Ven. Prof. Samdhong Rimpoche: Satyagraha

La benedizione con la Kata del Ven Samdhong Rimpoche

La benedizione con la Kata del Ven Samdhong Rimpoche

Con la Satya congiunta all’Ahimsha potrai avere il mondo ai tuoi piedi. Satyagraha ne è l’essenza, non è altro che l’ingresso della verità e della gentilezza in politica, ovvero nella vita nazionale. M. K. Gandhi 10 marzo1920

Il Tibet ha dato i natali a grandissime figure, non starò a citarle, altrimenti sarebbe troppo lungo. Nella notte del plenilunio del luglio ’96, raggiunto il monastero di Taboo per ricevere l’iniziazione del Kalachakra, incontrai quasi per caso il Ven. Samdhong Rimpochè nella semioscurità del quartier generale dell’organizzazione. E non si trattava di una casualità, ma di un preciso incontro carmico! Di questo ne fui convinto subito, quando mi fissò con i suoi occhi penetranti e profondi, comunicandomi con il suo sorriso benevolo verso qualsiasi essere senziente, un profondo senso di pace e di caldo benvenuto. Sentivo di aver trovato il Maestro della Saggezza, e questa certezza non poteva non darmi una profonda sensazione di pienezza e di gioia. Non sapevo chi fosse, ma sapevo d’aver incontrato un grande maestro, dalla conoscenza vasta come l’oceano, in grado di alleviare la miseria delle sofferenze umane. Egli mi affidò alle gentilezze del Ven. Kabgyur Rimpochè che ospitò tutto il gruppo nella sede della sua Karuna Foundation (andate a leggevi il resoconto di quel meraviglioso pellegrinaggio a pagina 2 del n. 6 nov-dic 1996 di Avventure nel Mondo, nell’articolo “Per i 1.000 anni del monastero di Taboo”).

Quella notte non dormii, preso com’ero dalla doppia emozione di aver raggiunto da un lato il luogo dove l’indomani Sua Santità il Dalai Lama avrebbe conferito la grande iniziazione e, dall’altro, un grande Lama che di colpo lasciava un impronta di altissima spiritualità nella mia vita. L’indomani mi verrà infatti confermata l’eccezionalità del mio incontro notturno: Samdhong-la, come amo affettuosamente chiamarlo, non solo è il Presidente del Parlamento Tibetano in esilio, non solo è il Rettore del grande INSTITUTE FOR HIGHER TIBETAN STUDIES DI SARNATH (Varanasi), ma è anche un grande Maestro Reincarnato, un Lama dalla grandissima compassione che, per tutte queste qualità è tenuto in altissima considerazione dal Dalai Lama.

Ora mi trovo a Dharamsala, la capitale del Tibet in esilio, qui ci sono gli uffici centrali amministrativi del Governo del Dalai Lama, e c’è ovviamente anche la sede del Parlamento tibetano. Mi informo se è presente il Presidente. Mi riceve, gentilissimo il suo segretario che mi comunica che attualmente Rimpochè è impegnatissimo a presiedere una seduta del parlamento. Gli scrivo di mio pugno un messaggio che, su mia preghiera, si fa premura di recapitare immediatamente. La risposta non si fa attendere: si ricorda benissimo di me e mi riceverà con tutto il gruppo al termine dei lavori della giornata! E’ una giornata bizzarra di primavera, il vento soffia impetuoso dalla catena dell’Himalaya trascinando nuvole cotonose che promettono copiose nevicate. Il sole già scalda, siamo ormai prossimi all’equinozio, ma il vento a turbini solleva grandi quantità di polvere e abbassa notevolmente la temperatura. Attraversiamo quasi in punta di piedi e con grande emozione il vasto atrio salone che immette nell’ufficio del Presidente. Egli è seduto, si alza per porgere la mano ad ognuno di noi: è dolce e attento allo stesso tempo. E’ lui a farci le domande, vuole sapere i motivi della nostra visita alla “Piccola Lhasa”(così i tibetani in esilio chiamano Dharamsala) e cosa desideriamo da lui. Mentre parla, Samdhong Losang Tenzin Rimpoche mi appare tanto concentrato da sembrare in meditazione!

Luciano Villa: Mi parli delle suo Paese, come ne vive la situazione attuale?

