’ saranno brevissimi, e la visione delle divinità pacifiche e irate sarà così fugace che non ce ne accorgeremo neppure.

Comprendere la dharmata

Ora che il bardo della dharmata sorge su di me abbandonerò ogni paura e terrore, riconoscerò ogni apparizione come manifestazione del mio Rigpa, sapendo che è la produzione naturale di questo bardo.

Ora che ho raggiunto questo momento cruciale non temerò le divinità pacifiche e irate che nascono dalla natura stessa della mia mente.

La chiave per comprendere questo bardo è che tutto ciò che vi si manifesta è la radiosità spontanea della natura della mente, aspetti diversi della sua energia illuminata che vengono liberati. Come gli arcobaleni luminosi rifratti da un cristallo ne costituiscono il naturale irraggiamento, le abbacinanti manifestazioni della dharmata non sono diverse dalla natura della mente. Ne costituiscono l’espressione spontanea. Per quanto possano essere terrificanti, dice il Libro tibetano dei morti, non vi dovrebbero impaurire più di un leone imbalsamato.

Sarebbe però scorretto chiamarle ‘visioni’ o anche ‘esperienze’, in quanto la visione e l’esperienza si fondano su un rapporto dualistico tra un soggetto che percepisce e un oggetto percepito. Se riconosciamo le manifestazioni del bardo della dharmata come l’energia di saggezza della nostra stessa mente, non c’è alcuna dicotomia percettore-percepito, è un’esperienza di non dualità.

Penetrarvi totalmente equivale a ottenere la liberazione. Scrive infatti Kalu Rinpoche: “La liberazione nasce quando, nello stato successivo alla morte, la coscienza realizza che le proprie esperienze non sono altro che la mente stessa”.

Ma, in uno stato in cui non abbiamo più il fondamento o la protezione di un corpo e di un mondo materiale, le energie della natura della mente liberate nel bardo possono sembrare straordinariamente reali e assumere un’esistenza oggettiva. Sembrano prodursi in un mondo esterno. Senza la stabilità della pratica non abbiamo conoscenza del non duale, di qualcosa che non dipende dalla nostra percezione. Scambiando le manifestazioni per qualcosa di separato da noi, prendendole per ‘visioni esterne’, reagiremo con speranza o paura, ricadendo di nuovo nell’illusione.

Come nel sorgere della Luminosità fondamentale, anche nel bardo della dharmata la chiave della liberazione è il riconoscimento. Solo qui può avvenire il riconoscimento della radiosità spontanea del Rigpa, l’energia della natura della mente che si manifesta, che segna la differenza tra la liberazione e la ricaduta nell’incontrollato ciclo delle rinascite. Prendiamo, ad esempio, le cento divinità pacifiche e irate che appaiono nella seconda fase di questo bardo. Sono i Buddha delle cinque famiglie, le loro controparti femminili, bodhisattva maschi e femmine, i Buddha dei sei reami e una serie di divinità irate e protettrici. Tutti si producono entro la luce abbagliante delle cinque saggezze.

Come considerare questi Buddha e queste divinità? “Ognuna di queste forme pure esprime la modalità illuminata di un aspetto della nostra esperienza impura”. I cinque Buddha maschili sono l’aspetto puro dei cinque aggregati dell’io. Le loro cinque saggezze sono l’aspetto puro delle cinque emozioni negative. I cinque Buddha femminili sono gli elementi puri della mente, che sperimentiamo come elementi impuri nel nostro corpo e nell’ambiente fisico. Gli otto bodhisattva sono l’aspetto puro degli otto tipi di coscienza, mentre le loro controparti femminili sono l’aspetto puro degli oggetti di queste coscienze.

Che si manifesti la visione pura delle famiglie di Buddha e delle loro saggezze, oppure la visione impura degli aggregati e delle emozioni negative, la loro natura fondamentale è essenzialmente identica. La differenza sta nel nostro modo di riconoscerle, e se riusciamo a vedere che si producono dalla base della natura della mente come la sua energia illuminata.

Prendiamo, ad esempio, ciò che nella mente ordinaria si manifesta come un pensiero di desiderio: riconosciuto nella sua vera natura appare, libero da attaccamento, come ‘saggezza del discernimento’. Ira e rabbia, riconosciute nella loro realtà, appaiono come limpidezza adamantina, libera da attaccamento, cioè ‘saggezza simile a specchio’. L’ignoranza appare come infinita chiarezza naturale priva di concetti: la ‘saggezza dello spazio che tutto accoglie’. L’orgoglio, come non dualità e uguaglianza: la ‘saggezza uniformante’. L’invidia, libera da preferenza e attaccamento, appare come saggezza che tutto compie’. Le cinque emozioni negative sono tali perché non ne riconosciamo la vera natura. Mediante il riconoscimento vengono purificate e liberate, e si presentano come la manifestazione stessa delle cinque saggezze.

Se, nel bardo della dharmata, non riconoscete le luci sfolgoranti di queste saggezze, la ‘percezione’ viene influenzata dall’attaccamento all’io come accade, dice un maestro, a una persona febbricitante in preda alle allucinazioni. Se, ad esempio, non riconoscete la luce color rubino della saggezza del discernimento, essa apparirà come fuoco, perché è la pura essenza dell’elemento fuoco; se non riconoscete la vera natura della luce dorata della saggezza uniformante, essa apparirà come terra, di cui costituisce la pura essenza, e così via.

Quando l’attaccamento all’io influenza la ‘percezione’ di ciò che si manifesta nel bardo della dharmata, ne causa la trasformazione, potremmo dire solidificazione, nelle diverse basi dell’illusione del samsara.

Per spiegare come avviene il non riconoscimento e l’influenza dell’attaccamento all’io, un maestro Dzogchen usa l’esempio del ghiaccio e dell’acqua L’acqua è un liquido dotato di eccellenti qualità: pulisce e spegne la sete. Congelando, si solidifica in ghiaccio. Così l’attaccamento all’io solidifica tanto l’esperienza interiore quanto il modo di percepire il mondo esterno. Ma, come al calore del sole il ghiaccio si scioglie e ridiventa acqua, così alla luce del riconoscimento si rivela la nostra illimitata natura di saggezza.

Ora possiamo capire come, dopo la comparsa della Luminosità fondamentale e del bardo della dharmata, si riproduce di nuovo il samsara in conseguenza di non aver riconosciuto per due volte la natura essenziale della mente. La prima volta non è stata riconosciuta la Luminosità fondamentale, la base della natura della mente. Altrimenti avremmo ottenuto la liberazione. La seconda volta si manifesta la natura di energia della natura della mente, e si presenta una seconda possibilità di liberazione. Se non viene riconosciuta, le emozioni negative che sorgono iniziano a solidificarsi in varie percezioni errate, che contribuiscono a creare i reami illusori che chiamiamo samsara imprigionandoci nel ciclo di nascita e morte. Tutta la pratica spirituale è quindi indirizzata a invertire ciò che chiamerei lo ‘sviluppo dell’ignoranza’, de-strutturando e de-solidificando le false percezioni, interconnesse e interdipendenti, che ci hanno intrappolati in una realtà illusoria di nostra invenzione.

Come per il sorgere della Luminosità fondamentale al momento della morte, anche nel bardo della dharmata la liberazione non è assicurata. L’apparizione della luce sfolgorante della saggezza è infatti accompagnata da altre luci e suoni più confortanti, semplici, gradevoli; meno impegnativi e imponenti della luce della saggezza. Queste luci soffuse (annebbiate, gialle, verdi, azzurre, rosse e bianche) sono le nostre tendenze inconsce abituali accumulate attraverso l’ira, l’avidità, l’ignoranza, il desiderio, l’invidia e l’orgoglio. Sono le emozioni che creano i sei reami del samsara: degli inferni, degli spiriti affamati, animale, umano, dei semidei e degli dèi.

Se, in vita, non abbiamo conosciuto e stabilizzato la dharmata della mente, siamo attratti istintivamente verso le morbide luminescenze dei sei reami, a mano a mano che torna a risvegliarsi la tendenza primaria all’afferrare che abbiamo costruito nel corso della vita. Spaventata dal dinamico fulgore della saggezza, la mente arretra. Le luci morbide, cioè il richiamo delle nostre tendenze abituali, ci attirano verso una rinascita che sarà determinata dalle emozioni negative preponderanti nel nostro karma e nel nostro flusso mentale. Prendiamo dal Libro tibetano dei morti l’esempio dell’apparizione di un Buddha pacifico che illustra l’intero processo. Il maestro o l’amico spirituale dice alla coscienza del morto:

Figlio/figlia di famiglia illuminata, ascolta senza distrarti!

