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Il Tibet brucia?
Luglio 5th, 2012 by admin

candles-tibetIl Tibet brucia? Primo, non umiliare

di Raimondo Bultrini

La giunta guidata dal progressista Giuliano Pisapia a Milano ha scelto forse il più difficile – tra i tanti momenti delicati vissuti dai tibetani dentro e fuori della Cina – per negare al Dalai lama un riconoscimento che gli era stato già formalmente concesso con voto unanime dal consiglio comunale.

Una cittadinanza onoraria è l’impegno solenne di una comunità ad accogliere un forestiero illustre –  esule o meno – che si è fatto valere in qualche campo, una personalità in grado di ricevere e dare lustro agli altri membri di una comunità, grande come Milano, media come Bologna (che adottò una delibera 4 anni fa per concedergli lo stesso riconoscimento e non lo ha mai invitato a riceverlo formalmente) o piccola come Rimini, che gliel’ha concessa senza temere il calo degli arrivi cinesi sulle sue spiagge.

Intanto poche ore fa a Yushu, in Tibet orientale, saliva a 44 il numero dei tibetani che si sono immolati dandosi fuoco per la causa del Tibet. Una causa che non è solo religiosa – il desiderio di rivedere un leader spirituale come il Dalai lama di nuovo tra loro – né solo politica – l’insofferenza dei locali per il modo con cui la Cina governa il Paese delle Nevi. La loro protesta è concreta, basata su fatti e non solo sulla generica protesta contro la totale mancanza di diritti umani nelle regioni abitate dai tibetani in Cina.Il giovane suicida  era un allevatore e si è dato fuoco assieme ad un altro residente della prefettura di Aba nel Sichuan, un carpentiere che forse è sopravvissuto anche se in condizioni gravissime (si puo vedere il terribile filmato su You Tube a http://www.youtube.com/watch?v=S1IOI9KOx…). Le loro ultime parole sono state per la libertà del Tibet e il ritorno del Dalai Lama. Ma quel loro gesto – così tante volte ripetuto in questo ultimo drammatico anno – cela una realtà molto più difficile da sintetizzare con le parole, quasi impossisbile da dimostrare senza vivere in certi luoghi del Tibet dove le verità sono occultate, le circostanze travisate, e la presenza dei giornalisti resa impossibile.

Di certo non parlano delle motivazioni dei suicidi i giornali e le tv di Stato cinesi, ma anche gli stranieri hanno poco accesso a fonti diverse da quelle ufficiali. Per questo riceviamo e sintetizziamo volentieri questa testimonianza dall’interno di uno dei sistemi più isolati e isolanti del mondo. Da cui si capisce come opera il controllo cinese verso le etnie di minoranza, e il subdolo effetto delle pratiche discriminatorie, regolarmente applicate in un clima di ignoranza che produce perfino un sentimento razzista tra la popolazione cinese, lasciata all’oscuro dei motivi per cui i tibetani sono tanto disperati da darsi fuoco o protestare sapendo di andare incontro a conseguenze spesso letali.

Tutti i nomadi delle regioni del Qinghai – spiega la nostra fonte – vengono forzatamente costretti a risiedere in baracche costruite vicino ai centri amministrativi cinesi – capoluoghi di provincia, distrettuali eccetera – in modo da poterli controllare meglio e nel frattempo togliere loro l’usufrutto delle terre e degli animali allevati per anni con grande sacrificio su altipiani impervi e vallate ancora incontaminate. Le stesse terre vengono così date in concessione alle compagnie minerarie o ad altre imprese, che in cambio del “progresso” costringono all’esodo intere comunità di nomadi. Questi antichi figli del Tibet, abituati da secoli a vivere liberi seguendo i movimenti delle mandrie e delle greggi, ora si trovano quindi stipati in massa dentro veri e propri ghetti, senza lavoro, senza fonti di sostentamento. Molti diventano alcolizzati o sono costretti a rubare per vivere.

Con le nuove politiche educative iniziative nel 2009 sono state chiuse tutte le scuole di villaggio dove si insegna il tibetano, anche in questo caso con il risultato di concentrare i bambini in enormi caserme vicino alle città, dove i figli dei contadini e dei nomadi da un lato vengono sradicati dal loro contesto culturale ed etnico, e dall’altro trasferiti in scuole dove invece del tibetano la prima lingua diventa il cinese.