Samdhong Rimpochè: A partire dall’invasione violenta ed opprimente del Tibet da parte del regime cinese, questi hanno governato e continuato a farlo in modo immorale tale da contravvenire sia al diritto internazionale sia alle aspirazioni del popolo tibetano. Se siamo convinti che il mantenimento dell’identità del popolo tibetano con la promozione della sua peculiare scienza e delle sue tradizioni culturali, sia utile per i popoli della terra, ugualmente, se concordiamo con l’importanza di tutelare le tradizioni sociali che promuovono il comportamento morale e corretto, allora non avremo nessuna possibilità di poter ignorare la necessità di rendere la libertà al Tibet.

Promuovere la verità attraverso la non violenza come pratica spirituale per ripristinare la libertà del Tibet

Il Paese delle Nevi ha perso la propria libertà per le manchevolezze del suo popolo, ed è solo per questo motivo che la Cina ha potuto protrarre sino ad ora l’occupazione del Tibet. Perciò, è solo tramite l’azione del suo popolo che il Tibet potrà riacquistare la libertà. Non dovremmo certo aspettarci che ci sia restituita la libertà grazie all’aiuto d’altri o per la concomitanza di circostanze favorevoli, peraltro desiderabili. Il Tetto del Mondo si trova in una situazione certamente grave che richiede soluzioni urgenti. A differenza d’altri paesi, non possiamo aspettare per molti anni il successo della nostra lotta per la libertà. Sotto l’impareggiabile guida di Sua Santità il Dalai Lama, il popolo tibetano ed il governo tibetano in esilio hanno intrapreso innumerevoli azioni, da cui è scaturita una grande solidarietà internazionale.

Pertanto ritengo un argomento d’importanza cruciale il dare il più presto possibile avvio ad un movimento di liberazione pacifica del Tibet. E lo dobbiamo fare stando tutti uniti, senza perderci in inutili discussioni. Questo che le espongo ora è un programma conciso per un movimento ispirato alla non violenza, il Satyagraha, secondo il mio semplice punto di vista senza voler costringere nessuno ad aderirvi, nemmeno con ragionamenti logici.

Luciano Villa: potrebbe spiegarmi in cosa consiste il Satyagraha?

Samdhong Rimpochè: Il significato di Satyagraha è abbastanza semplice. Esso deriva appunto dall’insieme delle due parole: SATYA e AGRAHA. Satya significa in sanscrito “la verità” e – agraha – vuol dire “insistere”, perciò l’insieme delle due equivale a “insistere nella verità” o “perseguire” la verità” o “ribadire la verità”.

Personalmente preferisco il termine “insistere”, per significare che dobbiamo insistere per raggiungere la verità, non ci può essere compromesso alcuno, “insistere” vuol dire chiedere a chiunque di seguire questo cammino; insistere presso qualsiasi persona, ente, organizzazione o paese di prodigarsi per ristabilire la verità. Ma significa anche chiedersi sul modo migliore d’insistere verso la verità.

conoscere e rifiutare la violenza in ogni suo aspetto

E il modo migliore è quello di conoscere e rifiutare la violenza in ogni suo aspetto. Se indulgerete nella violenza non sarete in grado di perseguire il cammino della verità. Perciò, la lotta non violenta e l’insistere verso la verità sono praticamente dei sinonimi. Occorre perciò maturare una forte convinzione di volere raggiungere la verità, di affidarsi ad essa ed ai suoi valori attraverso la non violenza. Ma quest’ultima non significa l’accettazione delle risposte della violenza,e, allo stesso tempo la vera non violenza significa il rifiuto della violenza e di qualsiasi ingiustizia, ovvero la disapprovazione di ogni forma di ingiustizia. Credo di aver spiegato, almeno sinteticamente il significato basilare di Satyagraha.

In ogni grande causa non è il numero dei combattenti che conta, ma sono le qualità di cui sono fatti che costituiscono i fattori decisivi. I più grandi personaggi della terra sono sempre stati soli. M. K. Gandhi 10 marzo1929

Luciano Villa: Come ritiene che questi presupposti teorici possano trovare una forma organizzata, in modo di trasformarsi in azioni concrete?