Durante il terzo giorno sorgerà una luce gialla, che è la pura essenza dell’elemento terra. Allo stesso tempo, dal giallo campo di Buddha meridionale detto ‘il Glorioso’, il Buddha Ratnasambhava apparirà di fronte a te. Il suo corpo è giallo e ha in mano il gioiello che esaudisce i desideri. Siede su un trono sorretto da cavalli, ed è abbracciato dalla sua suprema consorte Mamaki. È accompagnato dai due bodhisattva Akashagarbha e Samantabhadra e dalle due bodhisattva Mala e Dhupa: così, dallo spazio di luce d’arcobaleno, appaiono sei forme di Buddha.

L’intrinseca purezza dello skandha delle sensazioni (la ‘saggezza uniformante’), una luce gialla, brillante e adorna di tiklé di luce, grandi e piccoli, luminosi e chiari, intollerabili per gli occhi, verrà verso di te, provenendo dal cuore di Ratnasambhava e della sua consorte, penetrerà il tuo cuore, e i tuoi occhi non potranno sopportarla.

Allo stesso tempo, assieme alla luce della saggezza, anche la tenue luce blu che rappresenta il reame umano penetrerà il tuo cuore. In quel momento, per l’influsso dell’orgoglio, fuggirai terrorizzato dall’intensità della luce gialla, e proverai un senso di piacere per la tenue luce blu del reame umano, sviluppando così attaccamento per esso.

A questo punto non avere paura della penetrante luce gialla, in tutta la sua radiosità abbagliante, e riconoscila come saggezza. Lascia che il tuo Rigpa vi riposi, rilassato, a suo agio, in uno stato privo di ogni attività. Abbi fiducia nella luce; abbi devozione e vivo desiderio per essa. Se la riconoscerai come la naturale radiosità del tuo stesso Rigpa, anche se non sentirai devozione e non reciterai la necessaria preghiera di ispirazione, tutti i corpi di Buddha e i raggi di luce si fonderanno inseparabilmente con te, e realizzerai la buddhità.

Se non sarai in grado di riconoscerla come la naturale radiosità del tuo Rigpa, invocala con devozione pensando: È la luce dell’energia compassionevole del Buddha Ratnasambhava, e io vi cerco rifugio’. Poiché è realmente il Buddha Ratnasambhava che viene per guidarti attraverso i terrori del bardo, ed è il raggio di salvezza della sua energia compassionevole, colma il tuo cuore di devozione per essa.

Non provare piacere per la tenue luce blu del reame umano. È il sentiero seducente delle tendenze abituali accumulate a causa del tuo profondo orgoglio. Se ne sarai attratto, precipiterai nel reame umano, dove sperimenterai la sofferenza di nascita, vecchiaia, malattia e morte, e perderai l’occasione di uscire dalla palude del samsara. Questa [tenue luce blu] è un ostacolo che blocca la via della liberazione, non guardarla, ma abbandona l’orgoglio! Abbandona le sue tendenze abituali! Non sviluppare attaccamento [per questa tenue luce blu]! Non desiderarla! Prova devozione e desiderio per l’abbagliante e luminosa luce gialla, concentrati con attenzione totale sul Buddha Ratnasambhava e recita questa preghiera:

Ahimé! Mentre a causa del mio profondo orgoglio sto vagando nel samsara, possa il Buddha Ratnasambhava guidarmi sullo splendente sentiero di luce che è la ‘saggezza uniformante’, e possa la sua suprema consorte Mamaki seguirmi; possano essi aiutarmi a superare il pericoloso sentiero del bardo e condurmi al perfetto stato di Buddha.

Recitando con profonda devozione questa preghiera ispiratrice, ti dissolverai nella luce d’arcobaleno nel cuore del Buddha Ratnasambhava e della sua consorte, e diventerai un Buddha Sambhogakaya nel campo di Buddha meridionale noto come ‘il Glorioso’. La descrizione dell’apparizione del Buddha Ratnasambhava termina affermando che attraverso la ‘rivelazione’ del maestro o dell’amico spirituale la liberazione è certa, per scarse che siano le capacità del defunto. Ma, continua il Libro tibetano dei morti, anche dopo molte ‘rivelazioni’, alcuni, a causa del cattivo karma, non conseguono il riconoscimento e la liberazione. Turbati da desiderio e oscuramenti, atterriti dalle luci e dai suoni, fuggono. Quindi, il ‘giorno’ successivo, appare il Buddha Amitabha, il Buddha della luce infinita, con il suo mandala di divinità, in tutto lo splendore della sua abbagliante luce rossa. Si manifesta assieme alla gialla luce morbida e seducente degli spiriti affamati, originata dal desiderio e dalla grettezza.

Seguono poi, sempre nel Libro tibetano dei morti, le apparizioni di tutte le divinità pacifiche e irate.

Spesso mi viene chiesto: “Queste divinità appaiono anche a un occidentale? E, se è così, assumono forme familiari alla mente occidentale?”.

Le manifestazioni del bardo della dharmata sono indicate come ‘spontaneamente presenti’. Ciò significa che sono connaturate e non condizionate e che esistono in ciascuno di noi. La loro apparizione non dipende in alcun modo dalle nostre realizzazioni spirituali, che determinano solo il grado del nostro riconoscimento. Non sono peculiari ai tibetani. Sono un’esperienza universale e basilare, ma certo il modo di percepirle dipende dai nostri condizionamenti. Poiché sono per natura illimitate, sono libere di manifestarsi in qualunque forma.

Possono quindi assumere le forme che ci sono più familiari. Ai cristiani potranno apparire, ad esempio, come Cristo o la Vergine Maria. Lo scopo della manifestazione illuminata dei buddha è di aiutarci, e quindi assumerà la forma più appropriata e più utile per noi. Ma, qualunque sia la forma in cui compaiono, è essenziale riconoscere che la loro natura fondamentale è assolutamente identica.

Il riconoscimento

Lo Dzogchen spiega che, così come la Luminosità fondamentale non viene riconosciuta in mancanza di una vera realizzazione della natura della mente e di una salda esperienza nella pratica del Trekcho, non si può riconoscere il bardo della dharmata senza avere consolidato la pratica del Togal. Un praticante esperto di Togal, che ha portato a perfezione e alla massima stabilità la luminosità della natura della mente, ha già conosciuto direttamente in questa vita quelle stesse apparizioni che si manifesteranno nel bardo della dharmata. È un’energia, una luce già presente in noi, benché momentaneamente nascosta. Alla morte del corpo e dei livelli grossolani della mente, i suoni, i colori e la luce della nostra vera natura divampano liberati.

Ma il Togal non è l’unico mezzo per trasformare questo bardo in possibilità di liberazione. I tantristi mettono in relazione con la propria pratica le apparizioni del bardo della dharmata. Nel Tantra le divinità sono intese come un canale di comunicazione. È difficile entrare in rapporto con la presenza delle energie illuminate se non hanno una forma o una base che permetta la comunicazione. Le divinità sono considerate come metafore che incarnano e convogliano le infinite energie e modalità della mente di saggezza dei Buddha. Personificarle sotto forma di divinità consente al praticante di riconoscerle e di entrarvi in rapporto. Abituandosi a creare e a riassorbire le divinità durante le visualizzazioni, il praticante comprende che le divinità e la mente che le percepisce non sono separate.

I praticanti del Buddhismo tibetano usano uno yidam, un Buddha o una divinità specifica con cui hanno una forte connessione karmica, che rappresenta la personificazione individuale della verità e che viene invocato come cuore stesso della pratica. Invece di percepire le manifestazioni della dharmata come fenomeni esterni, i praticanti tantrici le mettono in relazione con il proprio yidam, e si uniscono e fondono con esse. Riconoscendo lo yidam come la naturale radiosità della mente illuminata, sono in grado di sostenere la vista delle manifestazioni e di lasciare che appaiano sotto forma di divinità.

Grazie a questa percezione pura, il praticante riconosce tutto ciò che si manifesta nel bardo come la manifestazione stessa dello yidam. Quindi, attraverso il potere della pratica e la benedizione della divinità, è in grado di ottenere la liberazione nel bardo della dharmata.

Questo è il motivo per cui, nella tradizione tibetana, i laici e i praticanti comuni che non hanno familiarità con lo yidam vengono invitati a riconoscere qualunque manifestazione, immediatamente ed essenzialmente, come Avalokiteshvara, il Buddha della compassione, Padmasambhava o Amitabha, a seconda di quale conoscevano meglio in vita. In breve: la modalità della vostra pratica in vita è la stessa modalità con cui cercherete di riconoscere le manifestazioni del bardo della dharmata.

