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Tibet Addio
Agosto 13th, 2016 by admin

solidarity-with-tibetIl Tibet normalizzato a colpi di marketing. Dopo l’affronto dei monaci che si immolavano, la Cina ha preso le sue contromisure. Aeroporti, rifacimenti in stile, souvenir e catene commerciali. Per i turisti. di Gabriele Battaglia. Lhasa. «Chi è che crea lavoro qui? Il Partito comunista» dice ridendo l’autista tibetano mentre guida in direzione della steppa di Ganjia, un’immensità erbosa costellata di monasteri, cavalli e yak. Indica la ciminiera della centrale termica alla periferia di Xiahe, capoluogo di contea nella prefettura autonoma tibetana di Gannan, provincia cinese del Gansu. Il lavoro.

Quando nel marzo 2008 scoppiò la rivolta di Lhasa, Xiahe fu la seconda città tibetana a insorgere. I monaci uscirono per primi dal monastero di Labrang, seguiti dalla popolazione. Furono in circa quattromila a scontrarsi con le forze di sicurezza: pietre contro gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Dopo due giorni di scontri, mentre gli ospedali si riempivano di feriti, le autorità imposero il coprifuoco e la Via del Popolo, dove oggi si alternano negozi di souvenir, ristoranti tipici e hotel per turisti di ogni razza e tipo, divenne il teatro di un altro struscio: quello dei paramilitari nero-vestiti che lo pattugliavano armati di bastoni.
Tra gli slogan di quella rivolta c’era la richiesta del ritorno del Dalai Lama, il che diede agio alle autorità cinesi per affermare che la sollevazione che si estendeva a macchia d’olio in tutto il «Grande Tibet» – cioè al di là della provincia autonoma strettamente intesa – fosse organizzata dalla «cricca» dell’anziano leader politico-spirituale in esilio. Erano furiosi, a Pechino: nel giro di pochi mesi sarebbero cominciate le olimpiadi che avrebbero celebrato la risorta potenza cinese nel mondo e la rivolta tibetana sembrava studiata a tavolino per far perdere la faccia al Partito e al Paese. In realtà, l’impressione diffusa fu che lo stesso Dalai Lama fosse stato scavalcato dagli eventi, tant’è che da quel momento cominciò a distaccarsi progressivamente dal governo temporale del suo popolo. Tuttavia, per le autorità cinesi, il capro espiatorio che aveva sabotato «la società armoniosa» in marcia compatta verso un radioso futuro di potenza e benessere era servito sul piatto.
Nel 2011, le autorità cinesi spedirono a Xiahe l’allora ventunenne Gyaltsen Norbu, il Panchen Lama scelto da loro, cioè in teoria la seconda autorità religiosa del buddhismo tibetano. Di autorità, qui, ne aveva pochina: le cronache riportano che fu accolto con entusiasmo dai turisti cinesi in visita al monastero e con ostilità o con ostentato disinteresse dai monaci. Nel 2012, anche la prefettura di Gannan entrò nel computo delle aree tibetane dove la gente aveva cominciato a darsi fuoco per protesta. Nell’ottobre di quell’anno, in una sola settimana, quattro tibetani si autoimmolarono a Xiahe e dintorni.
Fa impressione vedere oggi le foto postate allora sui social media. Un uomo corre avvolto dalle fiamme lungo la via del Popolo, lì dove oggi hai appena comprato una sciarpa da monaco color porpora o ti sei rimpinzato di carne di yak: si chiamava Dorje Rinchen, aveva cinquant’anni e risulta agli atti come «contadino». Un altro uomo è ormai un cumulo di cenere appoggiato allo stesso muro del monastero dove tu oggi scatti una foto in cui risaltano i profili degli edifici. Sarebbe tale Dhondup, anche lui sulla cinquantina, le fiamme anneriscono l’intonaco bianco. In quei giorni, la polizia offrì taglie equivalenti a oltre settemila dollari per chi avesse fornito qualche soffiata su gente intenzionata ad autoimmolarsi. Ultimo caso registrato nella prefettura di Gannan, maggio 2015.
Sei scuole di lamaismo, 48 sale del Buddha e oltre 500 residenze per più di mille monaci, in un complesso monumentale da 800mila metri quadrati. In quel 2012, i muri di fango del monastero di Labrang, costruito all’inizio del XVIII secolo, sentivano tutti gli acciacchi dell’età. Pechino colse quindi l’attimo e lanciò un’«offensiva dello charme» che consistette in un investimento da 305 milioni di yuan (circa 41 milioni di euro al cambio di oggi) per restaurare l’intero complesso. Da quel momento, i media di Stato riportano periodicamente lo stato di avanzamento dei lavori, ma non solo. Si racconta di come le politiche di rotazione dei pascoli stiano risolvendo il problema della desertificazione della steppa, di come i pastori locali beneficino di sussidi e gli studenti locali di scuole bilingue, cinesi-tibetane.
