2 Patrul Rinpoche: Le Istruzioni del Mio Perfetto Maestro.

Patrul Rinpoche: Se avete uno stile di vita conflittuale potreste essere immersi in azioni negative

Patrul Rinpoche: Se avete uno stile di vita conflittuale potreste essere immersi in azioni negative

2 Patrul Rinpoche: Le Istruzioni Orali del Mio Perfetto Maestro.

Una guida ai preliminari del Longchen Nyingthig dello Dzogchen.

Titolo originale: Kun bzang lama’i zhal lung (Dzog pa chenpo longchen nyingthig gi nongdro’i khird yig kun bzang lama’i zhal lung); Insegnamenti orali del maestro Samantabhadra sulle pratiche preliminari Dzogchen della serie “Essenza del cuore della vasta estensione”.

I cinque modi errati di ricordare, Atteggiamenti da perseguire, Le quattro metafore, Le sei perfezioni trascendenti, Condotte differenti, L’Insegnamento vero e proprio: spiegazione sulle difficoltà di ottenere libertà e vantaggi, Riflessioni sulla natura della libertà, Riflessioni sugli specifici vantaggi del Dharma, i cinque vantaggi soggettivi.

Non lasciate dunque che la vostra mente sia troppo tesa o interiormente concentrata. Concedete ai vostri sensi di essere naturalmente a loro agio, bilanciando tensione e rilassamento.

Non estenuatevi per ascoltare il Dharma. Se avete fame o sete durante un insegnamento troppo lungo o se il vento, il sole o la pioggia vi causano fastidio, non scoraggiatevi.Siate lieti dei vantaggi e delle libertà offerte dalla vostra attuale condizione umana e gioite di aver trovato un maestro autentico del quale siete in grado di seguire le penetranti istruzioni.

Il fatto che ora potete ascoltare il profondo Dharma è frutto di meriti accumulati in innumerevoli kalpa. (Ere o cicli temporali.) È come consumare un pasto dopo che nella vostra vita avete potuto mangiare solo una volta ogni cento pranzi. Dunque, è vostro dovere ascoltare con gioia impegnandovi ad affrontare il caldo, il freddo e qualunque altra difficoltà possa comportare il ricevere questi insegnamenti.

I cinque modi errati di ricordare

Evita di ricordare le parole senza trattenerne il significato

O di ricordare il significato senza trattenere le parole.

Evita di ricordare entrambe senza averle comprese,

O di ricordarle in modo disordinato o impreciso.

Ciò che bisogna evitare è anzitutto di lasciarsi attrarre oltre misura dagli eleganti giri di parole, come un bimbo che coglie fiori in un prato, senza tentare di analizzare il reale significato del discorso. Le sole parole, infatti, non sono di alcun aiuto per la mente. D’altra parte, è scorretto non prestare attenzione alla forma discorsiva con cui un insegnamento viene trasmesso, come se si trattasse di una decorazione superflua. Chi agisce così, anche se cogliesse il profondo significato delle parole, non sarebbe in grado di esprimerlo, avendo perso la connessione tra parola e significato.

Ricordare un insegnamento non è sufficiente se non si identificano i suoi differenti livelli di significato, ossia il suo senso reale, quello adattato e quello indiretto. Senza di ciò, il reale contenuto delle parole ci sfuggirà e di conseguenza ci allontaneremo dal vero Dharma. (Il senso reale esprime la verità dal punto di vista degli esseri realizzati. Il senso adattato si riferisce ad istruzioni concepite per rendere assimilabile una verità da parte di chi, non essendo ancora realizzato, la troverebbe difficile da accettare o comprendere. Il senso indiretto riguarda insegnamenti che introducono ad una verità non espressa in modo esplicito.)

Chi ricorda le istruzioni in modo disordinato, mescolerà ben presto la loro sequenza originaria, sicché ogni volta che mediterà su di esse, le ascolterà o ne parlerà, la confusione ne risulterà moltiplicata. Ricordare infine in modo impreciso ciò che si è appreso, darà luogo nel tempo ad una infinità di idee errate che distruggeranno la nostra mente e degraderanno il Dharma.

È pertanto necessario evitare tali errori e tenere presente in modo corretto e senza imprecisioni ogni elemento di ciò che ci viene insegnato, ossia le parole, il loro senso e la sequenza nella quale esse sono state coordinate.