Altro modo significativo per considerare questo bardo è vederlo in quanto dualità che si manifesta nella sua forma più pura. Ci vengono offerti i mezzi per la liberazione, ma siamo simultaneamente sedotti dal richiamo delle nostre abitudini e degli istinti. Sperimentiamo contemporaneamente la pura energia della mente e la sua confusione. È come venire incitati a prendere una decisione, a scegliere tra l’una e l’altra. Non c’è bisogno di dire che la possibilità della scelta è determinata dal grado e dalla perfezione raggiunta in vita nella pratica spirituale.

Il bardo del divenire

Per la maggior parte di noi, morire significa semplicemente entrare in uno stato di oblio. Si dice che i tre stadi della dissoluzione interna possono essere rapidi come tre schiocchi di dita. L’essenza bianca del padre e quella rossa della madre si incontrano nel cuore, e si produce la nera esperienza chiamata ‘Completo conseguimento’. Sorge la Luminosità fondamentale. Non viene riconosciuta, e sprofondiamo nell’incoscienza.

Come abbiamo detto, si tratta del primo mancato riconoscimento, uno stadio di ignoranza chiamato in tibetano Ma Rigpa, l’opposto cioè del Rigpa. Questo fallimento segna l’inizio di un altro ciclo samsarico, dopo la momentanea interruzione prodottasi al momento della morte. Si manifesta quindi il bardo della dharmata, che ci passa accanto incompreso. È il secondo mancato riconoscimento, un altro stadio di ignoranza, di Ma Rigpa.

In esso, la prima cosa di cui prendiamo consapevolezza è ‘come se il cielo e la terra si separassero di nuovo’. Ci risvegliamo di colpo nello stato intermedio tra la morte e la nuova rinascita. È il terzo bardo della morte, il bardo del divenire (sipa bardo).

Poiché non siamo riusciti a riconoscere la Luminosità fondamentale e il bardo della dharmata, i semi di tutte le nostre tendenze abituali si risvegliano e si riattivano. Il bardo del divenire copre il periodo che intercorre tra il loro risveglio e la discesa nell’utero.

La parola sipa, tradotta con ‘divenire’, significa anche ‘possibilità’ e ‘esistenza’. In questo bardo, poiché la mente non è più limitata e impedita dal corpo fisico del mondo, si aprono infinite ‘possibilità’ di ‘diventare’, cioè di rinascere nei vari reami. Questo bardo possiede inoltre l’esistenza esterna del corpo mentale e l’esistenza interna della mente.

Caratteristica principale del bardo del divenire è il ruolo fondamentale della mente, mentre nel bardo della dharmata le manifestazioni avvenivano entro la sfera del Rigpa. Nel bardo della dharmata avevamo un corpo di luce, mentre nel bardo del divenire abbiamo un corpo mentale. È una mente dotata di immensa limpidezza e illimitata mobilità, ma la direzione in cui si muove è determinata esclusivamente dalle tendenze abituali del karma passato. Viene chiamato il bardo ‘karmico’ del divenire perché, come dice Kalu Rinpoche: “Tutto ciò che avviene è il prodotto cieco e automatico delle azioni precedenti, o karma, mentre è esclusa qualunque decisione conscia. Siamo semplicemente trascinati dalla forza del karma”.

La mente è giunta allo stadio successivo del suo graduale dispiegamento: dallo stato di purezza (la Luminosità fondamentale), attraverso la manifestazione della luce e dell’energia (le manifestazioni nel bardo della dharmata), a una manifestazione di una forma mentale più grossolana nel bardo del divenire. Si innesca un processo contrario a quello della dissoluzione: si riformano i venti e con essi gli stati mentali legati all’ignoranza, al desiderio e all’ira. Quindi, poiché il ricordo del nostro ultimo corpo karmico è ancora vivo, assumiamo un ‘corpo mentale’.

Il corpo mentale

Il corpo mentale del bardo del divenire ha varie caratteristiche. I sensi sono attivi; è estremamente leggero, lucido e mobile, e la sua consapevolezza è sette volte più chiara che in vita. Possiede inoltre una forma rudimentale di chiaroveggenza, non controllabile coscientemente ma in grado di leggere nelle menti altrui.

All’inizio il corpo mentale assumerà una forma simile al corpo dell’ultima esistenza, ma privo di difetti e nel pieno rigoglio. Persone handicappate o gravemente malate nell’ultima esistenza avranno un corpo mentale perfetto nel bardo del divenire.

Un antico insegnamento Dzogchen assegna al corpo mentale le dimensioni di un bambino di otto-dieci anni.

Mosso dalla forza del pensiero concettuale, detto anche ‘vento karmico’, il corpo mentale non riesce a rimanere fermo neppure un istante.

È sempre in moto. Può andare ovunque voglia senza incontrare ostacoli, spinto dal puro pensiero. Non avendo supporto fisico, attraversa barriere solide come muri o montagne.

Può vedere attraverso oggetti tridimensionali ma, poiché è privo dell’essenza paterna e materna del corpo materiale, non dispone della luce del sole e della luna, ma solo di una pallida luminescenza che illumina lo spazio immediatamente davanti a sé. Nel bardo possiamo vedere gli altri esseri ma gli esseri viventi non ci possono vedere, a meno che non dispongano della chiaroveggenza sviluppata con la meditazione profonda. Possiamo incontrare e parlare per brevi attimi con altri viaggiatori nel mondo del bardo, morti prima di noi.

A causa della presenza nella sua costituzione dei cinque elementi, il corpo mentale ci sembra solido e sentiamo gli stimoli della fame. Gli insegnamenti dicono che il corpo mentale vive di odori e si nutre del fumo delle offerte, ma solo di quelle bruciate appositamente per lui.

L’attività mentale è velocissima: i pensieri sorgono in rapida successione e possiamo fare più cose alla volta. La mente riproduce i propri modelli abituali, specie l’abitudine ad afferrarsi alle esperienze e a crederle reali.

Le esperienze del bardo

Durante le prime settimane nel bardo abbiamo l’impressione di essere un uomo o una donna, esattamente come nell’esistenza precedente. Non capiamo di essere morti. Torniamo a casa per rivedere la famiglia e i nostri cari, gli rivolgiamo la parola, li tocchiamo sulla spalla. Ma non rispondono, anzi non mostrano neppure di avvertire la nostra presenza. Per quanti sforzi facciamo, non ci sentono. Li osserviamo, impotenti, piangere attoniti e col cuore spezzato per la nostra morte. Invano cerchiamo di usare ciò che ci apparteneva. Il nostro posto a tavola non è più apparecchiato, i nostri beni vengono affidati ad altri. Ci sentiamo adirati, feriti, frustrati come, dice il Libro tibetano lei morti, “un pesce che si dibatte sulla sabbia rovente”.

Se siamo molto attaccati al nostro corpo, tentiamo inutilmente di rientrarvi o ci gironzoliamo attorno. In casi estremi, il corpo mentale può rimanere accanto al corpo fisico o ai beni materiali per settimane e anni. E continuiamo ancora a non capire che siamo morti. Solo quando ci accorgiamo di non proiettare ombra, di non rifletterci nello specchio, di non lasciare orme sul terreno, allora capiamo. Il trauma di capire che siamo morti può essere tale da farci perdere la coscienza.

Nel bardo del divenire riviviamo le esperienze della vita passata, rivediamo particolari minuti da tempo dimenticati, visitiamo luoghi dove, dicono i maestri, “non abbiamo fatto altro che sputare per terra”. Ogni sette giorni siamo costretti a passare di nuovo attraverso l’esperienza della morte, con tutta la sua sofferenza. Se siamo morti in pace, si riproduce lo stesso stato di pace; se siamo morti nel tormento, è l’esperienza del tormento che si ripete. Ricordate che tutto ciò avviene con una coscienza sette volte più intensa dell’ordinaria e che, nel breve bardo del divenire, ritorna tutto il karma negativo delle esistenze precedenti, concentrato e violento in modo travolgente.

Il nostro inquieto e solitario vagare per il mondo del bardo è frenetico come un incubo e, proprio come nei sogni, crediamo di avere un corpo e di esistere realmente. Invece, tutte le esperienze di questo bardo provengono dalla mente, create dal karma e dal ripresentarsi delle abitudini.

