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La meditazione «spegne» i pensieri nocivi
Marzo 31st, 2012 by admin

La meditazione «spegne» i pensieri nocivi. La meditazione per ridurre l’ansia e prevenire l’Alzheimer. Gli effetti di antiche tecniche svelati dalle nuove tecnologie.

La meditazione per ridurre ansie e pensieri negativi che diminuiscono la qualità della nostra vita e rappresentano un campanello d’allarme per l’insorgenza della depressione. Il potere delle pratiche meditative si conosce da millenni, giunge ora dalla prestigiosa Yale University uno studio che conferma le proprietà calmanti di alcune tecniche.

La ricerca ha coinvolto 23 volontari, di cui 13 meditatori. Tramite risonanza magnetica funzionale si è registrata l’attività di un’area specifica del nostro cervello, chiamata DMN (default mode network). Questa è responsabile dell’elaborazione di paure e pensieri angosciosi, che affiorano nel corso della giornata in mono autonomo.Si è dimostrato che coloro che praticavano tecniche meditative, presentavano una ridotta attività di quest’area, un maggior controllo sull’elaborazione delle negatività che si manteneva durante e dopo la meditazione. Si parla di tecniche basate sul volere il bene altrui, sul controllo della respirazione e sul porre attenzione ad un singolo pensiero senza forzature, così da passare naturalmente al successivo.

Nello specifico le tecniche esaminate si chiamano rispettivamente: Amare gentilezza, Concentrazione e Consapevolezza senza scelta. L’importanza di questa ricerca sta nel fatto di poter comprendere come utilizzare queste metodiche anche per malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

Ecco quanto dichiarato dal prof. Judson Brewer, che ha condotto la ricerca:

I risultati del nostro studio suggeriscono che la meditazione è capace di ridurre l’attività del DMN in maniera relativamente specifica e che il sistema è semplice da utilizzare e a basso costo; inoltre la meditazione ha anche il vantaggio di essere accessibile a molte persone a prescindere dal loro livello d’istruzione e dalla loro situazione socio-economica. Naturalmente, studi prospettici saranno importanti nel determinare se essa può davvero rinviare l’inizio della demenza di Alzheimer”.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. http://www.tuttasalute.net/14565/la-meditazione-per-ridurre-lansia-e-prevenire-lalzheimer.html

Alcune pratiche di meditazione riescono a «spegnere» l’attività di un’area cerebrale responsabile dell’insorgere nella mente di ansietà e preoccupazioni sul futuro e dell’incapacità di concentrarsi semplicemente sul presente. Lo indica una ricerca pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences da parte di un gruppo di studiosi americani guidati dal professor Judson Brewer del Department of Psychiatry della Yale University School of Medicine di New Haven. L’area cerebrale in questione è indicata da una sigla, DMN, che sta per Default Mode Network. In pratica si tratta di una sorta di motore interno automatico di pensieri che genera quel continuo emergere nella mente di idee, ricordi, immagini, timori; insomma tutto quello che spontaneamente affiora alla coscienza e che può andare a interferire con ciò che si starebbe facendo in quel momento. Questa attività è presente in circa la metà del tempo della veglia e può far affiorare spesso pensieri sgradevoli, sia provenienti sia dal passato sia proiettati nel futuro, e contribuire a creare stati d’ansia e di depressione.

LO STUDIO – La ricerca ha dimostrato, tramite l’utilizzo della Risonanza Magnetica Funzionale del cervello, che persone esperte in alcune tecniche di meditazione riescono a smorzare l’attività delle aree cerebrali che fanno parte del DMN, come la corteccia cingolata e la corteccia prefrontale mediale. Non solo, ma rispetto a persone non esperte in queste tecniche, gli esperti hanno un’attività del DMN decisamente ridotta anche al di fuori dei periodi di meditazione, come se l’allenamento trasferisse i suoi effetti al di là dei soli momenti di esercizio.

LE TECNICHE – Lo studio ha preso in esame tre diverse tecniche di meditazione, rispettivamente chiamate Concentrazione, Amare-gentilezza, Consapevolezza senza scelta. La prima è una tecnica nella quale il soggetto si concentra sul respiro, e quando arrivano pensieri si distoglie da essi gentilmente ma in maniera ferma; la seconda è una tecnica in cui il soggetto pensa attivamente a un momento in cui ha desiderato il bene di qualcuno e lo utilizza come modello per desiderare il bene degli altri; la terza è una tecnica in cui il soggetto presta attenzione a tutto quello che arriva momento per momento alla coscienza, senza tentare di modificarlo o di allontanarsene, finché non giunge spontaneamente un altro pensiero. I soggetti studiati sono stati dodici esperti in tali tecniche che sono stati confrontati per mezzo della Risonanza Magnetica Funzionale con tredici volontari che non avevano esperienza di meditazione.