Dall’inizio del movimento di protesta attraverso le immolazioni – un metodo che il Dalai lama non ha mai approvato in via di principio, ma contro il quale può fare poco – numerosi monasteri sono stati chiusi, e il governo ha mandato dei propri funzionari anche in quelli meno “facinorosi”, schedando tutti i monaci e allontanando i non residenti.

A Lhasa, la capitale storica del Tibet, dopo l’immolazione di due ragazzi provenienti dal Tibet del Nord (Qinghai o Amdo), tutti i tibetani anche se residenti in città da anni, ma provenienti da regioni limitrofe come il Tibet orientale e il Tibet settentrionale, vengono allontanati con la forza e arrestati. Le famiglie vengono così letteralmente divise e i commerci, negozi o attività, chiusi, con danni economici e psicologici gravissimi per queste famiglie.

Poiché è difficile viaggiare all’interno del Tibet, è difficile anche dimostrare documentalmente il livello di presenza militare e della polizia in tutte le regioni dove risiedono etnie tibetane. Di certo siamo stati testimoni più volte di come ai posti di blocco vengono fermati solo i tibetani e mai i cinesi.

Le Organizzazioni non governative sono state ormai allontanate tutte dalla regione Autonoma Tibetana e non è stato più rinnovato alcun contratto internazionale di assistenza. Ma anche per i turisti il Tibet è sempre più chiuso, e ora per visitarlo si possono solo prenotare gruppi organizzati di non meno di 5 persone, tutte della stessa nazionalità, per evitare che si formino comitive improvvisate di singoli viaggiatori presso le agenzie di viaggio al momento di richiedere il permesso di entrata nella Regione autonoma (Tar), così da impedire che ognuno se ne vada poi per la propria strada senza una guida governativa.

Ancora più difficile è dimostrare che migliaia di persone sono state arrestate negli ultimi anni e che un numero incalcolabile sono scomparse, mentre nelle celle vige l’uso continuato della tortura”.

Di fronte a questa mole di informazioni che stenta a raggiungere il vasto pubblico dei lettori di media occidentali, Pisapia e Dario Fo – o la stessa giunta comunale di Bologna – possono pur sempre nascondersi dietro alla giustificazione di non sapere o di non aver saputo. Hanno agito per una ragione di “opportunità” in una fase di crisi economica che forse – nella mente degli amministratori – potrebbe essere risolta grazie al supporto di qualche impresa cinese. Di certo la causa tibetana non aiuterebbe a trovare lavoro ai disoccupati, né a creare nuove opportunità di sviluppo in joint venture con Pechino.

Da qui molto probabilmente la decisione (strana nel caso di un Nobel come Fo, poeta degli oppressi)  di scegliere il male minore e  rinunciare a dare la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Molto più facile, eventualmente, sarebbe certo darla ad Aung san Suu Kyi, che ormai viaggia liberamente senza proteste dei generali birmani a chiedere sostegno per il suo popolo. Un sostegno che potrebbe trasformarsi in opportunità economiche per molte imprese italiane che cercano qualche spazio nella grande opera di ricostruzione del Myanmar, traumatizzato da mezzo secolo di dittatura feroce.

Il Dalai lama non può invece promettere niente di tutto questo, non ha da offrire contratti d’affari, e una sua sola stretta di mano potrebbe addirittura costare ad amministratori e imprenditori un divieto di investimento in Cina. Quindi serve a poco scandalizzarsi e accusarli di codardia.

Ma potrebbe essere riportata qui una celebre massima del Buddha: “Se non puoi aiutare gli altri, quantomeno non disturbarli”. Che fuori di metafora significa: se non sei in grado di mantenere la promessa di concedere un riconoscimento simbolico di solidarietà al rappresentante della lotta pacifica del Tibet  (una cittadinanza onoraria già annunciata e votata) quantomeno non umiliarlo.