Samdhong Rimpochè: Preferisco soprattutto delle forme individuali di Satyagraha, perché ogni forma organizzata comporta una serie di mancanze e di difetti in ogni caso, di difficoltà. Costruire e far funzionare qualsiasi organizzazione è molto difficile. Gandhi asserì che il modo di funzionamento dell’organizzazione è un test, una prova seria, della efficacia dell’azione non violenta. Se si riuscirà a praticare la non violenza, ciò sarà positivo. Qualsiasi forma di organizzativa comporta delle costrizioni, una qualche forma di constrittività o contrasto, o, perlomeno, una qualsiasi forma di contraddizione. Ma, ovviamente non possiamo non costruire un’organizzazione, che comunque rappresenta un peccato necessario. Dobbiamo favorire l’attuazione dei principi etici del Satyagraha. Siamo costretti ad avere un’organizzazione per trasformare in azione i precetti filosofici. Sto tentando di costruire sì un’organizzazione, ma ad un livello minimo di forze, che concretizzi degli obiettivi, identificando le azioni necessarie per raggiungerli. In ogni caso, gli aspetti organizzativi non dovranno prendere il sopravvento su quelli di fondo, teorici.

Ma la responsabilità maggiore l’hanno i tibetani stessi

Ho potuto constatare che qualsiasi tibetano è responsabile della situazione in cui versa il suo Paese. Non possiamo criticare o condannare l’intera classe dirigente cinese, essa non è tutta composta da persone malvagie e che abbiano agito sempre negativamente.

Ma la responsabilità maggiore l’hanno i tibetani stessi. In un senso più ampio, il popolo tibetano si era dedicato ad affari mondani, ad uno stretto sviluppo materiale.

Insomma noi siamo responsabili, dobbiamo ritenerci responsabili della sofferenza del Tibet e per la perdita della nostra libertà, per le immani distruzioni subite: sia fisiche, con l’annientamento di migliaia di monasteri, ma, ancor più, della cultura. Ogni tibetano è responsabile di ciò. E dobbiamo pagare il fio di questa grave responsabilità, dobbiamo scontare le pene e soffrire, col semplice scopo di purificare l’individualismo attraverso la volontà di insistere, nella verità, accettando la sofferenza, al punto tale da poter osservare il cambiamento nel modo di pensare nei sentimenti, nel cuore e in ultima analisi nel comportamento dei governanti cinesi. Tutto ciò ci porterà a raggiungere dei positivi cambiamenti in Tibet.

Usare la non violenza per combattere le ingiustizie a livello globale

Luciano Villa: In che modo crede che si debba realizzare questa purificazione?

Samdhong Rimpoche: Ci sono molti modi, non uno solo. Certamente le pratiche spirituali ne costituirebbero la base, senz’altro uno dei metodi basilari, unito al fatto di perseverare nel rendersi conto della sofferenza, il che consiste nell’operare costantemente in modo costruttivo e nel continuare la lotta non violenta. Sono queste, solo alcune delle componenti della strada della purificazione.

Luciano Villa: In che modo intende realizzare l’attività di opposizione? Ricorda i morti tibetani a Delhi per lo sciopero della fame? E’ corretto quel metodo?

Samdhong Rimpochè: Si, penso che rappresenti un modo corretto di opposizione.

Luciano Villa: In che modo crede che si debba far lievitare questa consapevolezza tra i tibetani e non solo, anche a livello mondiale, perché non pensa che quello della consapevolezza sia un problema universale?

Samdhong Rimpochè: Sì, il metodo corretto è quello dell’utilizzo del Satyagraha o della non violenza per combattere le ingiustizie a livello globale

.Luciano Villa: Non è forse un metodo applicabile in ogni punto della terra?

Samdhong Rimpochè: Si, convengo, va bene ovunque, è universale.

Luciano Villa: Come dovrebbe essere il comportamento corretto dei tibetani in patria?.

Samdhong Rimpochè: Sono del parere che molti tibetani qualificati per il Satyagraha possono ritornare ed iniziare il Satuagraha nel Tibet stesso, perché dall’esterno è molto difficile render efficace ogni opposizione. Essi dovrebbero tornare nel Paese, vivere da Tibetani fra i tibetani, soffrire con loro, dire apertamente ai cinesi che il loro comportamento è scorretto: questo è l’unico modo per contrastarli, per opporsi a loro.

Luciano Villa: Cosa intende dire quando afferma che i tibetani sono responsabili per le distruzioni subite dal loro paese?