Si riformano i venti degli elementi, e dice Tulku Urgyen Rinpoche: “Si odono forti suoni causati dai quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria. È come il rumore di una valanga che precipita, il rumore di un fiume impetuoso, il rumore di una grande massa infuocata simile all’eruzione di un vulcano, il rumore di una spaventosa bufera”. Cerchiamo di fuggire muovendoci in un’oscurità terrificante, e si dice che davanti a noi si spalancano tre voragini, una bianca, una rossa e una nera, “profonde e terribili”. Sono, spiega il Libro tibetano dei morti, la nostra ira, il nostro desiderio e la nostra ignoranza. Ci assalgono acquazzoni gelati, tempeste di pus e di sangue. Ci inseguono grida minacciose disincarnate, demoni antropofagi e belve carnivore.

Il vento del karma ci incalza in continuazione, e non riusciamo ad afferrarci a niente di stabile. Dice il Libro tibetano dei morti: “La bufera del karma che infuria violenta, terrificante, insopportabile, vi sospinge alle spalle”. Sopraffatti dalla paura, sballottati qua e là in aria come semi di soffioni, vaghiamo impotenti nelle tenebre del bardo. Fame e sete ci tormentano, e cerchiamo disperatamente un rifugio. Le percezioni mentali cambiano velocemente proiettandoci, il Libro tibetano dei morti dice “come una catapulta”, in rapide alternanze di gioia e di dolore. La mente è invasa dal desiderio di un corpo fisico, e non poterlo avere ci sprofonda ancora più nel dolore.

Il paesaggio, l’ambiente circostante è modellato dal nostro karma, così come il mondo del bardo può essere abitato dalle visioni d’incubo delle nostre illusioni. Se il nostro comportamento in vita è stato positivo, le nostre percezioni ed esperienze nello stato di bardo saranno mescolate a gioia e beatitudine; se invece abbiamo danneggiato e fatto del male agli altri, sperimenteremo dolore, pena e paura. In Tibet si dice che pescatori, cacciatori e macellai saranno assaliti da versioni mostruose delle loro vittime di un tempo.

Persone che hanno studiato a fondo le esperienze di pre-morte e soprattutto la ‘visione retrospettiva della vita’, che ne costituisce un tratto caratteristico, si sono chieste come sia possibile immaginare l’orrore sperimentato nel bardo da un trafficante di droga, un dittatore o un aguzzino nazista. La ‘visione retrospettiva della vita’ sembra suggerire che, dopo la morte, sperimentiamo tutta la sofferenza di cui siamo stati diretti e indiretti responsabili.

Durata del bardo del divenire

Il bardo del divenire ha una durata media di quarantanove giorni e una minima di una settimana. Il periodo varia, così come alcuni vivono cent’anni e altri muoiono giovani. Alcuni possono persino restare intrappolati nel bardo, diventando spiriti o fantasmi. Dudjom Rinpoche spiegava che, nei primi ventuno giorni, è molto forte il ricordo della vita precedente, ed è perciò il periodo più importante perché i vivi diano aiuto al morto. In seguito, inizia lentamente a prendere forma la vita futura che diventa l’influsso dominante.

Dobbiamo attendere nel bardo che si sviluppi un legame karmico con i futuri genitori. A volte penso allo stato di bardo come a una sala d’aspetto in cui possiamo rimanere in attesa per quarantanove giorni prima di trasferirci nella prossima vita. In due casi soltanto non c’è attesa nello stato intermedio, perché la potenza del karma immette direttamente nella prossima rinascita. Il primo caso riguarda coloro che hanno vissuto una vita estremamente positiva e altruistica, e hanno raggiunto un tale grado di pratica spirituale che la forza della loro realizzazione li trasporta subito verso una buona rinascita. Il secondo riguarda coloro che hanno condotto una vita assolutamente negativa e di danno agli altri: vanno rapidamente nella prossima rinascita, qualunque essa sia.

Il giudizio

Alcune descrizioni del bardo parlano di un ‘giudizio’, una visione retrospettiva della vita simile al giudizio che in molte culture attende il defunto. La vostra buona coscienza, un bianco angelo custode, fa da avvocato difensore e ricorda tutti i vostri atti di bontà, mentre la vostra cattiva coscienza, un diavolo nero, chiede la condanna. Le azioni buone e cattive vengono contate con sassolini bianchi e neri. Il giudice supremo, il ‘Signore della morte’, consulta lo specchio del karma ed emette il verdetto.

Ritengo che le scene di giudizio contengano interessanti paralleli con la visione retrospettiva della vita nelle esperienze di pre-morte. In ultima analisi, il giudizio si svolge nella nostra mente. Noi siamo sia il giudice sia l’imputato. “È interessante notare” scrive Raymond Moody, “che nei casi da me studiati il giudizio non proveniva da un essere luminoso, che sembrava amare e accettare la persona in ogni caso, ma dall’intimo dell’individuo sottoposto a giudizio”.

Una donna raccontò questa esperienza di pre-morte a Kenneth Ring: “Ti viene mostrata la tua vita, e tu emetti il giudizio… Sei tu che giudichi te stesso. I tuoi peccati ti sono stati perdonati, ma tu sei capace di perdonarti per non aver fatto ciò che avresti dovuto, per i tuoi piccoli inganni? Puoi perdonarti? Il giudizio è questo”.

Le scene di giudizio rivelano inoltre che, alla resa dei conti, ciò che importa è la motivazione dietro ogni azione, e che non c’è via di fuga dagli effetti delle nostre passate azioni, parole e pensieri, né dalle tracce e dalle abitudini che hanno impresso in noi. Ciò significa che siamo interamente responsabili non solo di questa vita, ma anche delle vite future.

Il potere della mente

Nel bardo la mente è così leggera, mobile e vulnerabile che qualunque pensiero, buono o cattivo, ha una forza e un impatto tremendo. Senza un corpo materiale che ci fa da base, i pensieri diventano effettivamente realtà.

Immaginate il dolore e la rabbia che proveremmo vedendo il nostro funerale celebrato senza alcuna cura, o i parenti che avidamente si contendono l’eredità, o amici che amavamo profondamente credendo di essere ricambiati che parlano di noi con sarcasmo, cattiveria o degnazione. È una situazione molto pericolosa perché la nostra reazione, nella sua violenza, potrebbe catapultarci direttamente in una rinascita sfortunata. La forza schiacciante del pensiero è quindi il punto chiave del bardo del divenire. È un momento cruciale che ci trova esposti a tutte le abitudini e tendenze alle quali abbiamo permesso di crescere e di dominare la nostra vita. Se non le fermate ora, in questa vita, impedendogli di impossessarsi della vostra mente, nel bardo del divenire ne sarete le vittime designate, scagliati qua e dalla loro potenza. Nel bardo del divenire anche la più piccola irritazione può avere effetti devastanti. Per questo, tradizionalmente, chi legge il Libro tibetano dei morti deve avere un buon rapporto con il morto; in caso contrario, la sua stessa voce potrebbe farlo infuriare, con le conseguenze più disastrose.

Gli insegnamenti ci offrono molte descrizioni dell’esasperata sensibilità della mente nel bardo del divenire. La più eloquente paragona la mente in questo stato a una sbarra di ferro incandescente, malleabile finché resta tale ma che si rapprende immediatamente nella precisa forma in cui si trova quando si raffredda. Allo stesso modo, viene detto, in questo bardo un unico pensiero positivo può condurre immediatamente all’illuminazione, mentre un’unica reazione negativa può scagliarvi nella più lunga e intensa sofferenza. Il Libro tibetano dei morti non potrebbe darci consiglio più chiaro: “Questo momento costituisce la linea di demarcazione tra le possibilità di elevarti o di cadere in basso; se in questo momento scivoli, anche per un istante, nella pigrizia, soffrirai per sempre; se in questo momento sai concentrarti per un istante senza distrazioni, sarai felice per sempre.

Concentra la mente senza distrarti; sforzati di prolungare i risultati del karma positivo!”

Il Libro tibetano dei morti cerca di risvegliare qualunque esperienza di pratica spirituale in possesso del morto, incoraggiandoci ad abbandonare l’attaccamento a cose e persone, a lasciare la bramosia per un corpo, a non consentire l’insorgere del desiderio e dell’ira, a coltivare la benevolenza al posto dell’ostilità, e a non contemplare le azioni negative. Ricorda al morto che non c’è ragione di avere paura. Da un lato, ricorda che le terrificanti figure del bardo non sono che le sue stesse proiezioni illusorie, di natura vuota; dall’altro, spiega al morto che ha soltanto un “corpo mentale fatto di tendenze abituali” e altrettanto vuoto. “Quindi la vacuità non può danneggiare la vacuità”.

La natura instabile e precaria del bardo del divenire può anche trasformarsi in una molteplicità di occasioni di liberazione, volgendo a nostro vantaggio l’impressionabilità della mente in questo stato. Tutto ciò che dobbiamo fare è ricordare un’unica istruzione; basta creare nella mente un unico pensiero positivo. Se riusciamo a ricordare un qualsiasi insegnamento che ci ha ispirati sulla natura della mente, se abbiamo una sola buona inclinazione nei riguardi della pratica, o un profondo legame con una pratica spirituale, ciò può bastare a liberarci.