Scritto venerdì, 22 giugno 2012 alle 20:11

1 luglio 2012 alle 14:02

Gentili lettori
Il vostro sforzo di approfondire e ribattere alle argomentazioni da un punto di vista filo-cinese – compito arduo, dobbiamo ammettere – è encomiabile. Ma in un campo dove la specializzazione è necessaria, Wikipedia o il sentito dire non sono verità assolute, sebbene tante piccole verità relative possano contribuire ad allargare la visuale di altre persone che leggono, magari meno istruite o “addestrate” di certi blogger che hanno – come i giornalisti – loro opinioni, spesso ben più radicate e “improsciuttate”, per stare nel gergo che piace loro.
Per questo credo sia utile pubblicare gran parte delle argomentazioni a favore delle politiche cinesi nel Tibet – analoghe perché frutto delle stesse fonti informative – lasciando ai lettori non solo il compito di verificare, ma di comprendere con la propria coscienza di esseri umani dove e come nasce davvero la sofferenza del Tibet (in Mongolia e Manciuria il processo di omologazione è ormai qussi concluso). Per non parlare dei dissidenti cinesi che hanno capito benissimo cosa significhi essere minoranza in un Paese imbevuto di orgoglio nazionalista e spirito confuciano riadattato ai tempi. Basterà leggere il tono giustificativo – verso le politiche di Pechino in Tibet – dei blog qui riportati, e la loro difesa in tandem di un governo che da una parte autorizza le minoranze a fare più di un figlio, a ottenere qualche borsa di studio, dall’altra li emargina dal mondo del lavoro, a meno che non dimostrino fedeltà assoluta al Partito. Fedeltà numero uno, abiurare il Dalai lama.
E’ evidentemente impossibile controbattere a tutte le affermazioni, abilmente manipolative se lette in una sequenza che lascia fuori molte altre informazioni e circostanze. Un po’ come tentano i gruppi che negano l’Olocausto: si educano con palesi o mezze bugie individui predisposti a lasciarsi convincere, forse perché la falsa “verità” li fa sentire meno in imbarazzo dell’altra, essendo in fondo esseri umani naturalmente toccati da tante atrocità. Come decidere a chi dar ragione e chi torto? Come scremare dai tanti episodi della storia quelli davvero significativi?
Per chiudere una querelle che potrebbe andare avanti all’infinito, vorrei tentare quantomeno di dire la mia sulle intenzioni partigiane che su temi tanto delicati animano chi scrive.
Molti anni fa – metà degli anni ‘80 – dirigevo una piccola rivista chiamata Oriente, edita dall’Associazione Amici della Cina, non la più conosciuta “Italia Cina”, ma una piccola organizzazione che voleva spiegare i grandi cambiamenti e le positive aperture in corso nel regime di Pechino sotto la guida di Deng Xiao Ping. E infatti in una fase iniziale le aperture ci furono, sebbene un po’ più blande di quelle che sembrano avvenire in Birmania adesso.
Un anno prima dei massacri in piazza, nel 1988, in attesa dei visti per il Tibet miracolosamente più semplici da ottenere grazie al clima di cui sopra, vivevamo in una stanza dell’università di Bei Dà e parlavamo con i pochi studenti che conversavano in inglese, liberamente, di tutto un po’. Lo stesso avveniva con i giovani intellettuali cinesi (gli anziani avevano ancora troppa paura di varcare la soglia dei compound per stranieri) conosciuti a Pechino in quegli anni. Eravamo stupiti del fatto di conoscere e amare I Ching più di quei ragazzi colti, che scrivevano poesie intimiste, tra le prime della letteratura cinese moderna. Ricordo che si facevano chiamare “I nebbiosi”, un termine rivoluzionario in un Paese dominato fino ad allora dalla luce della rivoluzione culturale, dove tutti erano uguali e quindi dovevano conoscere tutto di tutti, anche i pensieri intimi.
Presto esplose però lo scontro tra tante anime inquiete della Cina, private per decenni di un ponte con la propria storia e cultura (“via tutto il vecchio e dentro il nuovo”, dicevano le guarde rosse) e un regime disposto ad aprirsi – saggiamente – a piccoli e cauti passi. Ancora oggi non è chiaro quale persona o gruppo convinse il movimento di Tien An Mien a collocare la statua della Libertà in Piazza, in una fase nella quale perfino i canali tv di Stato trasmettevano quelle immagini in tutta la Cina. Le madri – anche nelle regioni più remote – si identificarono con la causa dei giovani universitari, nonostante ben pochi figli di contadini potevano avere accesso all’istruzione superiore. Molti dei manifestanti, erano anche figli di dirigenti politici, e questo spiegò il ritardo con il quale il regime reagì a quel moto di protesta.
Quando comprese i rischi dell’estendersi di un fuoco rivoluzionario acceso nel cuore della capitale dell’impero, Deng Xiao Ping stesso decise di fermare per un po’ la macchina delle riforme, e autorizzò l’intervento militare. Proprio Deng, il pioniere del cambiamento, l’uomo che aveva avviato un dialogo con il Dalai lama per una maggiore autonomia del Tibet, si vide costretto a far reprimere quelle proteste che – guarda caso – si dissero influenzate dalla Cia e dagli interessi americani.
