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Il Tibet come Disneyland
Marzo 25th, 2014 by admin

Il Tibet come Disneyland

di Pearl Sydenstricker, Washington Monthly, Stati Uniti. da Internazionale (n. 1043)

Pechino punta sul turismo nella regione autonoma, dove vuole portare ogni anno 15 milioni di cinesi. E trasformare il Tibet in un parco divertimenti.

In cima a una montagna del Tibet orientale c’è uno spiazzo dove i cadaveri vengono dati in pasto agli avvoltoi. È un pendio vertiginoso coperto da un tappeto d’erba, con una ragnatela di bandiere di preghiera stinte dal sole, che sventolano nell’aria. Le tradizionali “sepolture celesti” tibetane ritualizzano il ritorno dell’uomo alla natura. Invece di cremarli o metterli in una cassa, i tibetani danno in pasto i loro morti, pezzo per pezzo, a uno stormo di enormi uccelli che strillano. E adesso il governo cinese ha trasformato questo rito religioso in uno spettacolo da cinque dollari per i turisti han. Gli avvoltoi sono sempre i primi ad arrivare, molto prima dei monaci e dei becchini. Appena il corpo viene scuoiato, gli uccelli si avvicinano e cominciano dagli occhi e dalle parti più facili da beccare: le dita delle mani e dei piedi, le orecchie. I becchini tagliano il corpo in pezzi più piccoli con magli e accette per essere sicuri che non rimanga nulla. Ovviamente non è un bello spettacolo da vedere, non è come un funerale, quindi i familiari e gli amici del defunto non partecipano. Gli unici tibetani presenti sono un monaco che prega, i becchini e, naturalmente, il cadavere. Ma ci sono anche una ventina di turisti, tutti cinesi, che stanno a guardare. Incoraggiati dal loro governo, sono arrivati a bordo di grandi fuoristrada con il logo e le bandierine dell’autonoleggio. Il funerale si svolge tra risolini increduli e gli scatti delle macchine fotograiche e degli smartphone che riprendono l’evento per condividerlo online con chi è rimasto a casa. I biglietti da cinque dollari per lo spettacolo sono corredati da una mappa del sito. Li vende il monastero lì sotto che si è arreso alle richieste del governo. I locali mi dicono che c’è una lotta tra i fedeli di quel monastero, accusato di essersi venduto, e quelli dell’altro monastero della città che cerca, con poco successo, di mantenere un briciolo d’indipendenza.

Comunque entrambi sono ormai invasi dai turisti. In due anni le dimensioni della città monastica che li ospita sono raddoppiate. E stanno nascendo nuovi alberghi con l’aiuto dei prestiti a tasso irrisorio concessi dal governo cinese. Questa è la politica del governo di Pechino: in Tibet il turismo è ufficialmente uno dei “pilastri dell’economia”. L’obiettivo è quello di attirare nella Regione autonoma tibetana, che ha una popolazione di tre milioni di persone, 15 milioni di turisti all’anno entro il 2015. Secondo i mezzi d’informazione statali, nella prima metà del 2013 a Lhasa i visitatori sono aumentati del 36 per cento. Piuttosto che intimidire i monaci tibetani mandando l’esercito, il governo li sta soffocando con folle di turisti invadenti, che mostrano chiaramente le loro simpatie nel modo di vestire: il verde mimetico è un must. D’estate e in autunno indossano cappelli, felpe e leggings mimetici, come se fossero tutti paramilitari.

I mezzi d’informazione cinesi raffigurano sempre i tibetani come sfortunati beneficiari degli aiuti cinesi. Hanno strani costumi e una cultura estremamente “arretrata”, dicono i turisti. Un abitante della provincia dello Hebei, a migliaia di chilometri di distanza, si lamenta del fatto che le sue tasse finiscano in beneficenza a questo gruppo etnico così lontano. Sembra che il governo voglia far passare l’immagine caricaturale dei tibetani come un popolo pigro. C’è poco da sorprendersi, quindi, se i cinesi han parlano a voce alta al cellulare nelle sale di preghiera e camminano in senso contrario al flusso dei pellegrini, interrompendo volutamente i loro rituali “superstiziosi”.

La barzelletta della città.