Samdhong Rimpoche: Lei può capire in generale i rapporti tra il Karma e i suoi effetti. Il Tibet fu una terra dedicata alla pace, ed in particolare i suoi abitanti aborrivano la violenza e amava la spiritualità. Questo è il patrimonio culturale che abbiamo ereditato. Nel lontano passato il popolo Tibetano era dedito a praticare i valori della pace, della fratellanza e dello sviluppo spirituale, trascurando ovviamente gli affari mondani e lo sviluppo materiale. In altre parole il Tibet era indirizzato ad essere di riferimento spirituale per l’intera umanità o per l’intero genere umano. Ma il popolo tibetano, durante gli ultimi 150 anni, diventò più materialista, più violento, egoista, più ingiusto e molti rinunciarono a vivere una vita spirituale, fatta o basata su valori religiosi. La qualità della vita stessa dei tibetani andò deteriorandosi. A partire da quel periodo, la nazione andò indebolendosi sempre più, fu minata l’integrità della nazione stessa, perciò la Cina poté invadere ed occupare il Tibet. Se i tibetani (il popolo tibetano) fosse rimasto integro nei suoi valori spirituali, anzi li avesse sempre più coltivati, fosse rimasto non violento, e unito, la Cina non avrebbe potuto né invadere né occupare il Tibet. Così, in tal modo, furono i tibetani stessi che offrirono ai cinesi la possibilità di invadere e di occupare il loro Paese. E, all’inizio dell’invasione cinese, una vasta parte dei tibetani li accettò e cooperò con loro. Ebbero il demerito di non denunciare le ingiustizie cinesi, perché? Per paura o per convenienza, per mantenere le ricchezze che possedevano o le loro posizioni sociali, o per paura di doverne soffrirne la loro privazione, diventarono, cioè, dei collaborazionisti. Tutto ciò li ha resi corresponsabili con quello che è accaduto.

Per non diventerne complici

Luciano Villa: La situazione in Tibet è considerata molto grave. A che punto è la consapevolezza dei tibetani della situazione in cui versano e delle possibilità di reagire? Conoscono il movimento Satyagraha? Ci sono tibetani in Tibet che aderiscono al Satyagraha?

Samdhong Rimpochè: Non sono molti, ma ce ne sono. E penso che aumenteranno.

Luciano Villa: Quale potrà essere la reazione dei cinesi a delle dimostrazioni di Satyagraha?

Samdhong Rimpochè: – La reazione dei cinesi potrà essere molto brutale, molto forte. Essi sono del parere che qualsiasi forma d’opposizione, anche la più blanda e pacifica, vada stroncata sul nascere e, particolarmente, va sottolineato com’essi abbiano adottato la cosiddetta politica “picchia duro e rieduca”. In base a queste due linee politiche essi reagiranno molto forte. Ma, nonostante la loro forte reazione, dobbiamo esprimere la nostra disapprovazione. Altrimenti diventeremmo oggettivamente complici, accettando di subire certe ingiustizie.

Luciano Villa: Cosa ne pensa dell’atteggiamento dei tibetani in India e all’estero?

Samdhong Rimpochè – I tibetani all’estero, o preferirei dire, nel mondo, non si comportano al meglio di quanto dovrebbero o sarebbe nelle loro capacità. Particolarmente da parte di coloro che hanno raggiunto delle ragguardevoli ricchezze, essi praticano uno stile di vita troppo materialistico. Essi hanno dimenticato di sostenere la causa tibetana, non si comportano coerentemente in questo, né sono seri. Pensano che è sufficiente contribuire con delle risorse finanziarie per la comunità tibetana in esilio, di partecipare alle dimostrazioni del 10 marzo, l’anniversario della rivolta di Lhasa nel 1959.

il praticante del Satyagraha deve sviluppare la compassione e la tolleranza

Eccetto ciò, essi non sono molto seri nel sostenere la questione tibetana. Ma c’è tuttavia un elevato numero di persone che dimostrano molta serietà nella causa tibetana e che si rendono conto dell’urgenza della gravità della causa stessa. A tuttora vi sono delle speranze, e penso che, se gli avvenimenti progrediranno, molte persone si uniranno a noi nel movimento del Satyagraha e molte persone si adopereranno per questo nobile scopo. Sono inoltre abbastanza ottimista per i tibetani in esilio.

Luciano Villa: Qual è la meditazione che suggerisce ai praticanti del Satyagraha?