A quel tempo la mia tesi sull’errore commesso dagli studenti di Tien An Mien (accelerarono troppo un processo che era già in corso secondo cauti tempi di preparazione) sollevò le critiche dell’estrema sinistra, che era stata filo maoista ai tempi della Rivoluzione culturale (una combinazione di parole che li affascinava senza conoscere la quantità di sofferenza generata in quegli anni per tutto il popolo) e che nel 1989 fu invece in prima fila contro il governo comunista che reprimeva il movimento studentesco. Eppure tra il maoismo di ieri e il social capitalismo di oggi c’è una sola apparente differenza, a parte i grattacieli, le industrie e il Pil: ovvero l’enorme arricchimento di una fascia della popolazione e l’abissale divario con le classi più deboli, i contadini delle regioni aride, gli operai rinchiusi nelle unità lavorative a ritmi di lavoro ossessivi, gli emigranti interni.
Nessuno può negare o criticare il successo economico della Cina, e nessuno può augurarsi un crollo del regime che sostiene la crescita. Era questa la tesi di un documentario (La Caduta del Muro di Pechino) realizzato per Format alla vigilia del ritorno di Hong Kong sotto il governo cinese, dopo un secolo e mezzo di governatorato inglese. Ma nessuno può negare – con quante buone argomentazioi vuole – che il consenso,come allora, è basato sulla canna del fucile. Con un alleato in più: i mass media. Articoli come quelli sulla vecchia storia dell’aiuto americano ai tibetani (difesi guarda caso solo da El Salvador nelle apposite riunioni delle Nazioni Unite all’indomani dell’invasione del Tibet orientale) compaiono ciclicamente su agenzie, riviste e tv di tutto il mondo. Ma hanno un qualche significato rispetto al postulato iniziale? Può l’intervento militare cinese in Tibet essere giustificato dal trattamento riservato a un ministro ai tempi del XIII Dalai lama? O dalla vita feudale sugli altipiani sotto il regno della Corte buddhista del Dalai lama?
No, quell’invasione era giustificata eventualmente soltanto da ragioni militari e di controllo del confine himalayano, e – visto che c’erano – i cinesi potevano sfruttare le sorgenti montane, gli alberi delle foreste, i minerali, e il turismo.
Tornando a piazza Tien An Mien, chi non ammette oggi che il movimento studentesco andò troppo oltre issando la statua americana nella piazza simbolo della storia imperiale e rivoluzionaria, non ha chiaro nemmeno il motivo di quella “rivoluzione”. Era un malessere profondo espresso da giovani studenti che potevano toccare con mano, studiando la storia, il taglio profondo inflitto a un intero popolo, privato in pochi anni della propria radice culturale, da I Ching a Lao Tsu, dal Sogno della camera rossa alle origini buddhiste di vaste fasce della popolazione (la stessa madre di Mao tse Tung era buddhista). Ma la loro sofferenza era solo un’ombra di quella patita da popolazioni come quella tibetana.
In fondo chi legge solo articoli di giornale o blog difficilmente può percepire la differenza tra “rivoluzione” ed “evoluzione”, un argomento di cui parla spesso uno dei grandi lama viventi dei quali mi onoro di seguire gli insegnamenti. Perché se la rivoluzione può accelerare un cambiamento, certo rischia di trovare poi gli stessi rivoluzionari impreparati a gestirlo, mentre l’evoluzione presuppone di costruire le basi – individuo per indviduo – capaci di sostenere un futuro più consapevole da condividere con gli altri al di là di schieramenti e ideologie. Le contraddizioni di chi intende riscrivere la storia con le citazioni da Wikipedia e Bbc, o la Repubblica, salvo poi criticare il sistema dei media liberali che gli permettono di esprimersi, sono evidenti per chiunque legga. Così come sono evidenti le loro intenzioni.
La storia non solo non è fatta di ma e se, ma nemmeno da un insieme di bei gesti cavallereschi, come nelle favole dei principi e in qualche dichiarazione pubblica rilasciate ai media. Ogni governo, anche il più illuminato e liberale, deve sottostare alle ragioni di Stato, basate su una diversa forma di etica quando a essere minacciate sono le basi della pacifica convivenza. Da qui la comprensione per i timori cinesi di vedersi sfuggire di mano il Tibet. Ma era il ferreo controllo militare e politico l’unica strada percorribile?
Se in qualche congresso statale, o tra un pubblico di patrioti, i dirigenti di partito parlano di “armonia etnica” (famoso lo slogan “Le etnie cinesi sono come le dita di una stessa mano”) la Cina non si è mai preoccupata di crearla davvero.
