Padmasambhava: Consapevolezza Rigpa

Padmasambhava

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Padmasambhava: Consapevolezza Rigpa

di Giuseppe Baroetto

Omaggio alla divinità dai tre corpi, consapevolezza che risplende di luce propria.

Dal “profondo insegnamento sulla liberazione naturale tramite la contemplazione delle divinità pacifiche e irate”:

L’INTRODUZIONE ALLA CONSAPEVOLEZZA

La liberazione naturale tramite la nuda visione.

Si contempli bene la consapevolezza di sé, così come viene indicata in questo insegnamento. O figli fortunati! Samaya. Sigillato, sigillato, sigillato.

Oh! l’unica coscienza, presente sia nella trasmigrazione che nella liberazione, è proprio sé stessi sin dal principio, tuttavia non la si riconosce; la sua chiara consapevolezza è incessante, tuttavia non la si incontra; essa appare ovunque liberamente, tuttavia non la si identifica.

Affinché si possa riconoscere la propria vera natura, negli innumerevoli insegnamenti dei vittoriosi dei tre tempi – come le 84.000 porte della dottrina – non c’è nulla che vada oltre questa comprensione.

Sebbene le sacre scritture siano infinite come l’estensione del cielo, in definitiva il loro senso è l’indicazione della consapevolezza, esprimibile in tre parole. L’introduzione diretta all’intento dei vittoriosi è proprio questo insegnamento esposto senza segreti.

O figli fortunati, ascoltatemi!

Ben nota è la parola “coscienza”, ma quante concezioni limitate sono nate dal misconoscimento, dalla conoscenza errata o parziale e dall’incomprensione del suo significato reale.

L’individuo ordinario che non comprende da sé stesso la propria vera natura vaga tra i sei esseri dei tre mondi sperimentando la sofferenza: questo è il difetto del misconoscimento della propria coscienza così com’è in sé stessa.

Coloro che seguono dottrine estreme hanno una conoscenza errata, giacché cadono nei limiti della permanenza o della cessazione.

La conoscenza degli uditori e dei vittoriosi spontanei è soltanto parziale. Essi affermano di intendere l’assenza di ego, ma la loro comprensione non è perfetta; infatti non contemplano la chiara luce, giacché sono condizionati dalle loro posizioni filosofiche e dai loro testi autorevoli: gli uditori e i vittoriosi spontanei sono ostacolati dall’attaccamento all’oggetto e al soggetto.

I seguaci della “via di mezzo” sono ostacolati dall’attaccamento alla loro concezione delle due verità.

I seguaci [dei tantra] dell’azione rituale, [duplici] e dell’unione sono ostacolati dall’attaccamento alla loro concezione delle fasi del culto.

I seguaci [dei tantra] della grande unione e dell’unione susseguente sono ostacolati dall’attaccamento alla loro concezione della sorgente e della consapevolezza Essi deviano perché dividono in due ciò che è privo di dualità; non attingendo l’unità in cui non c’è dualità, essi non conseguono l’illuminazione.

Nella coscienza di tutti [gli esseri] non c’è separazione fra trasmigrazione e liberazione, così a causa di questi veicoli che comportano il rinunciare e l’accettare, il rifiutare e l’acquisire, [gli esseri] continuano a vagare nella trasmigrazione.

I tre corpi [dei Buddha] sono presenti per natura, senza sforzo alcuno, nella consapevolezza di sé, nondimeno gli stupidi, che allontanandosi da questa [verità] calcolano [il numero dei] livelli e delle vie, la corrompono.

Lo stato di coscienza dei Buddha è al di là della mente, nondimeno [la gente] si inganna perché pratica la recita [di mantra] e medita su determinate immagini.

Perciò occorre lasciare tutto, rimanendo liberi da qualsiasi azione condizionata: grazie a questo insegnamento sulla liberazione naturale tramite la nuda visione della consapevolezza, si comprenda che tutta la realtà dimora nella grande liberazione naturale, sicché tutto è anche compiuto nello stato della grande completezza. Samaya. Sigillato, sigillato, sigillato.