Nel bardo del divenire i reami di Buddha non appaiono spontaneamente come nel bardo della dharmata. Ma vi basterà richiamarli alla memoria per potervi trasferire in essi con il potere della mente, e procedere poi verso l’illuminazione. Si dice che, se lo invocate, un buddha vi apparirà istantaneamente davanti. Ricordate però che, anche se le possibilità sono illimitate, in questo stato dobbiamo avere almeno un certo, se non il totale controllo della mente, cosa estremamente difficile perché qui la mente si trova in una condizione di vulnerabilità, frammentazione e agitazione.

Se riuscite a recuperare, anche per un istante, la consapevolezza, ricordate immediatamente il vostro legame con la pratica spirituale, richiamate alla mente il maestro o un Buddha, e invocateli con tutte le forze. Se in vita avete coltivato l’abitudine di pregare in situazioni difficili e critiche, quando le cose sfuggivano al vostro controllo, saprete invocare o richiamare alla mente un essere illuminato: Buddha, Padmasambhava, Tara, Avalokiteshvara, Cristo o la Vergine Maria. Se li invocherete con fervore e devozione concentrata, con tutto il cuore, allora grazie al potere della loro benedizione la vostra mente sarà liberata nello spazio della loro mente di saggezza. Forse la preghiera, in questa vita, sembra produrre scarsi risultati, ma nel bardo ha effetti incredibilmente potenti.

La descrizione che vi ho dato del bardo rivela però la grande difficoltà di concentrare la mente in questi frangenti, se non abbiamo un allenamento alle spalle. Pensate a come sia quasi impossibile ricordare una preghiera durante un sogno o un incubo, e a come ci sentiamo deboli e impotenti. Nel bardo del divenire, raccogliere i nostri pensieri è altrettanto difficile, se non di più. Per questo la parola d’ordine che il Libro tibetano dei morti ripete continuamente, è: “Non distrarti!”. Infatti: Questa è la linea divisoria che separa i Buddha e gli esseri senzienti… In un istante sono separati, in un istante la perfetta illuminazione”.

La rinascita

Più si avvicina, nel bardo del divenire, il momento della rinascita, più agognate il supporto di un corpo materiale e ne cercate uno disponibile e adatto alla rinascita. Appaiono vari segni che vi indicano in quale reame rinascerete. Luci di diversi colori emanano dai sei reami dell’esistenza e, in dipendenza dell’emozione negativa predominante nella vostra mente, vi sentirete attratti verso uno o l’altro. Una volta entrati in una di queste luci, è molto difficile tornare indietro.

Sorgono immagini e visioni, collegate ai vari reami. Se avete familiarità con gli insegnamenti, sarete attenti al loro vero significato. I segni variano di poco nei diversi insegnamenti. Alcuni dicono che, se rinascerete tra gli dèi, avrete l’impressione di entrare in un palazzo celestiale di molti piani. Se rinascerete tra i semidei, vi sembrerà di trovarvi tra roteanti armi da fuoco o di recarvi su un campo di battaglia. Se rinascerete come animale, vi sembrerà di essere in una caverna, una tana sotterranea o un nido di paglia. La visione di ceppi d’albero, di una fitta foresta o di un tessuto significa che rinascerete tra gli spiriti affamati. Se invece rinascerete negli inferni, vi sentirete trascinare impotenti dentro una nera voragine, lungo una strada tenebrosa, in un tetro paese con case nere o rosse, o in una città di ferro.

Ci sono molti altri segni, come ad esempio la direzione del vostro sguardo o dei vostri movimenti che indica il reame verso cui state andando. Se rinascerete tra gli dèi o gli uomini, il vostro sguardo tenderà verso l’alto; se tra gli animali, guarderete diritto davanti a voi, come fanno gli uccelli; se tra gli spiriti affamati o negli inferni, guarderete in basso come se foste sul punto di sprofondare.

All’apparire di questi segni, state allerta per non cadere in una rinascita sfortunata.

Nel contempo proverete un intenso desiderio e uno struggimento per determinati reami, verso cui sarete trascinati d’istinto. Gli insegnamenti mettono in guardia dal pericolo, causato dall’impazienza di rinascere, di precipitarci verso il primo posto che ci sembra offrire qualche sicurezza. Ma se il vostro tentativo viene frustrato, l’ira con cui reagite mette violentemente fine al bardo e vi scaglia in una rinascita determinata proprio dall’emozione negativa. Quindi, come si vede, la rinascita futura è direttamente determinata da desiderio, ira e ignoranza.

Immaginate di correre verso un riparo, solo per sfuggire agli assalti delle esperienze del bardo. Quindi, atterriti all’idea di uscirne di nuovo, vi ci attaccate e prendete una nuova nascita tanto per averne una, non importa dove. Nella vostra confusione, dice il Libro tibetano dei morti, potreste scambiare un buon luogo di rinascita per uno cattivo, o viceversa. Potreste udire le voci dei vostri cari che vi chiamano, o canti affascinanti e seguirli solo per scoprirvi attirati nei reami inferiori.

State attenti a non entrare ciecamente in un reame indesiderabile. La cosa meravigliosa è che, nell’istante stesso in cui prendete consapevolezza di ciò che vi accade, potete realmente influenzare e cambiare il vostro destino. Sospinti dal vento del karma, arriverete infine nel luogo dove i vostri futuri genitori stanno facendo l’amore. La loro vista vi coinvolge emotivamente e, a causa dei passati legami karmici, proverete spontaneo attaccamento e avversione. Attrazione e desiderio per la madre, e avversione e gelosia per il padre vi faranno rinascere come maschio; e il contrario come femmina. Se soccomberete all’intensità dell’emozione, non solo rinascerete, ma quella stessa emozione potrebbe farvi rinascere in un reame inferiore.

Cosa fare per evitare la rinascita o almeno per sceglierla? Gli insegnamenti del bardo ci danno appunto due tipi di istruzioni: i metodi per impedire la rinascita e, se falliscono, i metodi per sceglierne una positiva. Prima vengono spiegati i metodi per chiudere l’ingresso a un’altra nascita.

Il metodo migliore è abbandonare il desiderio, l’ira e la gelosia, riconoscendo che nessuna esperienza del bardo ha realtà propria. Comprenderlo e mantenere la mente nella sua vera natura vuota, è sufficiente per impedire la rinascita. Così ammonisce il Libro tibetano dei morti: “Ahimé! Il padre e la madre, la grande tempesta, i turbini di vento, il tuono, le proiezioni terrificanti e tutti questi fenomeni apparenti sono, nella loro natura autentica, illusori. Comunque si manifestino, non sono reali. Tutte le sostanze sono false e irreali, sono come miraggi, non sono permanenti, libere da mutamenti. A che serve il desiderio? A che serve la paura? Vuol dire considerare esistente ciò che è non-esistente”.

E continua: “Tutti i fenomeni sono la mia mente stessa e questa mente è vacuità, non-nata e non-ostruita. Così pensando, lascia la tua mente nel suo stato naturale, raccolta, assorta nella sua natura propria, come acqua versata nell’acqua, così com’è, sciolta, aperta e rilassata. Lasciando così riposare la mente, in modo naturale e sciolto, puoi essere certo che l’ingresso all’utero, per tutti e quattro i tipi di nascita, sarà chiuso”.

Il secondo buon metodo per impedire la rinascita è vedere i vostri potenziali genitori come Buddha, come il vostro maestro o il vostro yidam. Oppure, contro l’attrazione del desiderio, cercate di generare la rinuncia, pensando ai reami puri dei buddha. Ciò impedisce la rinascita e vi trasporterà in uno di quei reami.

Se non siete in grado di mantenere la stabilità mentale neppure per quest’ultima pratica, rimangono i metodi per scegliere la rinascita, collegati ai segni caratteristici dei diversi reami. Se siete costretti a rinascere o lo volete intenzionalmente per proseguire il cammino spirituale ed essere di beneficio agli altri, scegliete solo e soltanto il reame umano. Solo qui, infatti, sono presenti le condizioni favorevoli al progresso spirituale. Se state per entrare in una situazione fortunata nel reame umano, dicono gli insegnamenti, avrete la sensazione di arrivare in una casa splendida e sontuosa, in una città, in una folla di esseri umani, oppure avrete la visione di coppie che stanno facendo l’amore.