Per quanto un insegnamento possa risultare lungo e difficile, non bisogna scoraggiarsi desiderando che finisca presto. Perseveriamo. Al contrario, per quanto esso possa risultare conciso e agevole, non teniamolo in poco conto come qualcosa di troppo facile per noi.

Ricordiamo con precisione la forma e il senso delle istruzioni, il loro ordine originario e le connessioni corrette tra esse. Ciò è indispensabile.

ATTEGGIAMENTI DA PERSEGUIRE

La condotta da adottare mentre si ricevono gli insegnamenti è presentata sotto forma di elenco delle quattro metafore, delle sei perfezioni trascendenti e di altre tipologie di comportamento.

Le quattro metafore

Un testo intitolato Il sutra a forma di albero afferma:

O nobile, dovresti ritenere te stesso un ammalato

Il Dharma un rimedio,

I tuoi compagni spirituali abili dottori

E la pratica diligente la via verso la guarigione.

Siamo ammalati. In questo immenso oceano di inappagamento che è il samsara, da un tempo senza inizio, siamo tormentati dai morbi dei tre veleni e dai loro frutti, ossia i tre tipi di sofferenza.

Chi è seriamente infermo, si reca da un dottore e segue i consigli di quest’ultimo assumendo le medicine prescritte. La sua unica preoccupazione è di fare qualunque cosa per superare la malattia e ottenere la salute. Allo stesso modo dobbiamo curare noi stessi dalle affezioni del karma, dalle emozioni negative e dalle sofferenze seguendo le prescrizioni del medico esperto, il maestro autentico, facendo uso della medicina del Dharma.

Seguire un maestro senza metterne in pratica i consigli è come disobbedire al dottore senza dargli la possibilità di curare il nostro male. Evitare di fare uso della medicina del Dharma, ossia, non mettere in pratica quest’ultimo, è come avere a disposizione innumerevoli rimedi e prescrizioni accanto al letto e non toccarli nemmeno. Ciò non ci porterà alla guarigione.

Molti dicono, in modo un po’ irresponsabile: “Oh, Lama, abbi compassione di me!”, pensando che ciò basti ad evitare le conseguenze di azioni terribili da loro commesse in passato. Essi si aspettano che il maestro, nella sua compassione, li scagli nei regni celesti come se lanciasse un sasso. In realtà, quando diciamo che il maestro si prende cura di noi con compassione intendiamo che egli ci accetta gentilmente come discepoli ed è disposto a elargirci le profonde istruzioni, facendoci aprire gli occhi su ciò che è bene o non è bene fare e mostrandoci la via della liberazione insegnata dal Conquistatore (il Buddha). Quale compassione maggiore di questa? Sta a noi trarne i frutti percorrendo realmente il sentiero verso la liberazione.

Ora che possiamo avvantaggiarci delle molteplici potenzialità connesse ad una nascita nella libera condizione umana ed abbiamo appreso le condotte da perseguire e quelle da evitare, la nostra decisione, potendo scegliere con libertà, segnerà la svolta decisiva che determinerà il nostro destino per il peggio o per il meglio, fino nel lontano avvenire. Pertanto è cruciale scegliere una volta per tutte tra samsara e nirvana e mettere in pratica gli insegnamenti del maestro.

Coloro che sovrintendono alle feste di villaggio vi hanno fatto credere che sul vostro letto di morte potrete ancora andare su e giù come se teneste un cavallo per le briglie. Purtroppo, in quel giorno, a meno che non abbiate imparato a padroneggiare il sentiero, il vento impetuoso delle azioni passate vi inseguirà, mentre un’oscurità terrificante irromperà su di voi come a gettarvi senza sostegni nel lungo e pericoloso sentiero dello stato intermedio. Gli innumerevoli seguaci del Signore della Morte vi perseguiteranno gridando: “Uccidi! Uccidi! Colpisci! Colpisci!” In simili istanti non ci sarà dove scappare o nascondersi, i rifugi mancheranno e la speranza svanirà, mentre voi, disperati, non saprete cosa fare. Pensate che proprio allora sarà possibile scegliere con calma la propria direzione? Come disse il Grande di Oddiana:

Quando, dopo la morte, qualcuno tenterà di aiutarvi con un pezzo di carta col vostro nome, sarà troppo tardi! (Si riferisce ad una pratica per i defunti in cui la persona morta viene rappresentata mediante un cartiglio col suo nome.) La vostra coscienza, già sperduta nello stato intermedio come un cane inebetito, troverà estremamente difficile il solo pensare ai reami superiori.

