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Madre tibetana si dà fuoco nel Sichuan
Marzo 6th, 2012 by admin

tibet_immolationLa donna, una vedova con quattro figli, ha percorso 80 km per bruciarsi davanti al monastero di Kirti, da un anno sotto controllo. Dharamsala (AsiaNews) –  Una donna tibetana, madre di quattro figli, si è immolata col fuoco davanti al monastero di Kirti (Sichuan); una ragazza tibetana si è invece data fuoco in un mercato a  Maqu, nel Gansu.

Rinchen, una vedova di 32 anni, si è data fuoco ieri davanti alla stazione di polizia costruita in questi mesi per controllare la porta d’entrata del monastero di Kirti. Secondo testimonianze riportate da Free Tibet, la donna ha gridato “Il Tibet ha bisogno della libertà; Gyalwa Rinpochen [il Dalai Lama ] deve ritornare in Tibet”. Il corpo di Rinchen è stato preso e portato nel monastero. Il marito era morto un anno fa e la donna lascia quattro figli: uno di 13 anni, Gyamo, altri due dei quali non si conosce il nome e un quarto di pochi mesi.Rinchen era nata a Nagtsangma, un villaggio nomadico; dopo il matrimonio si era trasferita a Rariwa, circa 80 km dal luogo in cui ha deciso di finire la sua vita.

Dal marzo dello scorso anno l’esercito cinese sottopone a un controllo serrato il monastero di Kirti, dove è avvenuta la prima autoimmolazione. Le forze di sicurezza compiono anche ricerche casa per casa e l’area della città di Ngaba (dove si trova il monastero) è chiusa a osservatori indipendenti. Anche le comunicazioni – compresi internet e cellulari – sono bloccate.

Una ragazzina della scuola media tibetana di Maqu (in tibetano: Machu), si è data fuoco in un mercato della verdura. Il fatto è avvenuto il 3 marzo. Secondo fonti riportate da Radio Free Asia, i venditori cinesi, spaventati, hanno lanciato sassi contro il corpo in fiamme della ragazza. Per i cinesi, infatti, la morte di una persona porta sfortuna al commercio. I tibetani presenti si sono scontrati con i cinesi han. Il corpo della ragazza è stato preso dalla polizia.

Con queste ultime, in un anno sono già morte dandosi fuoco almeno 22 persone in un anno. Alcuni giornalisti stranieri che la scorsa settimana erano riusciti a raggiungere la regione, hanno descritto la città di Ngaba come “una zona di guerra”, presidiata da personale della sicurezza armato di fucili automatici. Un giornalista dell’agenzia Associated Press, in grado di superare i numerosi posti di blocco lungo la strada che conduce a Ngaba, ha riferito che “la soffocante morsa” della repressione non si limita al controllo delle vie di comunicazione ma è diretto anche alle menti della comunità locale.


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