Altrimenti, in linea di massima non abbiamo scelta. Siamo trascinati verso il luogo della rinascita “con la stessa inesorabilità di un uccello attirato in una gabbia, dell’erba secca che prende fuoco, di un animale che affonda in una palude”. Dice il Libro tibetano dei morti: “Figlio/figlia di famiglia illuminata, anche se non vuoi andare non hai alcun potere, sei spinto ad andare senza poter resistere”.

Ma, come gli insegnamenti ci ripetono sempre, c’è ancora speranza: adesso è il momento di pregare. Anche ora, se c’è un profondo desiderio e una forte concentrazione, potrete rinascere in un reame di Buddha o generare l’intensa aspirazione a rinascere in una famiglia umana in cui poter incontrare la via spirituale per progredire verso la liberazione. Se un karma molto forte vi spinge verso un reame preciso, non avete scelta, ma le aspirazioni e le preghiere passate possono aiutarvi a rimodellare il vostro destino, consentendovi di rinascere in uno stato che vi porterà un giorno alla liberazione.

Anche mentre entrate nell’utero potete continuare a pregare perché ciò accada. Anche in questo momento potrete visualizzarvi come un essere illuminato, che i maestri indicano tradizionalmente in Vajrasattva, benedicendo l’utero che vi accoglie come un luogo sacro, un ‘palazzo degli dèi’, e continuando a praticare.

Ora che il bardo del divenire sorge su di me concentrerò la mia mente con attenzione totale cercherò di prolungare i risultati del karma positivo chiuderò l’ingresso alla rinascita e tenterò di evitarla. Ora sono necessarie perseveranza e percezione pura: abbandona le emozioni negative e medita sul maestro.

In ultima analisi, è il bisogno della mente di abitare un reame che ci spinge alla reincarnazione; è la sua tendenza a solidificarsi e ad afferrare che trova la sua ultima espressione nella rinascita fisica. Questo è appunto lo stadio successivo del processo che abbiamo visto svolgersi nei vari bardo.

Se siete riusciti a dirigere la mente verso una rinascita umana, siete tornati al punto di partenza e siete pronti per rientrare nel bardo naturale di questa vita. Vedendo il padre e la madre unirsi sessualmente, la vostra mente è ineluttabilmente attratta e penetra nell’utero. Con ciò ha termine il bardo del divenire, mentre la mente ripercorre con rapidità le fasi della dissoluzione e dell’apparizione della Luminosità fondamentale. Quindi si riproduce l’esperienza nera del Completo conseguimento, e simultaneamente si salda il legame con il nuovo grembo.

Così la vita incomincia, com’era terminata, con la Luminosità fondamentale.

L’aiuto dopo la morte

Così spesso, nel mondo moderno, una delle pene più profonde di chi resta è la convinzione di non poter fare nulla per la persona cara che ci ha lasciati: una convinzione che non fa che aggravare e appesantire la solitudine del nostro dolore. È una convinzione falsa. Ci sono molti modi per aiutare un defunto, modi che inoltre aiutano noi ad affrontarne l’assenza. Una caratteristica peculiare del Buddhismo, e una delle prove più profonde dell’onnisciente abilità e della compassione dei buddha, sta proprio nelle pratiche specifiche di aiuto ai morti, e quindi anche di conforto ai loro familiari. La visione che il Buddhismo tibetano ha della vita e della morte è una visione globale che ci fa vedere con chiarezza che è possibile aiutare gli altri in qualunque circostanza, poiché non ci sono barriere tra ciò che chiamiamo ‘vita’ e ciò che chiamiamo ‘morte’. Il potere radiante e il calore di un cuore compassionevole può arrivare a portare aiuto in tutti gli stati e tutti i reami.

Quando possiamo aiutare

Il bardo del divenire, com’è stato descritto, sembrerebbe assai angosciato e angosciante, ma in esso c’è una grande speranza. Le caratteristiche del corpo mentale che lo rendono così vulnerabile (la chiarezza, la mobilità, la sensibilità e la chiaroveggenza) lo rendono anche particolarmente ricettivo all’aiuto che proviene dai vivi. In assenza di una forma o base fisica, guidarlo diventa assai facile. Il Libro tibetano dei morti paragona il corpo mentale a un cavallo facilmente controllabile con le briglie, o a un grosso tronco d’albero che, praticamente inamovibile a terra, può essere trasportato a piacere sull’acqua.

Il momento più utile per una pratica spirituale a beneficio di un morto è durante i quarantanove giorni del bardo del divenire, soprattutto i primi ventuno. È durante queste prime tre settimane, infatti, che il defunto conserva ancora un forte legame con questa vita, fatto che lo rende più raggiungibile dal nostro aiuto. È allora che la nostra pratica spirituale ha le maggiori probabilità di influenzare il suo futuro o di intervenire nelle sue possibilità di liberazione o, almeno, di una rinascita migliore. Dobbiamo dare tutto il nostro aiuto in quelle prime tre settimane poiché, dal momento in cui incomincia gradualmente a determinarsi la forma fisica della prossima esistenza, cioè tra il ventunesimo e il quarantanovesimo giorno dalla morte, le possibilità di cambiamento sono molto più limitate.

Ma l’aiuto ai morti non è limitato a questi quarantanove giorni. Non è mai troppo tardi per aiutare un morto, indipendentemente da quanto tempo è trascorso. Anche se la persona che volete aiutare è morta cent’anni fa, praticare per lei è sempre benefico. Dudjom Rinpoche diceva che anche chi ha raggiunto l’illuminazione diventando un Buddha, ha ancora bisogno di tutta l’assistenza possibile nel compito di aiutare gli altri.

Come possiamo aiutare

Il modo più semplice e facile è la pratica fondamentale del phowa, da farsi non appena veniamo a conoscenza che qualcuno è morto.

In Tibet diciamo che, come la natura del fuoco è di bruciare e quella dell’acqua di spegnere la sete, la natura dei Buddha è di essere presenti non appena qualcuno li invoca, talmente vasto è il loro desiderio compassionevole di aiutare tutti gli esseri senzienti. Non crediate, neppure per un momento, che un santo potrebbe essere più efficace di voi nell’invocare la verità perché aiuti un vostro amico morto. La vostra vicinanza con il morto, la forza del vostro amore e la profondità del vostro legame darà più potere all’invocazione. I maestri lo garantiscono: chiamateli, e i Buddha vi risponderanno davvero.

Khandro Tsering Chodron, consorte spirituale di Jamyang Khyentse, dice spesso che se il vostro cuore è buono e se davvero desiderate il bene, la vostra preghiera sarà molto efficace. Abbiate quindi fiducia che, pregando con vero amore e sincerità per una persona cara che è morta, la vostra preghiera sarà eccezionalmente potente.

Il momento migliore per la pratica del phowa è quando il corpo non è stato ancora toccato o spostato. Se ciò non è possibile, fate la pratica nel luogo della morte o, almeno, immaginatelo con vividezza nella vostra mente. C’è un profondo legame tra il morto, il luogo dov’è avvenuta la morte e il momento del decesso, specie se le modalità della morte sono state traumatiche.

Nel bardo del divenire, come ho già spiegato, la coscienza del morto riattraversa l’esperienza della morte allo scadere di ogni settimana, esattamente lo stesso giorno. Potete quindi praticare il phowa, o qualunque sia la pratica che avete scelto, in ogni momento dei quarantanove giorni, ma specialmente il giorno della settimana in cui è avvenuta la morte.

Ogni volta che la persona cara vi torna alla mente, ogni volta che ne sentite pronunciare il nome, inviatele il vostro amore e concentratevi sulla pratica del phowa per il periodo e la frequenza che desiderate.

Ogni volta che pensate alla persona morta, potete anche recitare un mantra come OM MANI PADME HUM (pronunciato in tibetano: Om Mani Pémé Hung), il mantra del Buddha della Compassione che purifica ciascuna delle emozioni negative che sono causa di rinascita, oppure OM AMI DEWA HRIH, il mantra di Amitabha, il Buddha della luce infinita. Al mantra, potete far seguire la pratica del phowa.

Che seguiate o meno queste pratiche di aiuto ai morti, non dimenticate che nel bardo la coscienza è chiaroveggente e quindi anche inviare semplicemente pensieri positivi sarà estremamente benefico.

Pregando per una persona cara potete, se lo volete, allargare la compassione fino a comprendere nelle vostre preghiere altri defunti: le vittime delle atrocità, delle guerre, dei disastri, delle carestie; quanti sono morti e stanno morendo nei campi di concentramento, ad esempio in Cina o in Tibet. Potete pregare per persone morte da tempo: nonni, familiari mancati tanti anni fa, le vittime delle guerre, anche delle due guerre mondiali. Immaginate che le vostre preghiere raggiungano soprattutto coloro che hanno perduto la vita in condizioni di estrema angoscia, passione o collera.