Il vero punto di svolta, l’unico momento in cui potete realmente dirigere voi stessi verso i reami superiori o quelli inferiori, come se teneste il cavallo per le briglie, è proprio ora, mentre siete ancora vivi.

Come esseri umani, le vostre azioni positive sono più efficaci di quelle commesse da altri esseri, dal momento che, in questa vita, esse vi danno l’opportunità di superare la rinascita una volta per tutte. D’altra parte, però, anche le vostre azioni negative hanno effetti più marcati, costituendo le premesse per una rinascita definitiva negli abissi dei reami inferiori. Pertanto, ora che avete incontrato il medico capace, ossia il maestro, e l’elisir che sconfigge la morte, ovvero il Dharma, è il momento di applicare le quattro metafore mettendo in pratica gli insegnamenti per attraversare il sentiero che porta alla liberazione.

Il tesoro delle preziose qualità descrive quattro nozioni errate da evitare che sono l’esatto opposto delle quattro metafore che abbiamo citato in precedenza:

L’uomo superficiale e malvagio

Si avvicina al maestro come ad un cervo muschiato.

Dopo aver estratto dal suo cadavere il muschio,

il perfetto Dharma,

Ebbro di gioia, abbandona con un sogghigno il samaya.

Persone simili, comportandosi come dei cacciatori, immaginano che il loro maestro sia un cervo muschiato ed usano la pratica come una freccia o una trappola con cui abbatterlo per poi estrarne il muschio, ovvero il Dharma. Evitando di seguire gli insegnamenti ricevuti ed incapaci di provare gratitudine verso il maestro, costoro usano il Dharma per l’accumulo di azioni negative che li fanno sprofondare nei reami inferiori.

Le sei perfezioni trascendenti

Nel Tantra della totale comprensione delle istruzioni riguardanti le pratiche del Dharma, si afferma quanto segue:

Compiere eccellenti offerte, quali fiori e cuscini,

Predispone al meglio l’ambiente e disciplina il vostro comportamento.

Non danneggiate alcun essere vivente,

Abbiate una fede sincera per il vostro maestro,

Ascoltatene gli insegnamenti senza distrarvi

E interrogatelo con compostezza per dissipare i dubbi;

Queste sono le sei perfezioni trascendenti di un buon discepolo.

Chi riceve gli insegnamenti di un maestro dovrebbe praticare le sei perfezioni trascendenti come segue:

Si prepari il seggio per il maestro disponendovi dei cuscini. Si offri un mandala, dei fiori e altre offerte. Questa è la pratica della generosità.

Si mantenga pulito l’ambiente o la stanza dopo aver rimosso la polvere con acqua e ci si trattenga da ogni condotta irrispettosa. Questa è la pratica della disciplina.

Si eviti di danneggiare esseri viventi, anche il più piccolo insetto, e si sopporti il freddo, il caldo ed altre eventuali avversità. Questa è la pratica della pazienza.

Si accantoni ogni idea errata riguardante il maestro e le sue istruzioni ascoltandolo con gioia e fede sincera. Questa è la pratica della diligenza.

Si ascoltino le istruzioni del Lama senza distrarsi. Questa è la pratica della concentrazione.

Si pongano domande per dissipare ogni dubbio o esitazione. Questa è la pratica della saggezza.

Condotte differenti

Tutte le forme di comportamento irriguardoso sono da evitarsi. Il Vinaya afferma:

Non si insegni nulla a chi non ha alcun rispetto,

A chi si fascia la testa anche se è in buona salute,

A chi usa armi, bastoni e frivoli parasoli,

O la cui testa è orgogliosamente avvolta in un turbante.

I Jataka, dal canto loro, insegnano quanto segue:

Scegliete il posto più basso.

Coltivate un atteggiamento di assoluta disciplina.

I vostri occhi si colmino di gioia,

Bevete le parole come nettare

E siate del tutto concentrati.

Questo è il modo di ascoltare il maestro.