Samdhong Rimpoche: Fondamentalmente, per praticare il Satyagraha si richiede lo sviluppo di una grande consapevolezza, così come di una profonda compassione e di propensione al senso del perdono, nonché alla tolleranza. Questi sono i requisiti di base per l’aderente al movimento del Satyagraha. Quindi tutto dipende dall’individuo, dalle sue capacità e, ancor più, dalla sua forza di volontà. Dipende se ha una consuetudine con la meditazione e se prosegue stabilmente con questa pratica. In ogni caso l’aderente al Satyagraha dovrà sviluppare la compassione, la tolleranza, e così via. Dovrà addestrare la mente a rimanere calma verso le aggressività e a reagire in modo non violento alle ingiustizie. A tutto ciò che non è basato sulla verità, che è falso, violento, dobbiamo opporci.

IL SACRIFICIO VOLONTARIO D’UN INNOCENTE È MILIONI DI VOLTE PIÙ EFFICACE DELLA MORTE DI MILIONI DI PERSONE CHE PERISCONO NELL’ATTO DI UCCIDERNE ALTRE. Il sacrificio volontario d’un innocente è il modo più formidabile per colpire la tirannia che non sia mai stato concepito da un essere divino o umano. Satyagraha rappresenta la gentilezza, non ferisce nessuno. Non può essere il risultato d’un atteggiamento rabbioso o malevolo. Praticando la Satyagraha non si dovrà mai esser impazienti, spavaldi o si dovrà alzare la voce. E’ esattamente l’opposto d’un colpo di testa, non sarà mai un atteggiamento impulsivo. Satyagraha è stata concepita come una totale alternativa alla violenza. M. K. Gandhi 15 aprile 1933.

A cura del Dott. Luciano Villa

Samdhong Rinpoche: cenni biografici

Il Venerabile Prof. Samdhong Lobsang Tenzin, il 5° Samdhong Rinpoche, è nato il 5 Novembre 1939 a Jol, nel Tibet orientale. All’età di 5 anni fu riconosciuto come reincarnazione del 4° Samdhong Rinpoche, e insediato a capo del monastero di Gaden Dechenling a Jol.

A sette anni prese i voti di “Getsul” dal Khenchen Dorjichang Kyabje Sangbhum Rimpoche. Ha ricevuto i suoi insegnamenti di base dallo studioso Ngawang Jinpa all’età di nove anni. Ha cominciato il proprio tirocinio religioso presso il monastero di Drepung, a Lhasa, e ha completato i suoi studi (Uma Nyinpa) sulla dottrina della scuola buddista Madhyamika all’età di 12 anni.

A causa dell’invasione cinese del Tibet, il prof. Samdhong Rinpoche lasciò il Paese delle Nevi nel lontano 1959, aveva 20 anni e insieme al Dalai Lama e alcune migliaia di tibetani esiliati andò a rifugiarsi a Dharamsala, al nord dell’India, dove l’allora Presidente indiano Nehru assicurò loro l’asilo politico. Il 65-enne monaco buddista, con un doppio dottorato è uno dei più’ grandi esperti mondiali della filosofia buddista, nel 1960 ha cominciato la sua attività nella comunità tibetana in esilio, come insegnante ai monaci dei monasteri di Sera, diventando autorevole membro dellAssemblea dei Deputati del Popolo Tibetano (ATPD), di cui è stato poi eletto presidente all’unanimità.

Dal 1996 al 2001 è stato eletto membro del parlamento in esilio per la provincia del Kham e poi Presidente del parlamento stesso.

Nell’Agosto del 2001 viene eletto, con l’84% dei voti validi, Presidente del Consiglio (Kalon Tripa). – …

N.B.

“Il “Kashag” (Consiglio) rappresenta il vertice esecutivo dell’ amministrazione tibetana in esilio (CTA). Il Kashag prende tutte le decisioni politiche insieme al Dalai Lama su ogni problema che riguardi la comunità dei rifugiati tibetani e si assume la responsabilità principale nell’opera di sostegno alla causa tibetana.

Il “Kalon Tripa” (Presidente del Kashag) è eletto dal popolo tibetano in esilio e nomina a sua volta i suoi sette colleghi di gabinetto. Nel caso di dimissioni o inabilità a ricoprire l’incarico il popolo tibetano è chiamato ad eleggere un nuovo Kalon Tripa. I membri del Kashag hanno eguali poteri e responsabilità. Una delle responsabilità principali è quella di diffondere e sostenere il movimento per la libertà del Tibet.”