Quando Mao cercò di convincere il Dalai lama e il Panchen lama che i risultati dell’aiuto cinese e del comunismo sarebbero stati sorprendenti nel loro Paese di montanari fermi alla preistoria, sapeva che le aspettative dei due leader spirituali erano ben diverse dalle sue. Al Panchen veniva promesso un ingresso nelle strutture del Partito nazionale e un’apposita istruzione politica (ciò non gli risparmiò anni di carcere e umiliazioni delle guardie rosse, salvo poi diventare membro del Comitato centrale e scoprire in vecchiaia gli errori commessi dal governo in Tibet), mentre il Dalai lama veniva costretto a rispettare i 17 punti di accordo per la “liberazione pacifica del Tibet”, ovvero presenza di truppe, tecnici e governatori cinesi.
A quel tempo il Dalai era un giovanissimo leader, con poca esperienza e una corte di uomini non sempre capaci di aiutarlo in materie complesse. Inizialmente – si trovava infatti in esilio – non sapeva che la delegazione per firmare i 17 punti (della quale facevano parte il tibetano citato da un commentatore e un suo fratello), era praticamente ostaggio a Pechino. Alcuni – tra i quali il suddetto delegato premiato poi per il suo tradimento – passarono dall’altra parte, sotto l’enorme pressione del Partito, che si spinse a chiedere allo stesso fratello anziano del Dalai lama di tornare a Lhasa per convincere il suo congiunto a cedere il Tibet o – in caso contrario – addirittura eliminarlo. In cambio avrebbe ottenuto un posto importante a livello nazionale. Però il fratello anziano non solo si rifiutò di assecondare i cinesi, ma cercò di convincere il giovane regnante di Lhasa ad appoggiare la lotta armata per la liberazione, sostenuta da ambienti degli Stati Uniti, Cia o quant’altro.
La storia dimostra che il Dalai lama si rifiutò sempre di accettare quella logica di guerriglia – ovviamente perdente – ma poteva fare ben poco contro i moltissimi tibetani che invece volevano lottare, e solo dopo qualche anno riuscì a far chiudere i campi di addestramento in Mustang, anche a costo di entrare in conflitto con suo fratello.
Come allora, al Dalai lama occorrerà ora molto tempo per convincere la sua gente a interrompere le auto-immolazioni, perché le cause dell’antico malessere sono diventate endemiche, e né il Dalai lama né nessun altro può convincere i più determinati a sacrificare la propria stessa vita per mostrare al mondo il drammatico crepuscolo del Tibet. Quanto le autorità cinesi siano insensibili ai veri problemi di questa gente, si può intuire del resto leggendo i testi dei commenti qui riportati, portavoce di una massa acritica stregata dal successo cinese, e più o meno modulati sulla base della propaganda di partito.
Con il suo “pensionamento” da ogni incarico politico, ad esempio, il Dalai lama ha mandato un ennesimo – questo sì documentabile – messaggio nella direzione di un accordo pacifico, continuamente rifiutato da Pechino. Gli è stato risposto con una legge che autorizza il governo a nominare o supervisionare la nomina dei lama, a cominciare dal prossimo Dalai. Da quando in qua dei leader comunisti si intendono di reincarnazioni? E se non le condividono vista l’ideologia laica del Partito, perché pretendono di stabilire dei criteri “politici” per i candidati, invece di abolire qualsiasi riconoscimento tout court? La risposta è: ricerca di consenso,o legittimità. Si attende semplicemente che gli ultimi lama saggi spariscano per cause naturali, una volta imprigionati o esiliati quelli che conoscono gli antichi insegnamenti e la vera dottrina, per sostituirli con monaci rieducati nei monasteri sotto controllo. Contro un Dalai lama come l’attuale capace di influenzare milioni di occidentali con la sua filosofia e i suoi libri, ne piazzeranno un altro creato artificialmente da un ordine del Partito. Addio antica saggezza, addio sistema di educazione religiosa, addio etica dello spirito. Addio Tibet.
Ai tibetani circondati dai coloni han non resterà che abbracciare il cambiamento cinese, che vuol dire diventare cinesi in tutto e per tutto, tranne forse per l’aspetto, che denota le profonde differenze genetiche tra i due popoli. Ma col tempo e gli inevitabili matrimoni misti, le poche ore di tibetano concesse a scuola saranno un ricordo del remoto passato, perché a rischio sarà l’intera base della loro cultura etnica. Come accadde ai vichinghi e agli antichi egizi. Altro che l’emigrazione dei meridionali a Milano…. Un esempio che poteva calzare se tutte le nostre popolazioni del Nord, a forza di flussi migratori, parlassero oggi calabrese o siciliano.
Con questo chiudiamo una discussione dove si dimentica perfino il senso delle proporzioni. Perché un conto è essere consapevoli delle difficoltà di integrare nella “modernità” culture etniche minoritarie basate su tradizioni arcaiche, un conto recintare giorno per giorno col filo spinato dell’ideologia un Paese- prigione dove, ancora una volta, ai tibetani non resta che suicidarsi, o accettare le deportazioni dai villaggi, le rieducazioni dei monaci, la pianificazione etnica decisa a tavolino.