L’INSEGNAMENTO VERO E PROPRIO: SPIEGAZIONE SULLE DIFFICOLTÀ DI OTTENERE LIBERTÀ E VANTAGGI

Il principale argomento del capitolo è ordinato in quattro sezioni: riflessioni sulla natura della libertà di praticare il Dharma, riflessioni sui particolari vantaggi relativi alla pratica del Dharma, riflessioni sulle immagini che mostrano quanto sia difficile ottenere tali libertà e vantaggi e infine riflessioni sui paragoni numerici.

  1. Riflessioni sulla natura della libertà

In tale contesto, il termine “libertà” viene inteso come lo stato di chi, non essendo nato in una dimensione dell’esistenza o in un ciclo temporale in cui siano presenti gli otto presupposti che glie lo impedirebbero, hanno l’opportunità di praticare il Dharma. “Mancanza di libertà” suggerisce dunque la presenza dei seguenti otto presupposti:

Essere nato in una dimensione infernale o nel reame dei preta,

Come animale, un dio dalla vita inesausta o un selvaggio,

Essere nato con idee distorte o in un luogo privo di incarnazioni di Buddha

Oppure sordo o muto; questi sono le otto condizioni prive di libertà.

Rinascere in una dimensione infernale, continuamente tormentati da caldo o freddo intensi, è una condizione che non consente in alcun modo di praticare il Dharma.

I preta sono anch’essi impediti dal praticare il Dharma, a causa del fatto che essi soffrono di fame e sete inestinguibili.

L’ignoranza, la sottomissione all’uomo e l’essere vittime di continui attacchi da parte dei loro simili nega anche agli animali l’identica opportunità.

Le divinità, dal canto loro, trascorrono la loro lunghissima esistenza in uno stato privo di percezioni che non li stimola a praticare il Dharma.

Chi nasce poi in paesi marginali in cui la dottrina del Buddha è ignota, ugualmente non ha modo di praticare il Dharma.

Le false credenze di coloro che sono nati come tirthika (Sostenitori di idee errate.) o in ambienti pervasi da idee errate impediscono chi le professa di avvicinarsi al Dharma.

I nati in un kalpa oscuro non verranno mai a conoscenza dei Tre Gioielli e saranno incapaci di distinguere il bene dal male, perciò ovviamente non praticheranno mai il Dharma. (Un kalpa oscuro è un’era o ciclo temporale in cui il Dharma è dimenticato o estremamente corrotto.)

I muti o coloro che posseggono deficienze mentali congenite, infine, non possiedono le facoltà necessarie per comprendere e praticare il Dharma.

Gli abitanti dei tre reami inferiori soffrono, come risultato di azioni negative commesse in passato, il caldo, il freddo, la fame, la sete e altri tormenti inestinguibili. Essi perciò non hanno la possibilità di praticare il Dharma.

Il termine “barbari” indica coloro che vivono nei trentadue paesi marginali (non raggiunti dalla predicazione del Dharma), nonché tutti i popoli le cui credenze insegnano che un atto di fede possa implicare il danneggiare gli altri o che sia un bene uccidere. Codesti popoli, pur avendo forma umana, possiedono una mente che, priva del giusto orientamento, non è in grado di armonizzarsi col Dharma. Avendo ereditato dai progenitori costumi perniciosi quali il matrimonio con la propria madre, il loro stile di vita è del tutto in contrasto col Buddhismo, sicché tutto ciò che fanno è orientato al male ed anzi eccellono in tecniche dannose quali l’uccisione di insetti e la caccia ad animali selvaggi. (Fino a metà del XX secolo, la caccia era proibita in tutto il Tibet.) La pratica del Dharma per essi è del tutto impossibile; il che, dopo la morte, implica per tutti costoro la rinascita nei reami inferiori.

Gli dei dalla vita inesausta sono esseri che in una precedente esistenza hanno meditato in accordo con l’idea che la liberazione sia uno stato di sospensione di tutte le attività della mente. In conseguenza di ciò, essi, dopo la morte, si sono reincarnati in una dimensione che comporta l’assorbimento in tale stato per molti kalpa consecutivi. Una volta decaduto l’effetto delle loro azioni passate, le loro idee errate determineranno una rinascita nei reami inferiori. Anch’essi, perciò, non potranno praticare il Dharma.