Oh! quella limpida consapevolezza che chiamiamo “coscienza” non esiste [come qualcosa di concreto, tuttavia] da essa sorge tutta la sofferenza e la felicità della trasmigrazione e della liberazione; è concepita secondo le credenze degli undici veicoli li, e innumerevoli sono le sue differenti denominazioni:

alcuni dicono che è la vera natura della coscienza; alcuni non buddhisti la chiamano “sé”; gli uditori dicono che è l’assenza di ego personale; gli idealisti la chiamano “coscienza”; alcuni la chiamano “via di mezzo”; alcuni dicono che è la conoscenza trascendente; alcuni la chiamano “essenza degli esseri realizzati”; alcuni la chiamano “grande sigillo”; alcuni la chiamano “unicopunto”; alcuni la chiamano “fondamento universale”; alcuni la chiamano “sorgente della realtà”; alcuni la chiamano “sentire ordinario” .

Ecco l’introduzione alla [consapevolezza], la sua indicazione diretta.

Dopo che il pensiero passato si è dileguato senza lasciar tracce e il pensiero futuro non è ancora sorto, [la mente] è fresca e come nuova; in questo momento, mentre si osserva nudamente sé stessi, rimanendo naturali nel presente senza creare nulla, il sentire ordinario, qui e ora, è una chiarezza in cui non c’è nulla a vedere; è una limpidezza in cui la consapevolezza è evidente e nuda; è uno stato puro e vuoto in cui non c’è nulla di determinabile; è una lucidità in cui la luminosità e il vuoto non sono duali.

Non è una cosa, infatti è del tutto indeterminabile; non è neppure nulla, perché è uno stato di limpida chiarezza. Non è singola, in quanto è chiara consapevolezza nella molteplicità; non è neppure determinabile come molteplice, perché è l’unico sapore dell’inseparabilità. Non è estrinseca, è proprio la consapevolezza di sé.

Essendo questa l’introduzione effettiva alla vera natura della realtà, qui i tre corpi [dei Buddha] sono inseparabilmente completi nell’unità: il vuoto, giacché non c’è nulla di determinabile, è il corpo della realtà; la chiarezza, splendore naturale del vuoto, è il corpo della fruizione; la manifestazione che appare ovunque liberamente è il corpo di emanazione. La completezza dei tre corpi nell’unità è lo stato essenziale. Ecco l’introduzione che è il modo definitivo di indicare questa stessa [consapevolezza].

Essa è proprio il sentire sé nell’attimo presente; è proprio questo stato inalterato e autorisplendente. Allora perché dite di non comprendere la vera natura della coscienza? Qui non c’è nulla da meditare. Allora perché dite che pur meditando non appare? E’ proprio questa consapevolezza immediata. Allora perché dite di non trovare la vostra coscienza? E’ proprio questa incessante chiara consapevolezza.

Allora perché dite di non vedere il volto della coscienza?

E’ proprio colui che pensa. Allora perché dite che pur cercandola non la si trova? Qui non c’è nulla da fare. Allora perché dite che pur facendo [la pratica] non appare? E’ sufficiente rimanere nel proprio stato senza modificarlo. Allora perché dite di non potervi restare? E’ sufficiente rimanere come si è, senza fare alcunché.

Allora perché dite di non averne la forza?

Vuoto, chiarezza e consapevolezza sono inseparabili e spontaneamente presenti. Allora perché dite che pur impegnandosi non ci si realizza?

Sorgendo spontaneamente, senza cause e condizioni, esiste spontaneamente. Allora perché dite che non si riesce (a realizzarla) pur sforzandosi?

I pensieri sorgono e si dissolvono contemporaneamente. Allora perché dite che non si è in grado di liberarsi adottando gli antidoti?

E’ proprio questo sentire dell’ attimo presente. Allora perché dite che è inconoscibile?

La vera natura della coscienza è certamente vuota e priva di un fondamento: essa è vuota e indeterminabile come lo spazio. Si contempli la propria coscienza per capire se è veramente così. Questo non è il vuoto della visione nichilista o agnostica, infatti il sentire spontaneo risplende certamente sin dal principio: è come il cuore del sole che sorge da sé e risplende di luce propria. Si contempli la propria coscienza per capire se è veramente così.

Certamente la consapevolezza è sin dal principio incessante: è come la corrente principale di Ui! fiume che scorre continuamente.

Si contempli la propria coscienza per capire se è veramente così. Le fluttuazioni mentali non possono certamente essere afferrate: sono un movimento privo di concretezza come la brezza nello spazio. Si contempli la propria coscienza per capire se è veramente così. Tutti i fenomeni, quali che siano, sono certamente una propria manifestazione: ciò che appare è come il riflesso di sé in uno specchio. Si contempli la propria coscienza per capire se è veramente così.