Intervista in occasione della visita a Spalato

06/11/200 4http://coranet.radicalparty.org/pressreview/print_right.php?func=detail&par=11255

Che cosa significa in pratica essere Presidente di un Governo in esilio? Come prendete le decisioni di stato?

Noi non abbiamo uno stato da governare, perciò il nostro lavoro e molto facile.

Come prendete i contatti con i governi di altri paesi?

In diversi modi. La maggior parte dei governi del mondo non ci riconoscono come un governo in esilio, ma ci riconoscono in quanto organizzazione e quindi non ci incontrano a livello ufficiale di stato, bensì “off the record”. Il modo e il livello degli incontri e’ diverso da paese a paese.

Come giudicate un tale comportamento della comunità internazionale che per paura della Cina si rifiuta di riconoscere ufficialmente il vostro Governo?

La comunità internazionale non sta’ né dalla parte del Tibet né della Cina ma viene guidata dai soldi. Avrei una stima per la comunità internazionale se essa avesse un rapporto di amicizia verso il popolo cinese, ma loro vogliono soltanto sfruttare il mercato cinese, non tenendo conto del benessere dei cinesi.

Lei ritiene che la democratizzazione interna della Cina accelererebbe la soluzione della “causa tibetana”?

Noi forse potremmo anche aiutare la democratizzazione della Cina, ma nel mondo esiste una forte opposizione all’idea che la Cina diventasse un paese democratico. Qui penso innanzittutto alle multinazionali occidentali che non vogliono che la Cina diventasse democratica. Per loro ciò non conviene perché in qusto modo possono meglio sfruttare il mercato cinese. In Cina non esiste uno stato di diritto, non c’é liberta’ dei media, tutti possono sfruttare la mano d’opera cinese: non si finisce in tribunale. Gli operai sono pagati pochissimo e non hanno il diritto allo sciopero, lavorano sette giorni alla settimana per otto ore e anche il lavoro dei bambini viene sfruttato in massa. Se la Cina diventasse uno stato di diritto e democratico, questo non sarebbe stato più possibile e per questo la democratizzazione della Cina non conviene al capitale occidentale. Però, uno stato del genere non può durare per sempre ed è questione di tempo quando una tale democratizzazione averrà.

L’obbiettivo finale del vostro Governo è la piena indipendenza del Tibet oppure sareste contenti anche con un certo livello di autonomia politica?

Dal 1979, quindi negli ultimi 25 anni, noi chiediamo l’autonomia che ci fosse garantita nel quadro della Costituzione cinese, simile a quella del Hong Kong o Maccao. Chiediamo di avere una legge autonoma nell’ambito della Costituzione cinese e un sistema democratico autonomo. In tal caso, noi potremmo accettare che alcune ingerenze appartenessero alle autorita’ di Pechino.

In questo caso Lei personalmente tornerebbe in Tibet a prendere il potere?

Non è questione del mio ritorno, nemmeno di quello del Dalai Lama: in effetti sono questioni che non hanno rilevanza. Il vero problema è il futuro e il destino di sei milioni di tibatani che oggi vivono in Tibet secondo le regole cinesi. Sono loro che devono essere liberati e se ciò avverà, forse tornerò ma forse anche no. Noi siamo un popolo piccolo: in Tibet siamo sei milioni e fuori Tibet ancora 135 mila, quindi la maggioranza del nostro popolo non è libera.

Il nostro Buda non è Dio.

Qual’è il suo rapporto con il Dalai Lama? Da quando vi conoscete? Come avete diviso i compiti di stato?

Ho conosciuto Sua Santità quando avevo 13 anni e lui 17, allora entrambi vivevamo ancora in Tibet. Oggi io ho 65 anni, quindi ci conosciamo abbastanza a lungo. Abbiamo un documento in cui abbiamo designato i nostri compiti: siccome siamo in esilio, questo documento non lo chiamiamo Constituzione bensì Carta. Abbiamo tre livelli di potere: l’esecutivo, legislativo e giudiziario, indipendenti uno dall’altro e il Dalai Lama e’ a capo dell’esecutivo.

Il Dalai Lama è quindi il capo spirituale e laico?