bultrini scrive:

25 giugno 2012 alle 15:10

Talvolta viaggiare (in lungo e largo) in Cina senza vedere (specialmente il Tibet argomento del blog) e senza conoscere la storia può davvero causare “troppa faciloneria”. Solo così si può comprendere come abbia fatto il lettore a scoprire che gli unici tra i 56 popoli etnici del Continente a non vivere in armonia sono i tibetani e i musulmani dello Xinjiang.
Basterebbe riflettere sulla sorte dei mongoli – i cui principi o Khan regnarono a lungo sul trono di Pechino – per chiedersi perché siano stati ridotti al 20 per cento della popolazione nel loro Paese, contro la vasta maggioranza di han cinesi. Ancora più evidente è stata l’assimilazione dei mancesi, oggi meno del 5 per cento di un popolo che come il mongolo ha regnato su tutta la Cina ben oltre i confini della Manciuria. Ne consegue che l’”armonia” di cui il lettore parla – se esiste – è stata creata a forza di piccoli e grandi genocidi etnico-culturali – come dice il Dalai lama – non grazie all’“inarrestabile cammino del progresso” – come lo chiamano i dirigenti cinesi.
Certamente 6 milioni i tibetani non potevano sognare di restarsene da soli sulle vaste montagne che separano la Cina da un antico potenziale nemico, l’India. Ma potevano essere rispettati grazie a una vera autonomia basata sul riconoscimento del valore della cultura locale, visto che i tibetani continuano a vivere nella tradizione nonostante oltre mezzo secolo di dominazione. Invece basta andare – anche con un gruppo turistico – a Lhasa, per vedere i soldati cinesi sui tetti delle pagode e le pattuglie a passo dell’oca ogni 5 minuti coi loro stivali che rimbombano nel circuito di preghiera del Jokhang. Che bisogno ci sarebbe di tanta milizia se davvero regnasse l’armonia? E in fondo che cosa chiedono i tibetani di tanto impossibile da concedere? Perché il ritorno del Dalai lama è trattato in Cina come un argomento tabù, un’eresia? Cosa può fare di tanto preoccupante un monaco, anche fosse “un lupo travestito da monaco” come sostengono i cinesi, contro la grande e potente Cina, visto che al massimo può influenzare pochi milioni di anime contro un miliardo e 200 milioni di cinesi? Forse temono un successo mediatico del Dalai lama sulla CCTV come quello avvenuto in Occidente? Forse. Forse lo temono davvero, e allora – come lei dice- hanno ragione di tenerlo fuori dal Paese. Ma finora di questa loro paura non hanno mai parlato, si limitano ad accusarlo di sobillare una “cricca separatista”, contro la vasta maggioranza dei tibetani che secondo Pechino crede “nel progresso” portato dalla Cina.
E allora se davvero il lettore vuole sapere la verità, lo invitiamo a verificare da solo, se troverà altri 4 compagni di viaggio per soddisfare le regole di sicurezza delle autorità cinesi sui gruppi turistici, che cosa pensano i tibetani di questo progresso, e quale sia invece la loro idea di progresso. Se la lasceranno parlare con loro…
A questo proposito, chi può dire oggi se il corso del Tibet governato dal Dalai lama – nell’ipotesi che la Cina non l’avesse invaso – sarebbe stato più moderno e umano di quello cinese? E se anche fosse rimasto arretrato, con quale diritto un popolo straniero doveva imporre una diversa civiltà, di fatto un’altra lingua, costruire continue barriere tra immigrati han e gente del posto?. Perché è evidente – ancora oggi dopo 60 anni di tentata “integrazione” – che i tibetani non intendono fare la fine dei mongoli o dei mancesi, ma nemmeno quella degli Yi, dei Bai, dei Xiongnu, degli Jie, dei Di, dei Qiang, dei Man, troppo piccoli per pretendere un pezzo di territorio, troppo integrati per considerarsi una minoranza con pretese culturali ed etiche diverse dalla maggioranza han.