Certamente tutte le immagini [mentali] si dissolvono spontaneamente: sorgono da sé e si dissolvono da sé, come le nuvole nello spazio. Si contempli la propria coscienza per capire se è veramente così.

Non c’è null’altro eccetto la coscienza: altrove non c’è un punto di vista da cui guardare. Non c’è null’altro eccetto la coscienza: altrove non c’è una meditazione da praticare. Non c’è null’altro eccetto la coscienza: altrove non c’è una condotta da applicare. Non c’è null’altro eccetto la coscienza: altrove non c’è una regola da rispettare.

Non c’è null’altro eccetto la coscienza: altrove non c’è una meta da realizzare.

Si contempli più volte, si contempli la propria coscienza. Osservando all’esterno, là nello spazio celeste, c’è forse un luogo verso cui la coscienza si muove?

Osservando all’interno, qui nella propria coscienza, c’è forse qualcuno che si muove col pensiero?

La propria coscienza è una limpidezza priva di movimenti. La chiara luce della consapevolezza di sé è vuota, [perciò] è il corpo della realtà: come il sole che sorge nel cielo privo di nubi e terso, essa conosce ogni cosa in modo chiaro, ma senza alcun concetto. Gran differenza passa tra il comprenderla e il non comprenderla.

Incredibile! Questa chiara luce, non nata sin dal principio e naturale, è la consapevolezza, il giovane bimbo senza padre né madre. Non prodotta da nessuno, è il sentire spontaneo. Senza aver sperimentato la nascita, non ha da morire. Incredibile! Benché risplenda direttamente, non c’è l’osservatore. Benché si vaghi nella trasmigrazione, essa non diventa una cosa cattiva. Benché si ottenga l’illuminazione, essa non diventa una cosa buona. Incredibile! Benché esista dappertutto, non la si comprende. [Sebbene sia] la meta, la si tralascia sperando in un’ altra. Benché sia noi stessi, la si ricerca altrove. Meraviglioso! Questa consapevolezza dell’ attimo presente, indeterminabile e chiara, è proprio l’estrema sommità di tutti i modi di vedere.

Senza un’immagine come supporto, onnipresente, svincolata dalla mente, è proprio l’estrema sommità di tutte le meditazioni.

Questa condizione inalterata di rilassamento senza alcun attaccamento è proprio l’estrema sommità di tutte le condotte.

Questo stato naturale, realizzato sin dal principio e per nulla ricercato, è proprio l’estrema sommità di tutte le mete.

Ecco i quattro grandi fili diritti.

TI grande filo del giusto modo di vedere è questo limpido sentire dell’ attimo presente: è detto “filo” perché è chiaro e non permette di sbagliarsi.

TI grande filo della giusta meditazione è questo limpido sentire dell’ attimo presente: è detto “filo” perché è chiaro e non permette di sbagliarsi.

Il grande filo della giusta condotta è questo limpido sentire dell’ attimo presente: è detto “filo” perché è chiaro e non permette di sbagliarsi.

Il grande filo della giusta meta è questo limpido sentire dell’attimo presente: è detto “filo” perché è chiaro e non permette di sbagliarsi.

Ecco i quattro grandi chiodi fermi. TI grande chiodo del modo di vedere immutabile è proprio questo limpido sentire dell’attimo presente: è detto “chiodo” in

quanto è stabile nei tre tempi.

Il grande chiodo della meditazione immutabile è proprio questo limpido sentire dell’ attimo presente: è detto” chiodo” in quanto è stabile nei tre tempi.

Il grande chiodo della condotta immutabile è proprio questo limpido sentire dell’ attimo presente: è detto” chiodo” in quanto è stabile nei tre tempi.

Il grande chiodo della meta immutabile è proprio questo limpido sentire dell’attimo presente: è detto “chiodo” in quanto è stabile nei tre tempi.

Ecco l’istruzione che fa rimanere nell’unità dei tre tempi.

Non assecondando il passato si lasciano le considerazioni su ciò che è trascorso; non anticipando il futuro si taglia il legame delle associazioni mentali; non aggrappandosi al presente si rimane nella condizione dello spazio.

Poiché non c’è qualcosa da meditare, non si medita su nulla; siccome non c’è ragione di distrarsi, ci si affida alla presenza priva di distrazione. Senza meditare, senza distrarsi, si osservi semplicemente.

La consapevolezza di sé, il sentire sé, che sorge limpidamente e risplende di luce propria, è la coscienza illuminata. Non c’è nulla da meditare, infatti è al di là del conoscibile; non c’è distrazione, infatti è per natura chiara.