In quanto capo spirituale, Sua Santità è il sommo leader. Mentre quando si tratta di questioni politiche e civili, consulta il governo che da noi viene chiamato Gabinetto. Io sono a capo di queto gabinetto e il Dalai Lama in tutte le decisioni politiche ci chiede parere. Presa una decisione, noi l’attuiamo a nome del Dalai Lama, simile al sistema britannico, dove tutte le decisioni vengono prese a nome di Sua Maestà, ma vengono approvate dal governo. Il mio governo approva decisioni secondo tre principi: verità, nonviolenza e democrazia autentica. Questi tre principi rappresentano la base di tutto il nostro lavoro e mai, ad esempio, approveremo una decisione che comporterebbe la violenza, anche se fosse necessaria.

Quanto viene influenzato Il suo insegnamento sulla nonviolenza dall’insegnamento del leader indiano Mahatma Gandhi?

Mi sento molto vicino al suo insegnametno e cerco di praticarlo il massimo possibile. Ha avuto una importanza molto significativa nella mia vita, come anche di quella di tutti i tibetani, e vi è una sola ragione. Il buddismo ci insegna di vivere senza violenza, ma non ci insegna come realizzarlo nel mondo in cui viviamo e al livello di politica intergovernativa. Perché uno stato è difficile condurlo senza alcuna violenza. Una nonviolenza assoluta è possibile solo praticando la spiritualità, ma non nella vita mondana, ovvero nel governare lo stato: se non altro, avete bisgono di un esercito. Gandhi fu il primo a dimostrare come l’insegnamento sulla violenza fosse praticabile nel guidare lo stato e come un movimento per la liberazione nazionale possa essere condotto senza la violenza.

Lei nello stesso tempo è uomo di stato e sacerdote buddista. Ritiene che la religione e lo stato devono e possono essere istituzionalmente collegati? Quindi, se nel futuro il Tibet sarà uno stato teocratico o democratico?

Innanzitutto, io non sono un sacerdote di alto grado, bensì un monaco buddista. Le condizioni del nostro esilio sono tali che noi allo stesso tempo dobbiamo lottare su entrambi livelli: laico-politico e spirituale-religioso. Le idee secolari e teocratiche, come vengono percepite da voi occidentali, non sono praticabili nella nostra società. Innanzitutto, il Tibet non è mai stato stato teocratico perché sin dall’inizio la maggioranza della popolazione era buddista e i buddisti sono atei.

Vuole dire che alcuni buddisti possono essere anche atei?

No, tutti i buddisti sono atei! Noi siamo atei perché non crediamo in Dio che sarebbe distaccato dal mondo; il nostro Buddha non è Dio nel senso occidentale ma uno stato di illuminazione che desideriamo. Ognuno può raggiungere Buddha! Per questo in Tibet non è così forte l’influsso della religione istituzionalizzata, soprattutto da quando il Dalai Lama nel 1991 ha chiesto che il Tibet diventasse uno stato secolare, ovvero uno stato laico, come le democrazie occidentali. E’ vero che una tale idea non siamo ancora riusciti a realizzarla perché in Parlamento abbiamo perso per quattro voti.

Il Parlamento ha votato contro un potere più ampio?

Si. La maggioranza del Parlamento voleva che il Parlamento rappresentasse sia i valori laici che quelli religiosi. Il nostro popolo ha ancora difficoltà di accettare il fatto che il sacerdote non sia anche il loro rappresentante laico. Personalmente, penso che anche questo sia una questione di tempo perché noi continuiamo a istruire la nostra gente ed educarla sui valori e i pregi della secolarizzazione.

La vicinanza con il cristianesimo

In Europa c’era un forte dibattito se nel testo della Costituzione europea dovrebbero essere menzionate le basi cristiane dell’Europa. Anche se una tale richiesta veniva dal Papa, questa frase alla fine è stata tolta con la spiegazione che ciò rappresenterebbe una offesa per la popolazione non cristiana dell’Europa. Lei cosa ne pensa?

La mia opinione in questo caso è moto chiara: se si vuole creare uno stato laico, allora nessuna religione deve cercare il suo posto nella costituzione.

Qual’è il suo rapporto con il cristianesimo? Soprattutto qual’è il suo rapporto con i cattolici in India?