Accusare i tibetani di integralismo religioso suona dunque profondamente ingiusto, soprattutto perché lottano in gran parte pacificamente per preservare un modo di vivere e di pregare che gli appartiene, e non è certo l’unica profonda differenza che li distingue dagli han. Le chiusure del passato in Tibet nascevano da circostanze storiche e geografiche che – tra gli aspetti negativi del feudalesimo e dell’arretratezza – ne hanno preservato una certa purezza. Il giovane Dalai lama oggi ultrasettantenne era – all’epoca del suo incoronamento a 17 anni – pieno di entusiasmo per i cambiamenti nel mondo occidentale di cui si informava.
Molti hanno scritto – anche a questa rubrica – che ci sono stati perfino accordi tra gruppi di guerriglieri indipendentisti di etnia tibetana khampa con la Cia per operazioni segrete di addestramento. E a chi avrebbe dovuto affidarsi la gente tibetana che non voleva acettare il destino degli esuli in terra straniera?. Come gli italiani, nemmeno i tibetani sono tutti santi, né il Dalai lama predicando la non violenza, ha mai detto ai suoi discepoli di porgere l’altra guancia, se sei aggredito con la violenza. Una parabola del Buddha racconta di un uomo suo discepolo che aveva partecipato assieme ad altri commercianti a una spedizione su di un’isola celebre per i suoi gioielli. Al ritorno la barca ospitava 100 fortunati con i sacchi pieni di gemme, ma tra loro c’era chi non si accontentava e voleva uccidere tutti gli altri per prendere il loro bottino. Il discepolo del Buddha notò i suoi preparativi di eccidio e allora – colto da compassione per tutti i passeggeri – uccise l’assassino. Poi andò a confessarsi al Buddha che invece di sgridarlo gli disse: “Non hai solo salvato 99 vite uccidendone una, ma hai anche evitato all’assassino il cattivo karma della morte di tanti esseri umani”.
Da qui la differenza tra la via del buddhismo e la scelta atea cinese di aggredire e uccidere per prendere possesso di terre che evidentemente non le appartenevano (altrimenti perché i tibetani dovrebbero ribellarsi?). Che cosa proverebbe lei, se fosse cattolico, nel vedere una statua della Cappella Sistina per sempre deturpata dai picconi delle guardie rosse e dai fucili dell’esercito di Liberazione del Popolo che vogliono buttare via tutto il vecchio e mettere il nuovo, o imporre l’uguaglianza totale con i fucili puntati?.
Al Dalai lama, nel lontano 1959, non fu data la possibilità di guidare il Paese con il consiglio e il supporto degli esperti cinesi, ma direttamente sotto un commissario del governo comunista che aveva altre idee sulla religione, vista da Mao come oppio dei popoli. Che mediazione avrebbe trovato lei tra una ideologia materialista e gente che crede nell’illusione di ogni cosa materiale?
E’ vero che la rivoluzione maoista puntava alla “liberazione” degli schiavi feudali dei lama e degli aristocratici, anche se Mao stesso considerava gli indigeni tibetani poco più che selvaggi. E infatti i tibetani non hanno avuto nessun ruolo – se non cerimoniale – nelle gerarchie comuniste nazionali, tranne i figli dei dirigenti di Partito rieducati fin dall’infanzia.
Inoltre il giovane Dalai lama si offrì candidamente di adottare cambiamenti nella direzione più “pratica” consigliata dal potente alleato e potenziale usurpatore, per eliminare le diseguaglianze sociali. Ma dopo tre anni di convivenza tra religiosi, governatori e militari cinesi a Lhasa, fu chiaro che il Dalai lama era semplicemente un ostaggio per imporre al popolo un intero modo di vivere diverso, dominato da commercianti e interessi cinesi.