Mentre attraverso il Barkhor, la “parte vecchia” di Lhasa appena ricostruita, uno dei luoghi più sacri del Tibet e una delle destinazioni più amate dai turisti, alcuni veicoli corazzati passano rombando davanti alle bancarelle di souvenir. Ho contato 47 commissariati di polizia in meno di un chilometro quadrato, tutti chiaramente segnati sulle mappe turistiche affisse lungo le strade, come a Disneyland. Forse i turisti svolgono il ruolo di milizie non aggressive, ma non è un segreto che qui ci sono anche i militari veri. Ovunque mi giri, vedo più bunker che scuole. Poliziotti protetti da scudi antisommossa marciano in formazione per le strade. All’alba echeggiano le grida delle esercitazioni militari. Perfino un ragazzo che scambio per un giovane turista con lo zaino in spalla mi confessa di essere un ufficiale della sicurezza pubblica di Pechino. “La sicurezza prima di tutto”, o “la difesa prima di tutto”, sono gli slogan che si leggono ovunque, sui cartelloni stradali e sugli enormi schermi tv che trasmettono melodrammi sull’esercito di liberazione del popolo. È scritto sulle uniformi delle scuole. È inciso nei commissariati e sugli scintillanti edifici governativi di Lhasa. Una giovane tibetana mi spiega che gli slogan sono diventati “la barzelletta della città”. Mentre i cinesi han si godono la nuova libertà di viaggiare, i tibetani non possono fare altrettanto: i nomadi sono costretti a vivere in catapecchie sulle quali sventola la bandiera cinese e sono costantemente controllati. Tutte le famiglie tibetane devono anche avere in casa il ritratto incorniciato degli ultimi quattro leader cinesi, i cui volti sono impressi sulle nuvole sopra un’immagine di tibetani felici che danzano in piazza Tiananmen. Per i tibetani è diventato più difficile spostarsi, e soprattutto lasciare il paese. La loro etnia è scritta sulle carte d’identità che la polizia ispeziona con cura nei posti di blocco alle porte della città e alla frontiera della Regione autonoma. Per la maggior parte dei tibetani è persino difficile entrare a Lhasa, soprattutto per i pellegrini che un tempo si prostravano per tutta la strada fino alla capitale religiosa. I tibetani temono addirittura di diventare una minoranza nella loro stessa città, perché il governo incoraggia gli han a stabilirsi nella zona, offrendo promozioni e nuovi posti di lavoro nella burocrazia, nella maggior parte dei casi riservati a loro. I locali dovrebbero essere grati al governo che fa arrivare tanti soldi in Tibet, ma secondo loro buona parte finisce in tangenti. Di recente il governo ha “ristrutturato” il Barkhor. “Un tempo la città vecchia era piena di bancarelle”, ha detto un giornalista della Cctv in un programma per stranieri. “Oggi ha un aspetto completamente diverso. I venditori sono stati trasferiti all’esterno, lasciando più spazio per i turisti e i pellegrini”, ha aggiunto con un gesto largo della mano. “Il Barkhor diventerà una meta turistica di punta”. Una sera, mentre giro per il quartiere con pellegrini anziani e alcuni giovani che si prostrano, cominciamo a sentire i versi dei poliziotti che si esercitano nel combattimento corpo a corpo. Girato un angolo vicino a uno dei templi più sacri del Tibet, li vediamo vestiti di nero che prendono a pugni e accoltellano avversari immaginari. Un ragazzino in uniforme scolastica li guarda attonito fino a quando un’auto della polizia non si ferma dietro di lui con grande stridore di freni e lo costringe ad allontanarsi. Anche un turista cinese con lo zaino in spalla li sta osservando, finché un amico non lo invita a venir via: “Non è permesso guardare!”. Sul treno comincio a chiacchierare con una turista cinese di 26 anni che si fa chiamare Sarah. Le dico che mi è sembrato che a Lhasa ci fosse molta tensione. “Oh, parla dei militari e della polizia?”. Ride e, come se stesse spiegando una cosa molto semplice a un bambino, mi dice: “Noi ci sentiamo tranquilli qui. È una città molto sicura. Se pensiamo che un ambulante voglia imbrogliarci, chiediamo aiuto e la polizia tende a essere dalla nostra parte”. Sarah indossa una sciarpa rosa con disegni tibetani e porta braccialetti da preghiera a entrambi i polsi. “Sono buddista”, dice con orgoglio. “È la mia religione”. Poi mi spiega la presenza dei militari: “Non ha sentito parlare del movimento indipendentista tibetano? Volevano dividere il paese ed erano contrari all’unificazione. Questa cosa non ci piaceva”. Per tutta la settimana in cui ha viaggiato attraverso il Tibet, Sarah ha dormito in ostelli gestiti da han e mangiato sempre cinese tranne due volte. Le guide turistiche tibetane dicono che, se mai usano una guida, gli han scelgono sempre quelle cinesi.