I vuoti fenomeni si risolvono spontaneamente, la vuota chiarezza è il corpo della realtà.

Essendo la realizzazione dell’illuminazione non conseguita tramite una via, è la visione dell’Essere Adamantino in questo preciso momento.

Ecco l’insegnamento della consumazione definitiva. Benché innumerevoli siano i modi di vedere contrastanti, nella consapevolezza di sé, nel sentire spontaneo della vera natura della coscienza, non c’è dualità di osservatore e osservato.

Non si abbia un punto di vista, [piuttosto] si ricerchi l’osservatore: quando, cercando proprio colui che osserva, non lo si trova, allora si è consumato il punto di vista; proprio qui si raggiunge anche la fine del modo di vedere.

Non c’è alcun punto di vista da cui osservare; però, senza cadere nell’indifferenza nichilista, il limpido sentire sé nell’ attimo presente è il modo di vedere della grande completezza. Qui non c’è la dualità di comprensione e incomprensione. Benché innumerevoli siano le meditazioni contrastanti, nell’onnipresente sentire ordinario della consapevolezza di sé non c’è dualità di meditazione e meditante. Non si mediti, [piuttosto] si ricerchi colui che medita: quando, cercando proprio il meditante, non lo si trova, allora si è consumata la meditazione; proprio qui si raggiunge anche la fine della meditazione.

Non c’è alcuna meditazione da fare; però, senza lasciarsi dominare dalle varie forme di torpore e agitazione, il chiaro sentire inalterato dell’ attimo presente è la contemplazione dello stato equanime e non artefatto. Qui non c’è dualità di quiete e non quiete.

Benché innumerevoli siano le condotte contrastanti, nell’unico punto del sentire consapevole di sé non c’è dualità di condotta e colui che la applica.

Non si applichi una condotta, [piuttosto] si ricerchi colui che la applica: quando, cercando proprio colui che la applica, non lo si trova, allora si è consumata la condotta; proprio qui si raggiunge anche la fine della condotta.

Non c’è nessuna condotta da applicare; però, senza lasciarsi condizionare dall’illusione delle inclinazioni latenti, il sentire dell’ attimo presente, inalterato e risplendente di luce propria, in cui non c’è qualcosa da correggere, modificare, ottenere o abbandonare, è proprio la condotta assolutamente pura. Qui non c’è dualità di puro e impuro. Benché innumerevoli siano le mete contrastanti, nella vera natura della coscienza consapevole di sé i tre corpi [dei Buddha] sono una realizzazione innata. Qui non c’è dualità di realizzazione e realizzatore.

Non si cerchi di realizzare la meta, [piuttosto] si ricerchi colui che la realizza: quando, cercando proprio il realizzatore, non lo si trova, allora si è consumata la meta; proprio qui si raggiunge anche la meta finale.

Non c’è alcuna meta da realizzare; però, senza lasciarsi condizionare dal rifiuto e dall’ ottenimento, dalla speranza e dal timore, si comprende che il sentire autoluminoso dell’ attimo presente è la realizzazione innata, perché lì, in sé stessi, i tre corpi sono pienamente manifesti: proprio questa è la meta dell’illuminazione originaria.

Questa consapevolezza svincolata dagli otto limiti della permanenza, della cessazione, eccetera, è chiamata “via di mezzo”, in quanto non cade in quegli estremi.

E’ chiamata “consapevolezza”, perché la presenza è incessante. Le si dà il nome di “essenza degli esseri realizzati”, giacché è il vuoto che ha la natura della consapevolezza.

Quando c’è questa comprensione si trascende tutto il conoscibile, perciò essa è anche detta ” conoscenza trascendente”.

Al di là della mente, è sin dal principio svincolata dagli estremi delle conclusioni, perciò le si dà il nome di “grande sigillo”.

A causa della differenza che passa tra il comprenderla e il non comprenderla, essa diventa il fondamento di tutta la felicità e la sofferenza della liberazione e della trasmigrazione, sicché le si dà il nome di “fondamento universale”.

Proprio a questo chiaro e limpido sentire non artefatto, ordinario, qui e ora, si dà il nome di “sentire ordinario”.