Il termine “idee errate” include in genere le credenze eternaliste e nichiliste, che non fanno parte dell’insegnamento buddista ed anzi lo contraddicono del tutto. (Tradizionalmente, il Buddismo tibetano raggruppa le idee non Buddiste in tali categorie. L’eternalismo prevede l’esistenza di una realtà eterna e immutabile (considerata, a seconda dei casi, il sé eterno, l’essere supremo o la natura immutabile). Tale punto di vista è considerato errato, perché ripone la causa dei fenomeni in un ente esterno alla mente e all’esperienza. Il nichilismo (simile ad alcune concezioni estreme della scienza moderna) considera reale solo il mondo materiale che cade sotto i nostri sensi. Dal momento che esso è considerato frutto del caso, non avendo una causa, né un fine, tutti i fenomeni che lo compongono, compresa la vita umana, si dissolvono senza lasciare traccia. Cfr. C.N.Norbu, Il vaso prezioso, Shang Shung edizioni, 1999, pagg. 29-32.) Tali idee danneggiano la mente rendendo difficile l’aspirazione all’autentico Dharma, al punto da impedire, alla lunga, di praticarlo. Il Tibet, grazie alla venuta del secondo Buddha, Padmasambava di Oddiyana, che affidò questa terra alla protezione dei dodici Tenma, è stato risparmiato dall’eventuale penetrazione dei tirthika, che professano tali idee. Ad ogni modo, chiunque possieda idee simili a quelle dei tirthika in contrasto con gli insegnamenti del maestro, è privo dell’opportunità di praticare secondo l’autentico Dharma.

Il monaco Sunaksatra, pur avendo trascorso venticinque anni come attendente del Buddha, a causa delle sue visioni errate e della sua debole fede, rinacque come preta in un giardino fiorito.

Nascere in un kalpa oscuro vuol dire vivere in un’era in cui non è apparso alcun Buddha e in cui non si è mai sentito parlare dei Tre Gioielli. Non essendovi alcun Dharma, non vi è pertanto alcuna possibilità di praticarlo.

La mente di chi nasce sordo o muto non ha un funzionamento normale. L’ascolto degli insegnamenti, la loro interpretazione, la riflessione su di essi e la loro messa in pratica ne sono ostacolati. Il termine “sordo o muto” si riferisce perciò ad una disfunzione della parola che diviene patologica fino a compromettere le capacità di utilizzo e comprensione del linguaggio, rendendo impossibile l’assimilazione del Dharma. Tale categoria include anche coloro le cui disabilità mentali rendano inadatti a comprendere gli insegnamenti e, di conseguenza, a metterli in pratica.

  1. Riflessioni sugli specifici vantaggi del Dharma.

Questo paragrafo descrive i cinque vantaggi soggettivi e i cinque vantaggi legati alle circostanze.

I CINQUE VANTAGGI SOGGETTIVI

Nagarjuna ha elencato tali vantaggi come segue:

Nascere in una dimensione umana, in un luogo non periferico, con tutte le facoltà intatte,

Privo di conflitti con lo stile di vita e la fede nel Dharma.

Senza una rinascita in forma umana sarebbe impossibile persino il semplice incontro con il Dharma. Questo corpo umano dunque rappresenta il vantaggio del supporto.

Essere nato in un luogo periferico, lontano dalla manifestazione e dall’insegnamento del Dharma, non permette di instaurare alcuna relazione con quest’ultimo. Pertanto, il luogo in cui siete nati, centrale quanto alla manifestazione del Dharma, rappresenta il vantaggio del luogo.

Non possedere le facoltà intatte è un ostacolo alla pratica del Dharma. La vostra integrità fisica e mentale rappresenta dunque il vantaggio delle facoltà sensoriali.

Se avete uno stile di vita conflittuale potreste essere immersi in azioni negative in contrasto col Dharma. Il vostro desiderio di commettere azioni positive rappresenta dunque il vantaggio dell’intenzione.

Essere privi di fede negli insegnamenti del Buddha potrebbe lasciarvi senza alcun desiderio del Dharma. Se non avete tale ostacolo, possedete il vantaggio della fede.

Poiché tali vantaggi sono relativi alla personale predisposizione di ciascuno di noi, essi sono chiamati i cinque vantaggi soggettivi.

Prima edizione tibetana: Gangtok 1974. Prima edizione occidentale: The Words of My Perfect Teacher, San Francisco 1996. Traduzione di Cristoforo Andreoli, © 2006. Fonte che si ringrazia per la sua gentilezza www.realizzazione.it, http://www.realizzazione.it/perfettomaestro/IstruzioniOrali.pdf