Di urgente aiuto hanno bisogno quanti sono morti di morte violenta o improvvisa. Le vittime di omicidi, suicidi, incidenti o guerre possono facilmente restare intrappolati nella loro stessa sofferenza, angoscia e paura, imprigionati nell’esperienza della morte e impossibilitati ad avanzare nel processo della rinascita. Praticando il phowa per loro, fatelo con più forza e più fervore che mai.

Immaginate intensissimi raggi di luce che emanano dai buddha o da esseri divini, e diffondono tutta la loro compassione e benedizione. Immaginate che la luce fluisca verso le persone morte, purificandole completamente e liberandole dalla confusione e dal dolore della morte, elargendo pace profonda e durevole. Ora immaginate, con tutto il cuore e la mente, che si dissolvano in luce e che la loro coscienza, guarita e libera dal dolore, si elevi per fondersi indissolubilmente e per sempre con la mente di saggezza dei Buddha.

Alcuni occidentali che sono stati di recente in Tibet mi hanno riferito questo episodio. Un tibetano che camminava sul bordo della strada fu investito e ucciso sul colpo da un camion cinese. Un monaco, che passava per caso, si avvicinò in fretta e sedette accanto al corpo steso per terra. Il monaco era piegato sul cadavere e gli sussurrava qualcosa all’orecchio. Con sbalordimento dei miei amici, il morto ritornò in vita. Allora il monaco iniziò una pratica in cui riconobbero il trasferimento della coscienza, e lo riaccompagnò dolcemente nella morte. Cos’era accaduto? Ovviamente il monaco si era reso conto che il violento shock della morte aveva lasciato l’uomo terribilmente traumatizzato e aveva agito rapidamente: prima liberò la mente sconvolta dell’uomo, poi la trasferì con il phowa in un reame dei Buddha o la guidò verso una rinascita fortunata. Agli occidentali testimoni del fatto, il monaco parve una persona ordinaria, ma la storia dimostra che si trattava in realtà di un praticante dotato di considerevoli poteri.

Le pratiche meditative e le preghiere non sono le uniche forme di aiuto ai defunti. Possiamo, in loro memoria, fare donazioni in denaro ai malati e ai bisognosi. Possiamo distribuire i loro beni ai poveri. Possiamo contribuire, a loro nome, a opere umanitarie o spirituali come ospedali, programmi assistenziali, ospizi o monasteri.

Possiamo contribuire finanziariamente a ritiri di buoni praticanti spirituali o a incontri di preghiera condotti da grandi maestri in luoghi sacri, ad esempio Bodhgaya. Possiamo offrire ceri ai defunti, o sponsorizzare opere d’arte che abbiano attinenza con la pratica spirituale. Una forma di aiuto ai morti, molto amata in Tibet e nella regione himalayana, consiste nell’acquistare animali destinati al macello e rimetterli in libertà.

Molto importante è dedicare i meriti che derivano da qualunque nostro atto di gentilezza e generosità a una persona cara defunta e a tutti i morti, perché tutti possano ottenere una rinascita migliore e una vita futura favorevole.

La chiaroveggenza dei morti

Ricordate: la coscienza chiaroveggente di una persona nel bardo del divenire è sette volte più lucida che in vita. Ciò può essere causa di grande sofferenza come di grande beneficio.

È quindi importantissimo, nei giorni successivi alla morte di una persona cara, tenere un comportamento il più possibile consapevole, per non turbarla o ferirla. Quando infatti il morto si riavvicina ai cari rimasti in vita, o alle persone invitate a praticare per lui, è in grado, nella sua nuova condizione, non solo di vedere quello che accade ma di leggere nella mente. Se i parenti pensano soltanto a dividersi l’eredità facendone motivo di disputa, se le loro parole e i loro pensieri sono colmi di attaccamento e avversione senza nessun amore per il defunto, questo può sentirsi ferito o deluso, reagire con rabbia ed essere trascinato dal turbine delle emozioni verso una rinascita sfortunata.

Immaginiamo ad esempio che il morto veda dei praticanti spirituali che in teoria praticano per lui ma che in realtà non hanno alcun sincero desiderio di fargli del bene, con la mente occupata da pensieri banali… L’effetto potrebbe essere la perdita di qualunque fede abbia avuto. Vedere i propri cari sconvolti e vinti dal dolore, può sconvolgerlo allo stesso modo. Scoprire che le attenzioni che gli venivano dimostrate erano solo interesse per le sue ricchezze, potrebbe deluderlo a tal punto da trasformarlo in fantasma che perseguita gli eredi. Ora comprendete come le vostre azioni, i vostri pensieri e il vostro comportamento immediatamente successivi alla morte abbiano un’importanza cruciale, con un effetto sul futuro della persona morta che non possiamo neppure immaginare.

Adesso capite perché è essenziale, per la pace mentale del morto, l’armonia di quelli che rimangono. Per questo, in Tibet, gli amici e i parenti riuniti sono incoraggiati a praticare insieme e a recitare, il maggior numero possibile di volte, un mantra come OM MANI PADME HUM. Qualunque tibetano è in grado di farlo sapendo di dare vero aiuto al morto, traendone ispirazione per una fervente preghiera comune.

La chiaroveggenza del morto nel bardo del divenire è inoltre il motivo che rende straordinariamente benefica la pratica fatta in suo favore da un maestro o un praticante esperto.

Il maestro rimane nello stato primordiale di Rigpa, la natura della mente, ed evoca il corpo mentale della persona che vaga nel bardo del divenire. Quando, grazie al potere della meditazione, il corpo mentale è alla presenza del maestro, questo può indicargli la natura essenziale del Rigpa Nel bardo, mediante il potere della chiaroveggenza, l’essere può vedere direttamente nella mente di saggezza del maestro, venire immediatamente introdotto alla natura della mente e liberarsi.

Per lo stesso motivo, anche una pratica fatta da un praticante ordinario può essere di enorme aiuto. Potete, ad esempio, seguire la pratica delle cento divinità pacifiche e irate associate con il Libro tibetano dei morti, o rimanere semplicemente in un costante stato di compassione. Di immenso beneficio sarà invocare la persona morta e invitarla nel cuore stesso della vostra pratica.

Alla morte di un praticante buddhista, si informano immediatamente il suo maestro, tutti i suoi insegnanti e amici spirituali perché inizino le pratiche a suo beneficio. Ho l’abitudine di fare una lista di nomi di persone morte e di mandarla ai grandi maestri che conosco in India e nella regione himalayana. Ogni poche settimane essi li includono in una pratica di purificazione e, una volta all’anno, in una pratica intensiva di dieci giorni che si svolge nei monasteri.

Pratiche del Buddhismo tibetano per i morti

Il Libro tibetano dei morti.

Dopo la pratica del phowa, in Tibet leggiamo molte volte al morente il Libro tibetano dei morti, facendo le pratiche a esso associate. Nel Tibet orientale è tradizione leggerlo per tutti i quarantanove giorni successivi alla morte. Attraverso la lettura, i morti riconoscono lo stadio in cui si trovano e ricevono l’ispirazione e la guida di cui hanno bisogno.

Spesso gli occidentali mi chiedono: Come può un morto ascoltare il Libro tibetano dei morti?

La risposta è che la coscienza della persona defunta, invocata dal potere della preghiera, è in grado di leggere nella nostra mente e di vedere con chiarezza i nostri pensieri o il nostro oggetto di meditazione. Non c’è quindi alcun ostacolo, per il morto, alla comprensione del Libro tibetano dei morti o alle pratiche fatte per suo bene, persino se la recitazione avviene in tibetano. Per i morti il linguaggio non è una barriera, perché possono cogliere direttamente il senso essenziale del testo con la mente.

Questo rende ancora più essenziale che il praticante sia il più attento e concentrato possibile durante lo svolgimento delle pratiche, che non vanno eseguite meccanicamente. Consideriamo che il morto, proprio perché sta facendo esperienza diretta dei momenti descritti, è in grado di comprendere molto meglio di noi la verità del Libro tibetano dei morti.

Altri mi chiedono: “Che cosa accade se, al momento della morte, la coscienza è già scivolata in uno stato di oblio?”. Appunto per coprire ogni eventualità, poiché non sappiamo quanto a lungo il morto rimarrà nello stato di incoscienza né quando entrerà nel bardo del divenire, il Libro tibetano dei morti viene letto e praticato molte volte di seguito.

E le persone che non hanno familiarità con gli insegnamenti del Libro tibetano dei morti? Dobbiamo leggerlo lo stesso?