Per molti che siano i nomi piacevoli e le belle definizioni, in realtà chi aspira a qualcosa di più, a una cosa diversa da questo sentire dell’ attimo presente, è simile a colui che segue le orme di un elefante, benché lo abbia già trovato: anche se ne segue [le orme] per gli innumerevoli mondi, non potrà trovare [l’elefante], così prescindendo dalla coscienza non si può trovare l’illummazione. Non avendola compresa si cerca la coscienza al di fuori, tuttavia per quale ragione si dovrebbe ritrovare sé stessi quando ci si ricerca in qualcos’ altro da sé?

E’ come il caso di un imbecille che negasse la propria identità imitando una moltitudine di persone e, successivamente, non riconoscendosi più, si ricercasse altrove, finendo così per confondere sé stesso con qualcun altro.

Non vedendo la natura reale delle cose, non si comprende che i fenomeni sono la coscienza, così si devia nella trasmigrazione.

Non comprendendo che l’illuminazione è la propria coscienza, la liberazione è oscurata.

La trasmigrazione e la liberazione non sono differenti tra loro più di quanto non lo siano la comprensione e l’incomprensione nel loro unico istante; ci si inganna quando le si vede come altro dalla propria coscienza.

Unica è l’essenza dell’illusione e del disinganno: in un essere non esistono due fili di coscienza, perciò l’illusione si dissolve quando si lascia la stessa coscienza nel suo stato naturale inalterato.

Se manca la consapevolezza del fatto che la stessa illusione è la coscienza, non comprendendo per nulla la vera natura della realtà, si osservi da sé stessi, in sé stessi, ciò che sorge da sé e si risolve da sé.

All’inizio, da dove sorgono questi fenomeni? Dopo, dove si trovano? Infine, dove svaniscono?

Li si osservi come se fossero i corvi della barca [in mezzo al mare]: essi si involano dalla barca, tuttavia non hanno altro luogo dove posarsi. Allo stesso modo, i fenomeni sorgono dalla coscienza e si dissolvono in essa.

La vera natura della coscienza, quella vuota chiarezza che sente tutto, che è consapevole di tutto, è simile allo spazio in cui la chiarezza e il vuoto sono originariamente inseparabili.

Se si verifica chiaramente e direttamente che essa è il sentire spontaneo, allora proprio questo è il vero modo d’essere.

Eccone la prova: si comprende che tutti i fenomeni sono la coscienza e che la sua natura, essendo chiara consapevolezza, è come lo spazio.

L’esempio dello spazio adottato per indicare il vero modo d’essere è parziale, infatti è solamente un simbolo. La natura della coscienza è dotata di consapevolezza, un

vuoto del tutto chiaro; lo spazio è senza consapevolezza, un vuoto privo di materia.

Per questa ragione la natura della coscienza non può essere indicata davvero tramite [l’esempio dello] spazio.

Si rimanga nella condizione dello [spazio] senza distrarsi. Non si può dimostrare l’esistenza reale di nessuno dei diversi fenomeni così come appaiono convenzionalmente, infatti essi scompaiono.

Tutta la realtà, la trasmigrazione e la liberazione, è soltanto la manifestazione della nostra stessa coscienza. Quando cambia lo stato di coscienza la manifestazione corrispondente appare all’esterno.

Perciò tutto è una manifestazione della coscienza: i sei generi di esseri hanno visioni fenomeniche distinte; al di fuori [del  Buddhismo] gli estremisti hanno la visione duale della permanenza e della cessazione; e i nove livelli di veicoli hanno modi di vedere distinti.

Poiché si vedono cose varie, esse sembrano [realmente] diverse; e siccome ci si aggrappa alle [apparenti] differenze si è ingannati dall’ attaccamento personale.

Quando si è consapevoli che tutti i fenomeni sono la coscienza, sebbene sorga la visione fenomenica, non essendoci attaccamento si è Buddha.

Non sono i fenomeni che ingannano, è l’attaccamento che inganna. L’attaccamento si risolve da sé quando si è consapevoli che è la coscienza.

Qualunque cosa appaia è una manifestazione della coscienza.

Anche la visione materiale del mondo esteriore è la coscienza.

Pure ciò che appare come i sei tipi di esseri è la coscienza: la visione beata degli dei nei loro mondi e degli uomini è la coscienza; la visione dolorosa dei tre mondi inferiori è la coscienza.

Ciò che appare come i cinque veleni emotivi, ossia l’incomprensione e gli altri [veleni], è la coscienza; anche ciò che appare come la consapevolezza del sentire spontaneo è la coscienza.