Una grande famiglia.

Lo sviluppo dell’industria del turismo voluto dal governo sembra portare vantaggi più agli han che ai tibetani, ed è accompagnato da una dose massiccia di propaganda. In realtà, anche se i visitatori sono in aumento, i proprietari di alberghi tibetani ci stanno rimettendo, perché i loro clienti erano soprattutto stranieri. L’ultima attrazione turistica di quest’anno a Lhasa è una messa in scena della storia della principessa Wencheng, la moglie cinese di un imperatore tibetano, un prodotto di punta della propaganda di governo. Lo spettacolo è coreografato dal famoso regista Zhang Yimou in uno stile simile a quello della cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2008 a Pechino.

Nella propaganda cinese i tibetani sono sempre allegri, cantano e ballano pieni di una gratitudine che raggiunge il culmine il 28 marzo, il “giorno dell’emancipazione dei servi della gleba”. In tutte le città del paese, comprese Lhasa e Pechino, ho visto un nuovo manifesto che mostra tre donne con lunghe trecce e copricapi tradizionali che sorridono inginocchiate. “Canta una canzone di montagna per il partito”, dice la scritta, con la parola partito stampata a grandi lettere rosse.

Quasi tutti i tibetani sono trattati come prigionieri politici, e non possono richiedere un passaporto per lasciare il paese. Dieci anni fa, fuggivano lo stesso. I più giovani attraversavano l’Himalaya a piedi, di solito d’inverno, quando la neve era dura e compatta. Oggi pochi osano farlo, le guardie di frontiera sono autorizzate a sparare a vista.

A causa dell’influenza della Cina in tutta la regione, i tibetani che cercano di fuggire attraverso il Nepal a volte vengono arrestati e consegnati alla polizia cinese. I tibetani che sono partiti negli anni novanta si sono pentiti di essere tornati. Adesso è impossibile andarsene, dicono. Uno di loro mi chiede: “Se la Cina è una grande famiglia, come sostiene la propaganda, quale genere di padre ha bisogno di videocamere di sorveglianza in ogni stanza?”.

Fuori dei compound militari, sentinelle armate di mitra fanno la guardia in gabbiotti di vetro a prova di proiettile. “La polizia serve perché il Dalai Lama continua a creare problemi”, mi dice un viaggiatore han incontrato sul treno.

Nell’ultimo anno e mezzo, più di 120 tibetani si sono immolati per protesta contro il governo di Pechino. Nel Sichuan alcuni giovani monaci mi hanno mostrato la foto di due loro amici in posa davanti a edifici in stile europeo, vestiti all’occidentale accanto alle sagome di cartone di giocatori di basket.

Poi, l’inverno scorso, quegli amici si sono cosparsi di benzina e si sono dati fuoco insieme. Le nuvole di fumo nero che si levavano dai loro corpi erano visibili in tutta la valle. “Perché lo hanno fatto?”, chiedo ai giovani monaci. “Speravano che sua santità il Dalai Lama e sua santità Kirti Rinpoche assumessero la guida del Grande Tibet per far rifiorire la religione e la cultura tibetane e riportare la libertà nel paese”. I turisti cinesi non mostrano molta simpatia per i locali. “Non danno alcun valore alla vita”, mi dice un’insegnante di 62 anni in visita da Pechino. L’ho incontrata vicino a un grande centro visitatori all’ingresso del monastero di Labrang, nel Gansu. Anche lei ha un cappellino mimetico in stile militare e indica le sculture fatte con il burro di yak come prova della “diversità della cultura cinese”. Mentre camminiamo intorno alle mura bianche e massicce del complesso, distrae i monaci che lavorano e pregano insistendo perché posino con lei. In una foto si mette la mano dietro la testa con il gomito che sporge. “Non apprezzano quello che il governo gli ha dato”, dice. “E adesso gli paghiamo anche lo stipendio”. Mi fa questo predicozzo a voce alta superando il brusio delle preghiere, fino a quando un monaco non la caccia via. Lei si volta e gli fa una foto. http://www.italiatibet.org/images/stories/rassegna/Internazionale1043.pdf


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