PROBLEMI PSICHICI – Secondo il professor Brewer, oltre a gettare un’interessante luce sui meccanismi neurobiologici di alcune tecniche di meditazione, i risultati di questo studio aprirebbero possibili scenari nell’utilizzo della meditazione come trattamento per alcuni disturbi psichici nei quali sembra essere coinvolto il DMN. Ad esempio il cosiddetto Disturbo da deficit di attenzione, per il quale già esistono alcune sperimentazioni che indicano come tecniche di meditazione potrebbero ridurre lo stato di disattenzione. Un’iperattività del DMN è stata rilevata anche nella demenza di Alzheimer, e potrebbe essere responsabile della deposizione nelle cellule cerebrali di una sostanza chiamata beta-amiloide, tipica appunto di questa forma di demenza. L’uso di tecniche di meditazione potrebbe dunque “spegnere” questa iperattività e avere un possibile effetto protettivo. Ulteriori ricerche sono però necessarie prima di giungere a conclusioni definitive, come ricorda lo stesso professor Brewer: «I risultati del nostro studio suggeriscono che la meditazione è capace di ridurre l’attività del DMN in maniera relativamente specifica e che il sistema è semplice da utilizzare e a basso costo; inoltre la meditazione ha anche il vantaggio di essere accessibile a molte persone a prescindere dal loro livello di istruzione e dalla loro situazione socio-economica. Naturalmente, studi prospettici saranno importanti nel determinare se essa può davvero rinviare l’inizio della demenza di Alzheimer».

Danilo Di Diodoro

http://www.corriere.it/salute/12_marzo_31/meditazione-problemi-psichici-diodoro_1e4d92b4-2194-11e1-97f3-fb4c853f7d5d.shtml

Meditation experience is associated with differences in default mode network activity and connectivity

    Judson A. Brewera,1, Patrick D. Worhunskya, Jeremy R. Grayb, Yi-Yuan Tangc, Jochen Weberd, and Hedy Kobera

Author Affiliations

  1. aDepartment of Psychiatry, Yale University School of Medicine, New Haven, CT 06511;
  2. bDepartment of Psychology, Yale University, New Haven, CT 06510;
  3. cDepartment of Psychology, University of Oregon, Eugene, OR 97403; and
  4. dDepartment of Psychology, Columbia University, New York, NY 10027
  1. Edited by Marcus E. Raichle, Washington University in St. Louis, St. Louis, MO, and approved October 4, 2011 (received for review July 22, 2011)

PNAS December 13, 2011 vol. 108 no. 50 20254-20259

Abstract

Many philosophical and contemplative traditions teach that “living in the moment” increases happiness. However, the default mode of humans appears to be that of mind-wandering, which correlates with unhappiness, and with activation in a network of brain areas associated with self-referential processing. We investigated brain activity in experienced meditators and matched meditation-naive controls as they performed several different meditations (Concentration, Loving-Kindness, Choiceless Awareness). We found that the main nodes of the default-mode network (medial prefrontal and posterior cingulate cortices) were relatively deactivated in experienced meditators across all meditation types. Furthermore, functional connectivity analysis revealed stronger coupling in experienced meditators between the posterior cingulate, dorsal anterior cingulate, and dorsolateral prefrontal cortices (regions previously implicated in self-monitoring and cognitive control), both at baseline and during meditation. Our findings demonstrate differences in the default-mode network that are consistent with decreased mind-wandering. As such, these provide a unique understanding of possible neural mechanisms of meditation.