Ciò che appare come le tracce latenti della trasmigrazione [determinate dai] pensieri negativi è la coscienza; anche ciò che appare come i paradisi della liberazione [determinati dai] pensieri positivi è la coscienza.

Ciò che appare come gli ostacoli dei diavoli e delle forze maligne è la coscienza; anche ciò che appare benigno, come le divinità e le realizzazioni, è la coscienza.

Ciò che appare come i vari concetti è la coscienza; anche ciò che appare come lo stato di concentrazione non concettuale è la coscienza.

Ciò che appare come il colore che caratterizza le cose è la coscienza; anche ciò che appare senza caratteristiche e semplice è la coscienza.

Ciò che appare privo della dicotomia di unità e molteplicità è la coscienza. Anche ciò che appare del tutto indeterminabile quanto all’esistenza e all’inesistenza è la coscienza.

Non c’è alcun fenomeno che non sia la coscienza.

Qualunque fenomeno appaia per via della libera natura della coscienza, benché sorga, è come 1’onda rispetto all’oceano: non essendoci dualità, si risolve nella coscienza stessa.

Sebbene si diano nomi a causa della libera presenza di ciò che è nominabile, qualunque nome sia [ad indicare la realtà], in verità non c’è che un’unica coscienza; inoltre essa è senza fondamento, priva di radice.

Non c’è alcun punto di vista unilaterale: non si abbia un modo di vedere concreto, perché [la coscienza] non è per nulla determinabile; non si abbia un modo di vedere vacuo, perché v’ è lo splendore della chiara consapevolezza; non si abbia un modo di vedere frammentario, perché il vuoto e la chiarezza si trovano in una condizione di inseparabilità.

Sebbene il sentire sé nell’ attimo presente sia chiaro e limpido, non si conosce colui che lo rende tale. E’ impersonale, nondimeno è sperimentabile direttamente.

Tutti [gli esseri] si possono liberare se sperimentano [la pura consapevolezza], infatti riguardo alla capacità [di comprensione] non fa alcuna differenza se essa sia acuta o ottusa. Sebbene il sesamo e il latte siano la causa dell’olio e del burro, se il primo non è macinato e il secondo non è sbattuto non ci saranno né olio né burro.

Tutti gli esseri sono effettivamente dei Buddha in potenza, ma se non sperimentano [la consapevolezza della propria vera natura] non si illuminano; mentre anche un mandriano si libera se la sperimenta.

Sebbene non si sappia come spiegarla, la si può verificare immediatamente: è come gustare lo zucchero personalmente, cosicché non è più necessario che un’ altra persona ci spieghi il suo sapore.

Anche un grande studioso è soggetto all’inganno, se non possiede questa comprensione. Sebbene si possa divenire esperti nel campo dei nove veicoli, è come riferire il racconto su qualcosa che è lontano ~ che non si è mai visto: così non ci si avvicina all’illuminazione neanche di un poco.

Se si possiede questa comprensione, la virtù e il vizio si dissolvono spontaneamente; se essa manca, qualunque azione si compia, virtuosa o meno, non si trascenderà la trasmigrazione nei mondi superiori o in quelli inferiori.

Non appena si comprende il sentire della propria coscienza vuota e chiara, non esiste più alcuna reale conseguenza positiva o negativa delle azioni virtuose o viziose. Così come nel vuoto spazio non scaturisce un fiume, virtù e vizio non esistono oggettivamente nella vacuità.

Dunque, per poter entrare in contatto diretto con la consapevolezza di sé, questo insegnamento sulla liberazione naturale tramite la nuda visione è davvero profondo; perciò proprio qui dovete esaminare cosa sia la consapevolezza di sé. Profondamente sigillato.

Meraviglioso! Questa introduzione alla consapevolezza, liberazione naturale tramite la nuda visione, è una breve ma chiara sintesi composta tenendo conto di tutte le sacre scritture, dei messaggi rivelati, degli insegnamenti dei maestri e dell’esperienza personale, e pensando al beneficio di coloro che appartengono alle generazioni future dell’epoca oscura.

In questo momento [il testo] non può essere diffuso, [perciò] sia occultato come prezioso tesoro; in futuro possa incontrarlo chi ne ha il destino. Samaya. Sigillato, sigillato, sigillato.

Questo testo sull’introduzione diretta alla consapevolezza, detto “La liberazione naturale tramite la nuda visione”, è stato composto da Padmasambhava, abate di Uddiyana. Finché la trasmigrazione non sarà stata svuotata [questo insegnamento] non abbia fine.

 

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