Negli anni 70 dello secolo scorso, ho vissuto per otto giorni con un monaco benedettino in India, il che mi ha regalato una esperienza spierituale molto profonda: da allora mi sento vicino ai cristiani e alla spiritualità cristiana. Se parliamo del mio rapporto con i cattolici indiani, devo fare un passo indietro negli anni 60 dello secolo scorso quando padre Martin Thomas arrivò in India dall’America, un sacerdote cattolico che iniziò in India un dialogo interreligioso. Incontrò il Dalai Lama varie volte il quale mi raccontò dopo quanto questo sacerdote riuscì ad avvicinarlo al cristianesimo. Sia Sua Santità che io siamo stati attratti dal cristianesimo per il fatto che i sacerdoti cristiani operano come servizio sociale, da ricordare solo Madre Teresa. E’ un’idea che ci spira nel nostro lavoro, sicché dopo la morte di padre Martin Thomas in qualche modo ho continuato il suo impegno nell’organizzare un dialogo interreligioso.

Il cristianesimo dice che Dio donò la vita all’uomo e che è Dio quello che decide sulla vita dell’uomo. Dall’altra parte, il buddismo afferma che l’uomo è cratore non solo della sua vita attuale ma anche di tutte le future reincarnazioni. Come è possibile che due idee esistenzialmente così opposte possono collegarsi?

Queste idee non devono essere collegate. Voi avete il pieno diritto di credere in quello che credono i cristiani mentre io ho il pieno diritto di credere in quello che credono i buddisti. Comunque, siamo entrambi esseri umani e dobbiamo vivere in armonia, aiutarci a vicenda e cercare di aiutare i nostri fratelli. Le differenze del nostro credere non dovrebbero dividere gli uomini. Non so se il buddismo ha ragione come non so neanche se ha ragione il cristianesimo: come esseri umani siamo troppo limitati per saperlo. Lei è diventato cristiano forse per caso. Io non ho scelto il buddismo con il mio inteletto e nemmeno con sforzi intelettuali, ma sono semplicemente nato in una famiglia buddista il che è stato decisivo. Forse la sua fede è più vera della mia, ma chi lo può dire? Nessuno lo sa. Non possiamo, non dobbiamo riconciliare diverse religioni con la forza. Basta organizzare una convivenza di qualità, non influenzandoci con violenza. Ci sono molte cose in comune: amore, compassione, perdono, tolleranza, prontezza di aiutare il prossimo… Nel buddismo come nel cristianesimo esiste l’idea della salvezza, solo che essa nel cristianesimo viene realizzata come vita eterna in paradiso, mentre nel buddismo in quanto il rinunciamento consapevole alla vita, ovvero una rottura consapevole della catena della nascita continua.

Ammette che alla mente razionale occidentale questa idea buddista è assai lontana, forse anche un po’ spaventosa?

Posso ammetterlo ma penso non si tratti di razionalismo bensì di psicologia. Un mio vecchio amico, un alto sacerdote buddista, recentemente si è convertito al cristianesimo e mi ha chiesto cosa ne penso. Gli ho risposto che è la sua scelta e che non ho nessun commento o rimprovero. Allora mi ha chiesto: “Lo sai perché ho scelto il cristianesimo?” Gli ho risposto di no e lui mi ha spiegato: “Il buddismo ci chiede di assumerci la responsabilità per tutto ciò che facciamo, e io non ce la faccio, è troppo difficile. Per questo oggi credo in Dio, credo in Cristo perché adesso è Lui il responsabile della mia vita!”

Vivo di giorno in giorno

Nel mondo occidentale la felicità viene definita come il realizzarsi di un desiderio, mentre per il budismo il sommo obbiettivo significa rinunciare a tutti i desideri. Che cos’è allora per il buddismo la felicità umana?

La felicità è una cosa molto momentanea, a volte molto vicina all’infelicità. La felicità non è eterna, è molto instabile ed è condannata al fallimento. E tutto ciò che non è eterno, non ha essenza e nemmeno il vero valore o significato. 30 anni fa ero giovane e di buona salute, ma le cose sono cambiate rapidamente: adesso sono vecchio e non di buona salute. Un giorno morirò anche! Quindi, una storia molto incerta. Il desiderio, la nostalgia e la voglia umana sono la sua disgrazia perché mai puoi avere tutto e sarai sempre infelice per qualche motivo. Rinunciando al desiderio tutto diventa realizzato.

Come combattere i propri desideri, per esempio quello di vedere ancora una volta, prima di morire, il Tibet?

Personalmente, non ho questo desiderio. Se le condizioni lo permetteranno e se mi chiameranno dal Tibet di venire, io verrò. Ma ciò per me non ha una importanza personale.

Lei è ottimista o pessimista?

Né l’uno né l’altro. Vivo di giorno in giorno.