Meditation Keeps the Mind on Track

Meditation diminishes activity in areas of the brain associated with mind-wandering, researchers found. Compared with novice meditators, experienced study participants had significant deactivation in parts of the brain associated with the “default mode network” — areas linked with attentional lapses and anxiety, Judson Brewer, MD, of Yale University, and colleagues reported in the Proceedings of the National Academy of Sciences. Practiced meditators also reported less mind-wandering during meditation than did their less experienced counterparts, the researchers found. Aside from attention lapses and anxiety, the “default mode network,” or DMN, has also been associated with certain conditions, including ADHD and Alzheimer’s disease. Conversely, mindfulness training has been shown to benefit certain conditions, such as pain, substance use disorders, anxiety, and depression. o to assess whether mindfulness-based meditation can reduce activity along this brain axis, the researchers analyzed both experienced meditators and controls who’d never practiced the technique. The researchers used functional MRI to assess brain activation during both a resting state and a meditation period in 12 experienced mindfulness meditation practitioners and 13 controls. Groups attempted three different types of meditation: concentration, loving-kindness, and choiceless awareness. Concentration is intended to prevent practitioners from engaging with their preoccupations; loving-kindness focuses on fostering acceptance; and choiceless awareness allows for focusing on whatever arises in the conscious field of awareness at any moment. Brewer and colleagues found that experienced meditators reported less mind-wandering during meditation than did controls, which was true across groups. At the same time, they generally saw less activation in the main nodes of the DMN — the medial prefrontal cortex and the posterior cingulate corticies — in experienced meditators than in controls. While there was significantly less activation in the posterior cingulate cortex/precuneus and in the superior, middle, and medial temporal gyri and uncus, the trend toward diminished activation in the medial prefrontal cortex was not significant, they noted. With regard to the specific types of meditation, the researchers found less activation in experienced meditators than in controls in the following regions:

  • Concentration: posterior cingulate cortex, left angular gyrus

  • Loving-kindness: posterior cingulate cortex, inferior parietal lobule, and inferior temporal gyrus extending into hippocampal formations, amygdala, and uncus

  • Choiceless awareness: superior and medial temporal gyrus

When using the posterior cingulate cortex as a seed region, the researchers saw significant differences in connectivity patterns with several other brain regions, notably the dorsal anterior cingulate cortex, for experienced meditators compared with controls. And when using the medial prefrontal cortex as the seed region, they found increased connectivity with the fusiform gyrus, the inferior temporal and parahippocampal gyri, and the left posterior insula.
These patterns held during the resting-state baseline period as well, the researchers said, suggesting that meditation practice “may transform the resting-state experience into one that resembles a meditative state, and, as such, is a more present-centered default mode.” The researchers concluded that the overall results “support the hypothesis that alterations in the DMN are related to reduction in mind-wandering.” Though the study was limited by a small sample size, the researchers concluded that the findings may have a host of clinical implications, including treatment of conditions linked with dysfunction of these areas, such as ADHD or Alzheimer’s disease.

http://www.panoramavital.com/nt-1-40/Meditation-Keeps-the-Mind-on-Track

Meditation Shuts Down Parts of the Brain

People who have been practicing meditation for many years seem to be able to shutdown certain parts of their brains, investigators from the Yale University say. Interestingly, these areas are exactly those involved in underlying conditions such as autism and schizophrenia, among others.

The same ability was not detected in practitioners who have been meditated for only short or medium periods of time. This suggests that the ability to tune out certain portions of the brain is hard-won, and requires a lot of practice to get the hang of.

The Yale team adds that the brain areas experienced practitioners targeted are also the ones involved in lucid daydreaming. This may help explain how these individuals remain calm and focused even after hours of meditation.

A region of the brain called the default mode network was found to be directly affected by meditation. Those with a lot of experience and practice were able to turn this network on and off as they pleased.

The reason why this discovery is so important is because this particular region plays a very important role in underlying lapse of attention. Additionally, neuroscientists have indicated in past studies that it plays a role in the development of several mental disorders.

These include, among other, attention deficit hyperactivity disorder (ADHD) and anxiety, in addition to Alzheimer’s Disease, a neurodegenerative form of dementia. Apparently, the DMN plays a role in controlling the buildup of beta amyloid proteins in the brain, molecules that underly AD development.

Details of the new research will be published in an upcoming issue of the esteemed journal Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). The work was led by Yale assistant professor of psychiatry Judson A. Brewer, MD, PD. He was also the lead author of the science paper.

Meditation has been shown to help in variety of health problems, such as helping people quit smoking, cope with cancer, and even prevent psoriasis,” the investigator says. The team carried out the new study using a brain imaging method called functional Magnetic Resonance Imaging (fMRI).

The technique works by analyzing blood flow distribution patterns throughout the brain. If a certain region is more active, then it will receive more blood, and this will show on the scans. Conversely, inactive areas appear as dark spots in the data.
“Meditation’s ability to help people stay in the moment has been part of philosophical and contemplative practices for thousands of years,” Brewer says.

Conversely, the hallmarks of many forms of mental illness is a preoccupation with one’s own thoughts, a condition meditation seems to affect. This gives us some nice cues as to the neural mechanisms of how it might be working clinically,” he concludes, quoted by PsychCentral.

http://news.softpedia.com/news/Meditation-Shuts-Down-Parts-of-the-Brain-236058.shtml


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