Poi venne la Banda dei quattro e le guardie rosse iniziarono la nuova persecuzione dei lama e dei tibetani accusati di ostilità, con ulteriori distruzioni sistematiche di templi e monasteri, l’arresto, la pubblica umiliazione e perfino l’esecuzione di religiosi e aristocratici accusati di crudeltà feudale verso il popolo. Le stesse distruzioni e violenze – crudeltà per scacciare crudeltà – avvenivano anche nella Cina della maggioranza han contro i simboli del glorioso passato imperiale, visto come “vecchio” e “reazionario”. Ma era una ben magra consolazione per i tibetani, che in quel passato racchiudevano l’intero loro presente. Pur avendoli privati delle stesse preghiere (durante la rivoluzione culturale si punivano perfino coloro che muovevano le labbra) i cinesi non sono riusciti a distoglierli dalla religione e ora tentano con l’ultima possibile carta, il controllo del culto del Dalai lama attraverso la fabbricazione di un falso Dalai, educato dai lama fedeli al partito una volta che l’attuale sarà morto.
Con i se e i ma non si fa la storia, e non avremmo usato tante parole se non valesse la pena talvolta rifuggire davvero dalle approssimazioni, dalla seduzione di affermazioni apodittiche basate su viaggi senza bussola, magari con una guida cinese a spiegare i magnifici segni del progresso portato ai selvaggi del Tibet.
Purtroppo i lama che riflettevano sulla natura della mente e sull’impermanenza di ogni forma sono stati perseguitati per decenni e costretti all’esilio. “Gente inutile”, dicevano i leader cinesi. E lo erano dal loro punto di vista, perché non avrebbero mai capito lo spirito del buddhismo dove l’uguaglianza era spirituale e scelta per volontà, non imposta da un Partito o da una maggioranza con l’uso delle armi. Del resto maestri di saggezza come molti dei maestri dei maestri del Dalai lama non hanno bisogno della nostra difesa, visto il successo anche mondano del loro discepolo, celebre ben oltre i confini dell’Himalaya e in ogni continente.
Quanto all’ipotesi di una rinuncia del Tibet da parte cinese –comparata al Tirolo, o la Corsica – ci permettiamo di ricordare che il Dalai lama non chiede separazione ma autonomia “genuina”, ovvero un’amministrazione tibetana per i tibetani, così come corsi e tirolesi – dei baschi non sappiamo – amministrano i loro villaggi e territori, salvo mantenere leggi comuni nel contesto della difesa o della politica estera.
Sarebbe interessante leggere quali “straordinari passi in avanti in tema di diritti umani” siano stati compiuti in Cina, visto che esprimere pubblicamente un dissenso di qualunque natura è considerata “un attentato alla sicurezza dello Stato”. Niente da eccepire se questo trattamento “educativo” viene operato su un popolo che ha scelto i propri governanti. Ma se così non è – come non è perché non esistono elezioni fuori dal Parrtito comunista – perché riempire le celle di dissenzienti spesso colpevoli solo di chiedere il rispetto per l’ambiente, oppure orari più umani per le fabbriche?. Per non parlare delle regole per gli altri popoli assoggettati malvolentieri come tibetani e uiguri.
Quanto alla ultima affermazione sugli “uomini che fanno la morale con le mani ancora grondanti di sangue”, bisognerebbe chiarire a chi si riferisce. Non solo non è chiaro, ma suona terribilmente volgare.


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