Il Dalai Lama ci indicazioni precise:

Che abbiate fede o no nella religione, ciò che conta è una mente in pace al momento della morte… Dal punto di vista del Buddhismo, la rinascita avviene indipendentemente dal fatto che la persona morta ci creda; quindi una mente in pace, anche se neutrale, è fondamentale. Leggere il Libro tibetano dei morti a un non credente può agitare la sua mente… causare avversione e perciò risolversi in un danno invece che in un aiuto. Invece, i mantra e i nomi dei Buddha possono aiutare le persone aperte ai suoi insegnamenti a generare un certo tipo di connessione, con il beneficio che ciò comporta. È fondamentale prendere anzitutto in considerazione l’atteggiamento del morente.

Il Né Dren e il Chang Chok

Al Libro tibetano dei morti si accompagna la pratica del Dren, il rituale per guidare i morti, o il Chang Chok, il rituale di purificazione, in cui un maestro guida la coscienza del morto verso una rinascita migliore.

Idealmente, il Né Dren o il Chang Chok vanno eseguiti immediatamente dopo la morte, o comunque entro i quarantanove giorni. In assenza del cadavere, la coscienza del morto è evocata attraverso una fotografia, un ritratto o un foglio che ne riporta il nome e l’effigie, chiamati tsenjang. Il potere del Né Dren o del Chang Chok deriva dal fatto che, nel periodo immediatamente successivo al decesso, il morto conserva un forte senso di possesso per il corpo che ha abbandonato.

Grazie al potere della meditazione del maestro, la coscienza del morto, che vaga disordinatamente nel bardo, viene richiamata nello tsenjang, che ne rappresenta l’identità. Quindi la coscienza viene purificata, i semi karmici dei sei reami vengono ripuliti, si dà un insegnamento esattamente come in vita, e il morto è introdotto alla natura della mente. Infine si effettua il phowa, dirigendo la coscienza verso un reame dei buddha. Lo tsenjang, che rappresenta la vecchia identità del morto, ora abbandonata, viene bruciato e il karma purificato.

La purificazione dei sei reami

Mio maestro Dilgo Khyentse Rinpoche diceva spesso che la pratica chiamata ‘Purificazione dei sei reami’ è la miglior forma di purificazione se il morto era un praticante.

Si tratta di una pratica da seguire in vita che usa la visualizzazione e la meditazione per purificare il corpo dalle sei emozioni negative principali, assieme ai reami di esistenza che esse stesse creano. Rivolta a un morto è particolarmente efficace perché purifica la radice del karma e quindi il legame con il samsara. Si tratta di un punto essenziale: se le sei emozioni negative non sono purificate, determineranno il reame samsarico in cui avverrà la rinascita.

Secondo i Tantra Dzogchen le emozioni negative si accumulano nell’organismo psicofisico composto dai canali sottili, dall’aria interna e dall’energia, concentrandosi in precisi centri di energia del corpo. Il seme degli inferni e la sua causa, l’ira, è situato nelle piante dei piedi; il reame degli spiriti affamati e la sua causa, l’avarizia, è situato alla base del tronco; il reame animale e la sua causa, l’ignoranza, è situato nell’ombelico; il reame umano e la sua causa, il dubbio, è situato nel cuore, il reame dei semidei e la sua causa, l’invidia, è situato nella gola; il reame degli dèi e la Sua causa, l’orgoglio, è situato nella corona del capo.

Durante la purificazione di ognuno dei sei reami e dell’emozione negativa corrispondente, il praticante immagina che tutto il karma creato da quell’emozione specifica sia ormai esaurito, e che la parte del corpo associata al karma di quell’emozione si dissolva in luce. Effettuando la pratica per una persona morta, immaginate con tutto il cuore e la mente che, alla fine della pratica, tutto il suo karma sia stato purificato, e che il suo corpo e l’intero essere si dissolvano in luce radiosa.

La pratica delle cento divinità pacifiche e irate

Altro aiuto ai morti viene dalla pratica delle cento divinità pacifiche e irate. Il praticante considera il proprio corpo come il mandala di queste divinità: quelle pacifiche vengono visualizzate nel centro di energia del cuore, e quelle irate nel centro di energia del cervello. Quindi immagina che emanino migliaia di raggi luminosi, che avvolgono il morto e lo purificano di tutto il karma negativo.

Si recita il mantra di purificazione di Vajrasattva, la divinità principale di tutti i mandala tantrici e nello stesso tempo la figura centrale del mandala delle cento divinità pacifiche e irate, il cui potere viene invocato soprattutto per purificare e guarire. Si tratta del ‘Mantra delle cento sillabe’, che comprende le ‘sillabe-seme’ di ciascuna delle cento divinità pacifiche e feroci.

Noi possiamo usare la forma abbreviata in sei sillabe: OM VAJRA SATTVA HUM (pronunciato in tibetano: Om Benza Satto Hung). Il suo significato è: “O Vajrasattva! Mediante il tuo potere, possa tu concedere purificazione, guarigione e trasformazione”. Raccomando vivamente questo mantra per purificare e guarire.

Un altro mantra usato nei Tantra Dzogchen e nelle pratiche associate al Libro tibetano dei morti è ‘A A HA SHA SA MA’. Le sei sillabe del mantra hanno il potere di ‘chiudere le porte’ dei sei reami del samsara.

La cremazione

In molte culture orientali, il rito funebre avviene per cremazione. Il Buddhismo tibetano associa alla cremazione alcune pratiche specifiche. La pira funebre o il forno crematorio vengono visualizzati in forma di mandala di Vajrasattva, o delle cento divinità pacifiche e irate, le quali sono immaginate con vividezza mentre se ne invoca con forza la presenza. Il cadavere è considerato la materializzazione del karma negativo e delle oscurazioni del defunto. Mentre il cadavere brucia, queste vengono consumate dalle divinità come a un banchetto e trasmutate nella propria natura di saggezza. Si visualizzano raggi luminosi emanare dalle divinità, il corpo viene completamente dissolto in luce e tutte le impurità del defunto sono purificate dalle fiamme abbaglianti della saggezza. Durante la visualizzazione potete recitare il mantra di Vajrasattva, di cento o di sei sillabe. Questa semplice pratica di cremazione è stata trasmessa e ispirata da Dudjom Rinpoche e Dilgo Khyentse Rinpoche.

Le ceneri del corpo e dello tsenjang vengono mescolate con argilla per fabbricare piccole immagini, chiamate tsatsa, che dopo essere state benedette si dedicano al beneficio del morto, creando condizioni favorevoli per una buona rinascita.

Le pratiche settimanali

In Tibet le pratiche e i rituali si effettuano regolarmente ogni sette giorni a partire dalla morte. Se la famiglia è in grado di sostenere le spese, per ciascuno dei quarantanove giorni. Vengono invitati i monaci e soprattutto i lama vicini alla famiglia e legati al defunto. Si offrono lampade e si recitano preghiere, con maggiore intensità nel periodo che precede la rimozione del cadavere dalla casa. Si fanno offerte ai maestri e ai santuari, e vengono distribuite elemosine ai poveri in memoria del defunto.

Queste pratiche ‘settimanali’ sono considerate essenziali, perché il corpo mentale nel bardo del divenire ripete ogni settimana, nello stesso giorno, l’esperienza della propria morte. Se i meriti prodotti dalle passate azioni positive sono sufficienti, il beneficio derivato da queste pratiche può costituire la spinta alla rinascita in un reame puro. Se, ad esempio, la morte è avvenuta il mercoledì prima di mezzogiorno, il giorno della pratica settimanale sarà il martedì successivo; se invece la morte è avvenuta dopo mezzogiorno, sarà il mercoledì.

I tibetani considerano particolarmente importanti la quarta settimana dopo la morte, perché si ritiene che le persone ordinarie non rimangano nel bardo più a lungo di questo periodo. Anche la settima settimana è considerata un momento critico, perché conclude il massimo periodo di permanenza nel bardo. In quelle date si invitano a casa maestri e praticanti, e si fanno pratiche, offerte ed elemosine in grande scala.

Un’ulteriore festa e cerimonia di offerte si tiene a un anno dalla morte, per simboleggiare la rinascita del defunto. Molte famiglie tibetane celebrano cerimonie annuali nell’anniversario della morte dei loro maestri, genitori, mariti, mogli, fratelli e sorelle, con donazioni ai poveri.

Fonte: Il libro tibetano del vivere e del morire. http://www.esonet.org/wp-content/uploads/2013/05/136069562-Il-Libro-Tibetano-del-Vivere-e-del-Morire-Sogyal-Rinpoche.pdf

 

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