Nel luglio del 2015, un articolo di China Daily magnificava la vita di una anziana nomade che era appena divenuta stanziale in uno dei «nuovi villaggi» appositamente costruiti dalle autorità: nella zona di Xiahe, circa duemila nuove case per altrettante famiglie, quasi diecimila persone che si intende portare nella modernità alla cinese, possibilmente soddisfatte. La donna, di nome Drongtso, diceva: «Quando passavo tutta la notte a cercare i miei animali persi nelle montagne innevate non pensavo che un giorno avrei potuto essere così felice». Intanto, si legge su un  altro giornale, i giovani subaffittano il bestiame a compagnie specializzate nell’allevamento di scala e utilizzano le proprie energie e i pascoli per fare un business più moderno: vendono manufatti locali e addirittura burro di yak ai turisti.
È un mondo ideale che ruota attorno al binomio attività tradizionali-turismo, sostenibile: lo slow food secondo caratteristiche cinesi. Questo è il modello di sviluppo e anche la strategia pacificatrice. L’aeroporto di Gannan-Xiahe è stato inaugurato nell’agosto del 2013, a settanta chilometri dalla città. Nel 2014, più di un milione di turisti hanno visitato la contea. Qui si vede quanto si è già visto a Lhasa e, più in generale, in tutte le aree turbolente ma meravigliose della Cina. Deviazione geografica.
Nell’autunno post-olimpico del 2008, era in allestimento in un’altra periferia cinese, il riottoso Xinjiang, nientemeno che «Il misterioso Gran Canyon del Tianshan»: una gola naturale contornata da rocce color rosso rame, settanta chilometri a nord dell’ex oasi carovaniera di Kucha. Ci si arrivava in cinque ore di auto su una pista sterrata, respirando la polvere sollevata dai camion carichi di materiali da costruzione della futura autostrada e da colonne di veicoli militari che trasportavano i soldati destinati a pattugliare «il Far West del Celeste Impero». All’ingresso del canyon c’era un resort anch’esso in costruzione e, se si provava a entrare nelle gole, un giovane della locale etnia uigura saltava fuori da una baracca e faceva già pagare il biglietto per un servizio inesistente. Tutto si sovrapponeva: il passato naturale, il presente in mezzo al guado e il futuro tourism-oriented. Con esiti grotteschi, ben rappresentati dalla scelta di piazzare laggiù statue di fenicotteri improbabili per quella zona desertica. Già mezze scassate. Oggi, l’autostrada arriva fino al resort e polvere, pozzangheroni da attraversare in taxi e naturalità del luogo sono un ricordo.
A Xiahe, Gansu cinese, ex «Grande Tibet», la marea del turismo si sovrappone invece ai rituali del monastero, producendo flussi di persone che si ignorano più o meno cordialmente: da un lato i tibetani che continuano a camminare in senso orario attorno alle mura facendo girare le campane votive; dall’altro i turisti che a volte li imitano a beneficio di selfie, a volte li fotografano come bestie rare. Alla periferia est di Xiahe è in costruzione «La più grande via commerciale tibetana della Cina». Un susseguirsi di palazzine per ora vuote saranno riempite di ristoranti. È questo il modello che si replica ovunque, nella gande Cina: il rifacimento in stile, la pavimentazione stradale, il negozio di souvenir, la catena commerciale. Segue il boom dei prezzi immobiliari.
L’abate del monastero si è reincarnato in un giovane monaco di quattordici anni. Entrambi ti guardano ora da due distinte foto in una delle sale del Buddha. Il vecchio, pacioso e un po’ sovrappeso, qualche tempo prima del trapasso; il giovane, nerd e occhialuto ma già tutto compreso nella parte. Il monaco anglo-parlante che fa da guida è un tipo strano. Si irrita, sbuffa, scuote la testa e taglia corto quando il turista occidentale, che non ha capito bene, gli chiede di ripetere quella storia. Poi però si fa una rampa di scale in salita con un salto alla Jakie Chan e ride tutto compiaciuto. Studia filosofia, ma solo quella lamaista. Poi, con noncuranza fa notare una foto degli anni Cinquanta con un giovane Dalai Lama in visita a Labrang. Questa è la notizia: ci sono foto del Dalai Lama, nel monastero di Labrang, e non solo questa. Qualcuno dice che è un’altra mossa scaltra delle autorità cinesi: sappiamo che «lui» esiste, facciamo finta di niente, voi state buoni e inseguite il benessere.
Entrano nel ristorante ti sorridono, ti toccano, ti afferrano lo smartphone, cominciano a giocarci, fanno casino, indicano il marchietto sulla tua maglietta e citano a memoria il brand. Teste tonde rapate, sono mocciosi nel vero senso della parola perché un paio di loro hanno il moccio al naso. Sono quattro piccoli monaci, uno chiede in un misto di cinese-tibetano: «Conosci il Dalai Lama?». Poi tornano a stropicciare te e le cose «esotiche»pregiate? – che ti porti dietro, finché uno più grande chiama da fuori e scompaiono così come sono venuti. Cultura, religione, marketing e simboli globali. Quante sedimentazioni ci sono nella testa tonda di questi bambini.
(29 luglio 2016)
http://www.repubblica.it/venerdi/reportage/2016/08/01/news/tibet_addio-144910854/


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